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martedì 14 luglio 2026

Scacco al Re, la banalità del male domestico


Scacco al Re, William Bavone.

recensione di Domenico Lubrano Lavadera

“Camminare tra i vicoli di Bologna, avere la sensazione che basti alzare la testa per potersi orientare. Nulla di più falso”. È questa Bologna labirintica e selvatica a fare da sfondo alle tragiche vicende del romanzo “Scacco al re” di William Bavone. Seguiamo le peripezie di una rete sfaccettata di personaggi, ma specialmente due, guidano la narrazione: Nico De Luca, ispettore salentino trapiantato a Bologna dal fare burbero ma dall’animo buono, e Vincenzo, un impiegato di banca che conduce un’esistenza piuttosto ordinaria e senza memorabili scintille di eroicità. Ha una moglie, Monia, che rispetto a lui sembra essere una promettente professionista focalizzata sulla carriera, equilibrata e centrata, e un figlio, Diego, tutto sommato un adolescente come gli altri. Ma l’animo di Vincenzo sembra essere per predisposizione naturale adombrato da un sentore di una certa latente malinconia, che si manifesta in quelle sue episodiche eclissi, come se un sentimento improvviso di angoscia si insinuasse, quasi fosse “una tranquillità che fugge dal presente”.

La stabilità del suo microcosmo esistenziale e familiare viene subito incrinata da un susseguirsi di omicidi nel suo quartiere, dove il tasso di criminalità non è mai stato allarmante. Eppure, d’improvviso, la violenza irrompe, per una prima volta, con la sua brutale insensatezza, con la sua origine invisibile. La carneficina sembrerà risolversi come null’altro che il progetto di una moglie paranoica nei confronti delle presunte scappatelle del marito. I due coniugi gestivano una bancarella in un mercatino popolare, tra l’altro estremamente familiare a Vincenzo stesso e al resto dei suoi parenti, che si dicono a maggior ragione costernati. Insomma, una chiara allusione alla banalità del male: un’escalation omicida che non è altro che il frutto del delirio di una modesta signora pervasa da un istinto di gelosia incontenibile. L’idea che la minaccia sia in agguato, che il male serpeggi come una creatura mostruosa che sia in grado di rovesciare anche le più modeste e semplici realtà quotidiane, sembra una consapevolezza difficilmente digeribile, e che, anche quando si chiudono le sbarre, non sembra abbandonarci. L’intervento della legge e dell’autorità è, a questo proposito, del tutto ininfluente. Non possiamo dichiarare semplicemente che il caso è chiuso e chiudere la porta al male coltivando la vana speranza di essercelo lasciato alle spalle. Tutto sembra suggerire che ci si trovi di fronte al preludio di una tragedia ancora più terribile, ancora più nefasta.

Il tono noir del romanzo assume anche, secondo me, pennellate di dramma psico-identitario. Vincenzo sente, dentro di sé, una qualche lancinante frattura dell’ego, un impulso indelebile di vincere una lotta tutta interna col suo innato senso di insignificanza, con la miseria angustiante della monotonia della sua vita, tutta fatta di grigiore e opachi sprazzi di normalità. Una normalità soffocante.

Un ego accartocciato, potremmo dire, fustigato, come un uccellino che si divincola nella sua gabbia e che patisce la fame. Così, per momentaneamente dissociarsi dall’ambascia quotidiana trova un suo personalissimo modo di assecondare il suo bisogno di ergersi al di sopra della ritualità quotidiana, priva di prodezze di cui andare fieri. Vincenzo necessita di un angolo di mondo, anche parallelo, anche fittizio, in cui ergersi come mito indiscusso, libero dalle catene della sua placida mediocrità.

Il capro espiatorio diventa ironicamente un certo Faber37, un utente come un altro di un’applicazione di scacchi online. Ma lì la dinamica assume tutt’altro significato: il gioco di Vincenzo diventa la sede da cui promana la sua vertiginosa rovina. Crede di avere controllo, ma ad ogni mossa lo perde, anche se non pare da subito rendersene conto. Il suo avversario è ossessivo, sempre pronto all’azione, capace di prevedere ogni sua mossa. Vincenzo si sente attorniato da nemici, defraudato di certezze, ma più si mantiene viva in lui questa percezione e più questo rinfocola il suo proposito di prevalere, di far vedere chi è il migliore a tutti coloro che lo sottovalutano, o che tramano alle sue spalle.

Quel gioco all’apparenza innocuo diventa l’incipit della sua decisiva sconfitta, del fracasso inesorabile del suo maldestro progetto di rivalsa. Faber37 sa come colpire, e cuoce la sua preda facendo leva sui rigurgiti collerici di vanità del rivale.

La partita a scacchi è parte di un piano più ampio: è un tassello di un mosaico definito per annientare il protagonista, per esaurire le sue risorse e per detronizzarlo fino alla disfatta. Sembra impossibile comprendere come un tale progetto sia scaturito dalla mente di un essere umano e quale possa esserne la causa scatenante, ma questo non rende tale perversa macchinazione meno impietosa. Tutto inizia da piccoli inconvenienti ravvicinatissimi, coincidenze sfortunate sintetizzabili più come un fortuito e passaggero accanimento della sorte: la macchina che prende fuoco, la bicicletta che viene prima perduta e poi ritrovata misteriosamente proprio sotto casa. Poi, uno ad uno, proprio come una partita di scacchi, le pedine sono scaraventate fuori dal tavolo da gioco: la moglie, che, dopo aver bevuto un drink contaminato, viene violentata da uno sconosciuto, e che dopo la morte del figlio per overdose, definitivamente lo abbandona. Il suo matrimonio, presumibilmente la sua oasi felice, emerge in tutta la sua precarietà, fino a quel momento forse impercettibile. Vincenzo stesso non è altro che una pedina che non ha più voce in capitolo sul suo destino, che ormai cade a picco verso il fondo della desolazione.

Divenuto vittima sbigottita di un male che non lascia la sua firma, di chi è lecito sospettare? Verso chi è legittimo scaricare la colpa della sua debacle?

Eppure, ha ancora il suo lavoro, la sua posizione di impiegato stabile da difendere. Dopo aver definitivamente sconfitto la sua rivale Patrizia che come lui agognava una promozione, viene fuori che certi investitori si sarebbero a lui affidati per concludere degli affari decisivi, e il suo capo non l’ha mai stimato a tal punto. Forse Vincenzo sente che, dopo tante sventure, il caso, altrettanto maldestro, sceglie infine di assolverlo e suggerirgli una via per la risalita, una mano che lo risollevi dal burrone in cui fino a quel momento sentiva di precipitare senza tregua.

Eppure, anche lì, la pedina del suo ruolo sociale viene scardinata dalla scacchiera: non è lui, ma un comune stagista, Gianluca, appena arrivato, che improvvisamente lo declassa. Le sue menzogne, moine sconclusionate di un ego scalcagnato, gli si rivoltano contro. Preda della sua stessa ingenuità quasi puerile, Vincenzo si trova di nuovo davanti un vicolo cieco. Rivolgendosi al suo capo, ormai prostrato dalla sofferenza, Vincenzo è come una formica che saltella indignata e capricciosa contro lo sguardo impassibile della Fortuna, sorda alle sofferenze umane. “Come puoi licenziarmi? Ho perso mio figlio, ho perso mia moglie…non è abbastanza?”

Ribollendo di un’ira cieca, finisce poi per scaraventarsi contro colui che sembra essere fautore principale del suo declino, per poi, altrettanto maldestramente, morire sotto un colpo d’arma da fuoco, per mano di una guardia giurata a cui aveva sottratto l’arma da fuoco per vendicarsi. Occhio per occhio, dente per dente, diventa la legge umana immutabile che sembra innescare le azioni di più di un personaggio della storia.

A poco a poco, la nebbia dell’arcano si dirada. Il colpevole è, invero, Gianluca, quel novellino apparentemente innocuo e desideroso di conquistarsi la stima dei colleghi, con fare amichevole e collaborativo. Ma la realtà delle circostanze sembra uscire fuori da ogni prevedibilità. Si tratta, in verità, del figlio di un pover’uomo gravemente malato a cui, lo stesso Vincenzo, qualche anno prima, aveva negato un finanziamento, proprio nel momento in cui questo risultava più urgente. Ed è a quel punto che questo figlio, rimasto unico superstite della tragedia, decide di trasformarsi in un aguzzino senza scrupoli e vendicare il padre contro colui che ha deliberatamente nominato come responsabile della sua morte.

A questo punto credo che la vicenda di Vincenzo possa suggerirci ulteriori spunti. In che modo, ammesso che ciò sia possibile, giustificare la spirale di eventi che lo colpisce a tal punto?

Se è vero che lui stesso a suo tempo aveva agito con la freddezza che pure si confà ad un funzionario seduto davanti ad un computer e che distrattamente analizza dati e documenti con la sensibilità di un ammasso di latta, sarebbe forse da ritenere responsabile della morte di quel padre tanto amato dal figlio al punto da iniziare una crociata contro il suo presunto assassino?

Del resto, tutto precipita in qualche decina di pagine, in un ritmo convulso che quasi fa mancare il fiato, che inevitabilmente sgomenta e ci rende spettatori di un ciclo d’orrore senza fine, senza consolazione. La conclusione del romanzo è davvero ispirata. Alla fine, l’ideatore di questo piano diabolico, si rivela di sua sponte, anche se non direttamente. Lascia un filmato, fatto di diapositive che procedono a singhiozzi, quasi ricalcando la follia intermittente di un animo disturbato, che ha perso coerenza, ridotto in microscopici pezzi sconclusionati dal dolore, un dolore lacerante.

L’ispettore De Luca, in tutto questo, è forse il simbolo del tentativo fallace della giustizia umana di dare ordine al caos degli impulsi violenti, che fremono nei punti di rottura dell’ordine costituito. Anche lui, in un certo senso, perde la sua battaglia: non riesce a prevenire l’inevitabile, per quanto ne avesse percepito le avvisaglie. Anche lui resta a rassegnarsi di fronte agli eventi e al loro raccapricciante corso. “Il rivolo nero era arrivato dalla sorgente alla foce”. Il male ha giocato la sua ultima partita, e ha prevalso. Fine dei giochi.

Vorrei concludere la mia analisi, però, con un tema che mi sembra il cuore di questo romanzo. Non è solo il tema puro e semplice della vendetta, ma della legittimità di questa e del confine che separa la vendetta in senso stretto con la giustizia. Quand’è, in sostanza, che questa può essere definita giusta, ammesso che questo possa avvenire. La vendetta è sempre concepita, da chi la esegue, come legittima punizione per colui che ha peccato, che ha offeso, che si è macchiato di un delitto altrettanto grave come la punizione che gli viene inferta. Se però, come di certo in questo caso avviene, colui che vendica travalica i limiti, ammesso che non l’abbia già fatto semplicemente per aver coltivato e tradotto in atti il suo irrazionale sentimento, il rapporto di proporzionalità tra offesa e difesa si spezza, il rapporto tra torto e ragionevole risposta ad esso viene a mancare, lasciando solo una scia di inspiegabile violenza.

Il vendicatore, tutto consumato dal suo anelito che “sia fatta giustizia”, tende a perire in un pantano di disumanità. Il suo progetto, radicato in un sentimento profondamente umano (il dolore della perdita), entra nella sfera del disumano, della cieca devastazione, della incapacità di dare sollievo ad un dolore che, in definitiva, non ha effettivi artefici. Vincenzo non ha nessuna colpa della morte del padre di Gianluca, che era, inoltre, un esito ormai prevedibile. Se, come diceva Hugo, siamo tutti “condannati a morte con rinvii indefiniti”, allora Vincenzo, come nessuno, potrebbe essere ritenuto colpevole di una morte già destinata, come del resto sarebbe in senso lato quella di chiunque. Certo, se il malato bisognoso avesse ricevuto il finanziamento forse avrebbe potuto curarsi e l’esito non sarebbe stato quello che è poi è stato. E allora diciamo che non è Vincenzo ad essere spietato, ma l’intero sistema in cui si inscrive e di cui è occasionale esponente, lo stesso che riduce esseri umani a coordinate bancarie e codici a barre senza volto e senz’anima.

Nel portare a termine il suo piano, tuttavia, il vendicatore si sente un eroe. Se lo scotto del torto, o della morte, o del dolore, ci fa venire in contatto con la nostra insignificanza, allora la vendetta diventa, tra le altre cose, un estremo tentativo di rivalsa personale. L’ultima mossa, quella decisiva, a cui si aggrappa il nostro desiderio di vana gloria.

Mi viene in mente il personaggio del giudice del romanzo Dieci Piccoli Indiani di Agatha Christie. Costui, che infine si rivela artefice della punizione dei delinquenti rimasti impuniti, sembra voler incarnare i panni dell’ emissario di una giustizia superiore. Ma in realtà il suo scopo non è solo pareggiare i conti, è anche essere idolatrato come autore di un’impresa inarrivabile. In effetti, anche nella banalità di una partita a scacchi consumata online, era questa stessa spinta egoica che animava Vincenzo, e la sua collega Patrizia, tanto ansiosa di scavalcarlo di prestigio agli occhi del direttore. Sono questi impulsi della stessa natura, tanto presenti e tanto impellenti in ognuno, che rischiano se non governati e costruttivamente incanalati di sfociare in uno flusso sanguinolento di reciproca distruzione.

La preoccupazione del giudice del romanzo della Christie è, in ultima battuta, quello di “rendere nota la propria maestria”, derivante da “un ingenuo desiderio umano che qualcuno sappia quanto sono stato abile”. In questo, la riparazione dei torti compiuti è assolutamente strumentale a uno spasmodico e macabro compiacimento del sé.

Colui che decide di attuare la resa dei conti espone il suo piano come simbolo che riflette la sua forza inarrestabile, della sua capacità di architettare il corso degli eventi, di tradurlo a suo vantaggio.

La vendetta diventa, in questo senso, l’ultimo estremo trionfo della vita che si oppone alla morte, il riscatto dell’uomo che è e inevitabilmente percepisce sé stesso come mera “poltiglia di carne calda che pulsa”, ed è questa “piacere effimero a farci fibrillare prima di prendere dimora nella necropoli.”

E ritornando ai limiti della vendetta, un’altra cosa voglio sottolineare. Anche questo è un tema assolutamente vitale nella storia della letteratura. Secondo alcuni, cedere al richiamo della vendetta non è nulla che possa esser giustificato, ed è anzi un delitto essa stessa. Oppure, al contrario, vendicarsi sarebbe un atto dovuto, poiché compenserebbe ciò che la giustizia classica, nei suoi limiti fisiologici, non può fare? Sarebbe quindi subalterna ed extrema ratio? Oppure, invece, prioritaria e ancor più nobile e divina, perché destinata a ripianare i torti che la giustizia terrena non può saldare, a colmare le lacune di quest’ultima, evidentemente insufficiente? E qual è il limite di validità di questa giustizia personale, privata, quasi provvidenziale? Quanto è giustizia e non sopruso arbitrario, pretesto per fare altro male e dare libero sfogo al più bieco istinto di prevaricazione?

Il Conte di Montecristo, simbolo leggendario dell’arte di vendicarsi, pure vive un delirio di onnipotenza, ergendosi pretestuosamente come fautore della Provvidenza divina, che agisce tramite lui, e, in questo, anche lui si disumanizza, perché perde contatto con la sfera emozionale che gli ricorda chi era e chi ha amato prima di farsi corrodere l’anima dal suo sentimento di punire i responsabili della sua decadenza.

Quando vede che i suoi nemici hanno patito più di quanto previsto, lui stesso si rende conto che la vendetta è uno strumento che può giungere a derive pericolose, e il confine è tanto sottile quanto facilmente eludibile. Decide, dunque, di rinunciarvi, ma il dado è ormai tratto: troppa sofferenza è stata sparsa senza motivo, senza scusa che possa giustificarne l’impeto e le rovinose conseguenze.

Certo, questo ci spinge a dire che Danglars e Mondego fossero innocenti e irreprensibili? L’uno era uno scaltro banchiere pronto a tutto pur di arricchirsi, e l’altro un arrivista che tradì persino il proprio superiore, portandolo ad essere ingiustamente ucciso. Allo stesso modo, coloro che furono giustiziati a Nigger Island erano forse anime pie trovatesi bersaglio di un’immeritata punizione? Certamente no. Ma possiamo dire che i loro esecutori siano invece esenti da colpe, che vedano immacolata la propria fedina? Chi può senza dubbio ritenere che analizzando la loro sfilza di imprese, i ruoli non si troverebbero invece invertiti, e anche a loro carico si troverebbero certe nefandezze per cui dover essere, in un modo o nell’altro, altrettanto severamente puniti?

“La vendetta può essere un fiume impetuoso che esonda e distrugge” scrive Bavone, e Montecristo, come il giudice della Christie e come Faber37, lo sa bene. Ma le conseguenze della vendetta, anche quella disseminata “a piccole gocce” sfuggono sempre di mano. E allora l’assunto per cui tentare di farsi giustizia da soli è un atto nobile e superiore rispetto alla giustizia che si fa nei tribunali a colpi di sentenze, è di certo incondivisibile, e rischia di farci incamminare su un terreno scomodo e tremendamente scivoloso. L’uomo non può ergersi a giudice dei peccati umani, perché fa parte di quella stessa schiera che condanna e mira a redimere, ne condivide lo stesso irrefrenabile impulso. Ognuno di noi è un giocatore di scacchi che gioca un’infinità di partite con un’infinita ed indeterminata schiera di potenziali nemici che desideriamo sconfiggere per ergerci vincitori, per brandire il maestoso e scintillante trofeo della fortuna.

Ma è una vittoria fittizia, amara, forse perfino scorretta, e alla fine è la Fortuna, prima di noi, a ricordarci quanto è facile perdere, e quanto violento e doloroso può essere lo scacco


Domenico Lubrano Lavadera community di scenarifuturi.blogspot.com

domenica 14 giugno 2026

Diritti umani e turismo. Problemi, snodi e prospettive. Lectio magistralis su Giacomo Tuoto, UniCal

 

Arcavacata. La mia Lectio magistralis – in occasione della V Edizione Speciale Premio “Turismo e Sviluppo Sostenibile Pieroni - Beato”.

Temi chiave, contesto e valore universale del libro di Giacomo Tuoto, Diritti umani e turismo. Problemi, snodi e prospettive, prefazione di Paola B. Helzel, postfazione di Tullio Romita, edizioni la Valle del Tempo, Napoli 2025.

 1.     Premessa; 2. I Temi chiave del volume di Tuoto; 3. Il contesto e il valore universale dei temi affrontati e discussi nel libro di Tuoto; 4. Perché certi diritti sono inderogabili?

agenda

 2.   Premessa

Oggi, 19 giugno 2026, si celebra, presso l'Università della Calabria, un rilevante evento - promosso nell’ambito del Master di I Livello “Turismo e Ospitalità 4.0”, nella ricorrenza del ventennale dalla prima edizione del Convegno sul turismo sostenibile, realizzato in collaborazione tra Università della Calabria e Sistema Confesercenti Calabria. Fu in tale contesto che nacque il Premio Turismo e Sviluppo Sostenibile “Pieroni-Beato”, che vuole riconoscere, e far conoscere, l’elevata passione scientifica che questi due studiosi posero sul valore della protezione, salvaguardia e valorizzazione, dell’ambiente, nella società dell’antropocene: a Beato si deve, infatti, l’idea della teoria sociale dell’ambiente come teoria della crisi ambientale, a Pieroni l’idea che la relazione fra società e natura non può essere interpretata in termini lineari e strettamente positivistici. Il Premio viene, perciò, annualmente assegnato a persone che si siano distinte nel campo del turismo e dello sviluppo sostenibile, proposte e poi selezionate da una rete di studiosi nazionale, che costituiscono il Comitato scientifico del Premio.

Uno dei premi di quest’anno viene attribuito a Monsignor Edgar Peña Parra: per l’alto e qualificato impegno profuso nella promozione, attraverso l’azione della diplomazia vaticana, dei valori della cooperazione internazionale e del dialogo tra i popoli, quali strumenti fondamentali per la costruzione di relazioni stabili e pacifiche tra le nazioni. Mons. Edgar, infatti, come leggiamo nella motivazione del premio, si distingue per il contributo offerto alla diffusione del paradigma dello sviluppo umano integrale, inteso come processo volto alla tutela della dignità della persona, alla riduzione delle disuguaglianze e alla promozione di modelli di crescita equilibrati e sostenibili, in coerenza con i principi della sostenibilità sociale ed etica.

Vorrei, pertanto, brevemente riflettere su alcuni di tali aspetti, esplicitamente enunciati nella motivazione del Premio Turismo e Sviluppo Sostenibile “Pieroni-Beato” che viene conferito oggi a sua Eccellenza mons. Peña Parra, nuovo Nunzio apostolico in Italia e San Marino. Lo farò, attraverso il riferimento ad alcuni nodi di un recente e denso volume di Giacomo Tuoto, apparso nella collana “Biblioteca di scenari”, da me diretta presso le edizioni La Valle del Tempo di Napoli. Un volume, quello di Tuoto, nato dalla sua docenza universitaria nei Corsi di Laurea Magistrale, di Laurea triennale e nei Master di primo e secondo livello attinenti le scienze del Turismo, all’interno del più vasto orizzonte delle Scienze Aziendali e Giuridiche dell’Università della Calabria, che procedono sotto la guida sapiente del prof. Tullio Romita.

Come teorizzava il compianto prof. F.P. Casavola, già Presidente della Corte costituzionale italiana, soltanto se riusciamo a ricostruire la plurisecolare vicenda di popoli che si confrontano, si mescolano, si combattono per rivendicare un’identità (che paradossalmente si ritroverà fusa in un unico governo del mondo proprio alla frontiera dell’antichità romana), diviene possibile non soltanto tracciare i tanti percorsi seguiti da quelle parole con cui evochiamo ancor oggi il diritto, i diritti, la legge, la giustizia…, ma anche dare spessore a quelle parole che, evocano, come si legge nella motivazione del Premio a sua Eccellenza il Nunzio apostolico, il cosiddetto sviluppo umano integrale perseguito in nome della dignità della persona e nel rispetto dei cosiddetti diritti umani fondamentali.

Nel momento in cui decidiamo di correlare sviluppo e integralità in nome dei diritti della persona umana, non possiamo non tener conto anche del confronto, mescolanza, a volte combattimento, che avvenne tra gli esponenti dei popoli che, non a caso, si sfidarono, particolarmente sul piano religioso, per fondare rivendicazioni antropiche, criteri e limiti dello sviluppo, appelli al rispetto della dignità umana, che viene definita oggi dalla Chiesa cattolica non soltanto infinita ma, come abbiamo recentemente letto nella prima enciclica del XIV Papa di nome Leone, magnifica.


venerdì 12 giugno 2026

Non solo carezze. Una favola moderna

 

SF
Scenari Futuri
a cura di
Prof. Pasquale Giustiniani
Avvia presentazione
Non solo carezze… Una favola moderna
Lina De Cicco  ·  LER, Marigliano 2026  ·  Intervento di Pasquale Giustiniani
Lettura
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1 / 12 Marigliano · 12 giugno 2026


sabato 23 maggio 2026

La canzone napoletana in radio. Storia, politica e programmazione musicale dal 1926 al 1952

Books and Museum 24.5.2026

Luigi Ottaiano - Nadia Sodano, LA CANZONE NAPOLETANA IN RADIO STORIA, POLITICA E PROGRAMMAZIONE MUSICALE DAL 1926 AL 1952, edizioni Libreria del Castello, Solopaca 2025, pp. 450.

Le mie conclusioni

Con questo volume, ancora a quattro mani, Luigi Ottaiano porta fino agli inizi degli anni Cinquanta del secolo breve la sua ricerca. Sono già noti, insieme  gli altri testi: Storia della canzone napoletana dalle origini al 1880, II edizione, Napoli, Cuzzolin, 2025; Storia della canzone napoletana: dal 1880 al 1929, Napoli, Cuzzolin, 2024; Storia della canzone napoletana: dal 1930 ai giorni nostri, Napoli, Cuzzolin, 2024 

 

1.   Munasterio ’e Santa Chiara

Dimane? Ma vurria partì stasera. - Luntano, no, nun ce resisto cchiù. Dice che c’è rimasto sulo ’o mare, - che è ’o stesso ’e primma, chillu mare blu. Munasterio ’e Santa Chiara, - tengo ’o core scuro scuro. Ma pecché, pecché ogne sera, - penzo a Napule comm’era, penzo a Napule comm’è?.

Come leggiamo nel ponderoso volume, «Munasterio ’e Santa Chiara rappresenta una delle testimonianze più struggenti degli orrori della guerra. Il 4 agosto 1943, i bombardamenti distruggono la storica basilica di Santa Chiara, costruita nel 1300, a cui i napoletani erano molto legati. Questo brano diventa il simbolo della ricostruzione post-bellica, con il testo che racconta di un emigrante desideroso di tornare a Napoli, ma contemporaneamente teme di trovare una città distrutta e sconvolta dalla guerra» (pp. 231-232).

domenica 17 maggio 2026

Tra ragione, fede e scienza. Le domande degli studenti dell' ISS Carlo Levi di Marano (NA)

Mattinata di discussione (il 15 maggio 2026) con gli studenti del classico, delle scienze umane e dello scientifico nell'aula magna dell'Istituto Superiore Statale "Carlo Levi" di Marano di Napoli, sotto la regia eccellente della Dirigente scolastica.

Dopo un progetto di "Letture a scuola", coordinato dai docenti di Religione e di Filosofia del Carlo Levi, gli studenti di ben cinque classi hanno incontrato e posto domande ai tre autori di "Tra ragione, fede e scienza" (edizioni La Valle del Tempo, Napoli 2025).
Il libro è nato dalle discussioni di tre amici — un filosofo, un teologo e uno scienziato — che si interrogano insieme su un tema antico e sempre attuale: il rapporto fra la scienza e la fede.
Pasquale Giustiniani (filosofo e docente in Facoltà teologica e al suor Orsola Benincasa), Raffaele Russo (un lucidissimo teologo della morale, di ben 92 anni!) e Luigi Verolino (ingegnere della Federico II) sono gli autori del volume Tra Ragione, Fede e Scienza, pubblicato dall’Editrice La Valle del Tempo, con prefazione del matematico Guido Trombetti e postfazione del giornalista Umberto Chiariello.

KARIM Il bambino dal compleanno inventato. Cinzia Brancato al Books&Museum

TGR Campania
Libriamoci con Cinzia Brancato
Servizio televisivo · Karim. Il bambino dal compleanno inventato
Cinzia Brancato · Karim. Il bambino dal compleanno inventato © RAI TGR Campania · uso editoriale non commerciale
Giustiniani Report

KARIM

Il bambino dal compleanno inventato

Presentazione Ufficiale
Domenica 17 Maggio 2026, ore 11:30
Complesso Monumentale di Santa Maria La Nova, Napoli
Sala Margherita Lama Caputo
Locandina ufficiale Books & Museum
Panoramica della sala dell'evento

Sala Margherita Lama Caputo

Un colpo d'occhio straordinario nel cuore del Complesso Monumentale a Napoli. La numerosa partecipazione testimonia il vivo interesse e la profonda attenzione dei presenti verso le tematiche civili sollevate dal volume di Cinzia Brancato.

L'Ascolto delle Fratture Interiori

Un momento cruciale del dibattito incentrato sulle dinamiche della genitorialità adottiva. Gli sguardi in platea riflettono il coinvolgimento emotivo suscitato dalle letture critiche eseguite nel corso della mattinata.

Dettaglio pubblico attento
Partecipanti e interventi

Il Paradosso dell'Iter Adottivo

«...come se la genitorialità potesse essere assicurata da un bonifico più consistente» (p. 74).

Il Report mette in luce l'analisi sferzante dell'autrice in merito ai pesanti carichi burocratici ed economici legati alle adozioni.

Dibattito e Territorio

La sessione si è conclusa con l'intervento attivo del pubblico e le riflessioni finali dei relatori Pasquale Giustiniani, Silvio de Maio e Maria Pirro, tracciando nuove risposte sul valore dell'accoglienza.

Inquadratura finale platea

• La presentazione scorre automaticamente ogni 7 secondi •

venerdì 1 maggio 2026

Napoli: una storia lunga 2500 anni

Books and Museum, 19 aprile 2026 

Il mio intervento sul volume di

Guido D’Agostino, Napoli: una storia lunga 2500 anni, Edizioni la Valle del Tempo, Napoli 2026, pp. 146

 

È difficile ripercorrere, con metodo e mano di storico, qual è Guido D’Agostino, una storia, oggi cronaca, lunga ben 2500 anni. Storia di una città che è, insieme, assetto urbanistico, collettività di persone con i propri cicli demografici (a volte si potrebbe dire insieme di popoli), insieme di vicende che si dipanano tra mito e storia… E fare tutto ciò, con un taglio di particolare attenzione alle «trasformazioni della morfologia urbana» (p. 4), che è un rilevante fattore che rivela quel grande, straordinario, contenitore, che è Napoli, ovvero un «miscelatore, ricettore, rielaboratore e diffusore, propagatore intorno a sé, e a distanza, di esperienze culturali, psicologiche e antropologiche» (p. 5) che oggi contano due millenni mezzo.

Il professor D’Agostino ci prova e, mi sembra, ci riesce, offrendoci, nelle tre parti del volume, il senso e le sfaccettature delle tante Napoli in una medesima Napoli (cfr. p. 43), come si vede perfino nella più recente vicenda elettorale (cfr. soprattutto la terza parte e, in essa, per la vicenda elettorale dei sindaci, la p. 47, che giunge fino alla consiliatura di Gaetano Manfredi (classe 1964).

L’Autore compie per noi tutti questo, nella condivisibile convinzione, «che anche la vicenda elettorale, e relativa traduzione politica del voto, presenta quel carattere di indiscutibile specificità e contraddittoria singolarità» (p. 47).

Così, miti arcaici e vicende storiche, idealità e monumenti, stagioni in cui Napoli fu capitale di un Regno e altre in cui dovette adattarsi alle scelte politiche di regnanti e di nuovi poteri, si susseguono nei momenti essenziali. Il tutto viene descritto con il peculiare occhio e scrittura dello storico, che si ritaglia e segue un suo preciso metodo di rilettura, che segue «l’intreccio tra i processi sociali, politici ed istituzionali da un lato, e quelli riguardanti il piano urbanistico e l’assetto del territorio dall’altro… secondo momenti e con modalità distinti» (p. 30).

La lunga vicenda storica della città/mondo, che è Napoli, pur in una visione consapevolmente panoramica (col rischio, cioè, di perderne le sfumature e sfaccettature), viene, dunque, seguita e narrata in poche, godibili, pagine, prevalentemente attraverso la proiezione/rappresentazione in chiave urbanistica e territoriale delle vicende, dei temi, dei monarchi, della classi sociali e dei fenomeni che, attraverso le trasformazioni della morfologia urbana nelle successive stagioni ed epoche, vanno dipingendo i vari aspetti di una vera e propria stratigrafia della città: «sulle scena fisica della città, modellata, appunto, in senso stratigrafico» (p. 5), prendono, così, corpo le identità mitiche di Partenope/Neapolis e storiche delle varie stagioni di quella che è stata capitale del sud. Si tratta sono identità multiverse e pluriverse, multi-etniche e multi-razziali, in sintesi delle identità aperte e meticce, porose come le pietre e le strutture murarie e viarie che si susseguono nei tempi delle costruzioni e ricostruzione dell’assetto monumentale e viario. I temi, fenomeni ed eventi raccontati si proiettano sempre sulla «corrispondente proiezione/rappresentazione in chiave urbanistica e territoriale» (p. 41).

 

domenica 19 aprile 2026

Le pericolose degenerazioni disumanizzanti dell’iperconnessione digitale: come il non-umano annienta la democrazia

Nel recente saggio di Massimo Fragola TUTTI GLI UOMINI DELLA DEMOCRAZIA Dialogo con il “non umano” e la trappola dell’opinione prevalente, il professore vuole scomodarci dall’inerzia delle nostre coscienze arrugginite dall’assenza di stimoli, o meglio, dalla ipertrofica sovrastimolazione dell’odierna società digitale. I sistemi social-democratici occidentali sperimentano ad oggi una rappresaglia su più fronti, un attacco interno ed esterno che sembra volerne minarne la solidità e farne sbiadire la componente umanitaria. È proprio dalla componente umanitaria, elemento fondante dell’impalcatura assiologica democratica, che Fragola avvia la sua indagine e stimola la riflessione dei suoi interlocutori.

Il benessere individuale e collettivo non sono compartimenti stagni isolati e divergenti, ma sono parte di un’unica trama, di un unico innesto. Prima di chiederci che ne è stato dei valori democratici dobbiamo chiederci: in che modo ad oggi ci si relaziona gli uni agli altri? In un’epoca in cui il digitale si impone a riscrivere i connotati della realtà concreta, e in definitiva la fagocita, la crisi identitaria del sistema democratico è in primis accostabile a quella, ab origine, che affligge il cittadino, che è prima di tutto individuo e uomo. L’essere umano, nella selva oscura dell’”arena digitale”, si illude di esserci, ma di fatto non c’è. Si illude di affermare la sua opinione, ma quest’ultima si disperde nel marasma di commenti fini a sé stessi, in un dialogo che assume i caratteri effettivi di un soliloquio. Quindi, nei fatti, una non-opinione. Proprio quel dialogo che è strumento imprescindibile di formazione delle idee condivise, ma che ha il suo momento formativo nel confronto di idee divergenti, approdando così alla condivisione di un comune assunto che di quelle opinioni è il naturale compromesso. Del resto, le stesse costituzioni democratiche del dopoguerra, tra cui proprio quella nostrana, videro la luce proprio da un “compromesso”, da una concertazione di attori appartenenti a fazioni e orientamenti politici diversi e perfino potenzialmente antagonisti.

Hanna Arendt, nel suo saggio “La vita activa” (1964), lo sottolineava: la democrazia nasce dalla problematizzazione dei valori condivisi, ma la condivisione nasce e cresce dal confronto.

Tutto questo, come trova riscontro in un panorama attuale dove a colpi di click si ingolfano bacheche e dirette social e dove la qualità del dibattito pubblico si riduce al netto della crescita delle voci che vi partecipano, o si illudono di parteciparvi?

L’impressione è che la smaterializzazione delle piazze e delle aule in cui si discute della cosa pubblica, dei temi civili, delle relazioni internazionali sempre più precarie non abbia condotto, come forse si paventava, ad un’ottimizzazione del dialogo democratico, ad un’espansione inclusiva della partecipazione collettiva, ma l’abbia invece drasticamente impoverita. Quando scriviamo commenti, lasciamo un like o condividiamo un post ci illudiamo di instaurare un’interazione, di esprimere la nostra visione delle cose, o semplicemente di “partecipare” ad un dialogo in atto di cui siamo compartecipi, ma in realtà restiamo chiusi nella nostra cappa di isolamento.

venerdì 10 aprile 2026

Un’agenda per il Paese. Come cambiare rotta e costruire un’Italia fondata sul lavoro e sui diritti sociali

 
Vi sono libri che nascono dalla denuncia, e altri — più rari e più preziosi — che nascono dalla responsabilità. Un'agenda per il Paese, curato da Carlo Iannello, Guido M. Cappelli e Ciro Silvestri ed edito da Editoriale Scientifica nel 2026, appartiene a questa seconda categoria. E la presentazione avvenuta al Books&Museum ne ha restituito con fedeltà lo spirito: non un lamento sul presente, ma un progetto — coraggiosamente concreto — per rifondare su basi solide un'Italia che da decenni smarrisce se stessa. Il filo conduttore dell'incontro è stato, in sostanza, una domanda antica formulata in termini nuovi: è possibile invertire la rotta? Gli autori rispondono di sì, ma a condizione che si abbia il coraggio di guardare in faccia ciò che è accaduto: quarant'anni di politiche neoliberiste hanno sistematicamente smantellato il modello sociale costruito nel dopoguerra, quel modello fondato sul lavoro stabile, sulla sanità universale, sui servizi pubblici, su una scuola che fosse davvero — secondo la bella espressione — ascensore sociale. Al suo posto si è insediata la logica della rendita parassitaria, della precarizzazione, della diseguaglianza crescente. 

🔖Carlo Iannello, costituzionalista presso l'Università Luigi Vanvitelli, ha portato all'incontro la voce del giurista che non dimentica di essere cittadino. Il suo richiamo alla Costituzione non è formalistico: è la Costituzione come bussola morale, come argine a ciò che egli definisce una progressiva erosione della sovranità economica del Paese. Non si può costruire un'Italia giusta, egli argomenta, senza riportare al centro dell'azione politica i diritti fondamentali — non come enunciazione retorica, ma come struttura concreta dell'ordinamento. 
🔖Guido M. Cappelli, storico della letteratura italiana all'Università L'Orientale di Napoli, ha offerto la prospettiva forse più inattesa e per questo più feconda: quella umanistica. Il declino che stiamo vivendo non è solo economico; è anche — e forse soprattutto — culturale. Si è smarrita la capacità di immaginare un'alternativa, di pensare il futuro come qualcosa di costruibile e non di subito. La letteratura, la storia delle idee, il pensiero critico: non sono lussi accademici, ma strumenti indispensabili per restituire alla politica la sua dimensione più alta, che è sempre stata — almeno nelle tradizioni migliori — una forma di cura della comunità. 
🔖Ciro Silvestri, sociologo, docente e sindacalista, ha incarnato nell'incontro la voce di chi lavora sul campo: il mondo del lavoro, le battaglie civili e sociali, la dimensione concreta dei diritti negati o conquistati. Il suo contributo ha ricordato che nessuna agenda di cambiamento può restare sulla carta se non trova radici nell'esperienza viva delle persone, nella loro capacità di organizzarsi, di resistere, di proporre. 

Ciò che il volume — e la mattinata al Books&Museum — consegna al lettore e all'ascoltatore è dunque qualcosa di più di un'analisi: è un programma di ricostruzione civile, decennale nella sua prospettiva, radicale nei suoi presupposti, ma rigorosamente ancorato alla tradizione costituzionale repubblicana. Non si tratta di nostalgia. Si tratta di memoria operosa: ricordare ciò che è stato per immaginare con più lucidità ciò che può ancora essere. In un tempo in cui il pensiero pubblico tende alla frammentazione e alla rassegnazione, opere come questa — e conversazioni come quella ospitata al Books&Museum — testimoniano che l'Italia intellettuale non ha rinunciato a fare il proprio mestiere: pensare per trasformare

venerdì 3 aprile 2026

generazione Beta e Vangelo, come evangelizzare oggi i giovani — PSN TV

● PSN TV Fresco di Stampa · Puntata 8 · Giuseppe Puglisi
La Valle del Tempo · collana Biblioteca di Scenari scenarifuturi.blogspot.com
Sono stato ospite, con grande piacere, di Rosario Lavorgna nell'8ª puntata di Fresco di Stampa, la rubrica letteraria di PSN TV – Per Sempre News, per presentare un volume che considero tra i più stimolanti e necessari dell'attuale produzione teologico-pastorale italiana: "Sequela e servizio. Per una nuova evangelizzazione dei giovani" di Giuseppe Puglisi, pubblicato da La Valle del Tempo nella collana Biblioteca di Scenari, di cui sono direttore. Si tratta di una ricerca di notevole rigore metodologico, che ha preso le mosse da un sondaggio quali-quantitativo condotto su 1208 studenti delle scuole del territorio della Diocesi di Ventimiglia-Sanremo. Una base empirica solida, che conferisce al lavoro di Puglisi un'autorevolezza non soltanto speculativa ma radicata nel vissuto reale dei giovani d'oggi. Il cuore dell'operazione intellettuale compiuta dall'autore è, a mio avviso, di rara eleganza: riprendere due grandi categorie bibliche e teologiche — la sequela e il servizio — e rilanciarle come leve autentiche per ripensare la pastorale giovanile in un tempo nel quale si affaccia alla scena la cosiddetta generazione Beta, dopo i Millennials, gli Zoomers e la generazione Alpha.

domenica 22 marzo 2026

Francesco d’Assisi. Un Santo senza tempo

Nella complessa trama del nostro presente, dove il sacro rischia spesso di essere ridotto a pura astrazione o, al contrario, a reperto museale, la figura di Francesco d’Assisi continua a porsi come una "provocazione" necessaria. Ho avuto il piacere di parlarne recentemente negli studi di PSN TV, ospite dell’amico Rosario Lavorgna, in un dialogo denso di suggestioni con l’artista e poeta Lavinio Sceral. Al centro del nostro incontro, il suo volume “Francesco d’Assisi. Un santo senza tempo” (Edizioni La Valle del Tempo), un’opera che definirei "audace" per la sua capacità di restituirci il Poverello nella sua interezza, non solo spirituale ma profondamente corporea. Sceral, attraverso versi e dipinti di rara intensità, compie un’operazione di 

sabato 21 marzo 2026

Seminatore di verità. Storia di una vocazione

Sono stato ospite di Rosario Lavorgna nella 41ª puntata di Fresco di Stampa, la rubrica letteraria di PSN TV – Per Sempre News, che ormai con regolarità dà voce alle voci della cultura campana e meridionale. Un'occasione che ho accolto con piacere, anche per parlare delle collane che dirigo per La Valle del Tempo Edizioni di Napoli — "Scenari" e "Biblioteca di Scenari" — realtà editoriale che considero un presidio culturale autentico e necessario nel panorama del Mezzogiorno. 

La puntata era incentrata sul libro Seminatore di Verità. Storia di una vocazione di Maria Gargotta, edito proprio da La Valle del Tempo nella collana Tracce di memoria. 
La puntata presenta il libro Seminatore di verità come una storia di vocazione e ricerca spirituale, incentrata sulla figura di Nicola, poi diventato Padre Luigi. 
Il racconto ripercorre: 

domenica 1 marzo 2026

Quando i fiori diventeranno alberi

MuseoCampano. Capua, 1 marzo 2026

Luciano D’Angelo, Quando i fiori diventeranno alberi, La Valle del Tempo, Napoli 2025

 

1.   Matres et filii

Le migliaia di Matres matutae di questo meraviglioso Museo campano portano tra le braccia coppie, a volte più coppie, di piccoli, neonati e bambini… Fiori appena sbocciati; oppure, se il significato di queste madri votive è prevalentemente escatologico, fiori che, dopo la morte terrena, sono come tornati a sbocciare per una vita senza fine.

In ogni caso, una donna,  in tufo in pietra, figurata come seduta con le braccia colpe di uno o più figli, ci appare quasi certamente come il simbolo, già pre-cristiano, della concessione del sommo bene della fecondità. Quando, i frutti fecondi di un grembo materno saranno cresciuti; quando, finalmente, i fiori-figli diventeranno alberi, si, anzi ci, domanda il poeta e letterato Luciano D’Angelo, la cui silloge è stata accolta in una delle collane delle le edizioni La Valle del Tempo, di Napoli? È un interrogativo, una promessa, una certezza di futuro, un auspicio?

 Quale nuovo scenario vuol dipingere D’Angelo (ma anche quali scenari squadernano i disegni interni di Raffaella Boccia), in vista di una vera e propria “rivoluzione”, che la frase di esergo del volume augura, appunto, a tutti i fiori che vorranno, forse potranno, diventare alberi.

 

2.   I fiori di fronte a un esercito di intenti e di promesse

Quando mai potranno diventare alberi le promesse dei virgulti appena usciti dalla Terra mater? Quando potranno gustare il piacere almeno di sbocciare, in una terra - la nostra -, in cui l’Unicef, soltanto nel 2024, ha registrato un numero record di 520 milioni di bambini e adolescenti presenti in zone di conflitto attivo? Quando diventeranno alberi se, secondo l’ultimo rapporto "Stop the War on Children: security for whom?" si registra il maggior numero di conflitti tra Stati dalla fine della Seconda Guerra Mondiale? Quando mai sbocceranno questi virgulti e dove diventeranno alberi, se, nel nostro mondo, va emergendo un numero senza precedenti di gravi violazioni contro bambini e adolescenti nei conflitti? Nel 2024 almeno 41.763 sono le violazioni recensite: èarliamo di un aumento del 30% rispetto al 2023, che già rappresentava l’anno record da quando sono iniziate le rilevazioni delle violazione, e circa il 70% in più rispetto al 2022!

sabato 21 febbraio 2026

La città come teatro di una guerra di racconti: Michel de Certeau in prima persona al Books&Museum

Michel de Certeau, In prima persona. Tra cultura, religione e politica, a cura di Luigi Mantuano, Scholè-Editrice Morcelliana, Brescia 2025, pp. 252

L’intensa vita e la vasta attività pubblicistica di Michel, Jean, Emmanuel de la Barge de Certeau (Chambéry, 17-3-1925-Paris 1986) meritavano una meditata riflessione, come quella ora consegnata da Mantuano in queste pagine. Esse ci mettono in grado di ripercorrere le avventure culturali e accademiche di un fervido intellettuale gesuita (entra nella Compagnia di Gesù nel 1950 e diviene in essa professo nel 1963, per poi svolgere un gande ruolo di ricercatore e intellettuale ad alti livelli, non soltanto in Francia).

Un pensatore, de Certeau, che ha sviluppato, in particolare, un’ampia ricerca storica e un’intensa attività pubblicistica, espressa in vari paesi dell’Europa e in Italia, oltre che nelle Americhe del nord e del sud: insegnamento accademico; attività pubblicistica (anche in grandi riviste scientifiche); ricerca storica sugli autori spirituali gesuiti delle origini; esame della spiritualità contemporanea, delle pratiche cultuali contemporanee, oltre a numerosi interventi giornalistici e osservazioni sulle più diverse pratiche della contemporaneità, in particolare sulle istituzioni culturali (nel senso di ciò che dà luogo e permette la cultura)…

Insomma, un pensatore versatile e profondo, capace di correlare l’antico e il nuovo, la tradizione e la contemporaneità, nella convinzione, da lui espressa al momento della sua esperienza nel Centre Georges-Pompidou nel 1983, allorché scrisse, come ora possiamo leggere nel volume curato da Mantuano, che bisogna «opporre rimedio all’usura provocata dall’accelerazione del tempo, del panottismo dello spazio aperto e dal confronto permanente con la folla» (p. 221).

venerdì 20 febbraio 2026

BRUNIANA 2026, Nola diventa capitale delle idee

La Napoli di Vlad terzo, che va diventando la Napoli di Giordano Bruno

Scenari Futuri
TGR Campania
📺 Video

Quattro giorni dedicati a Giordano Bruno e al pensiero

📅 Febbraio 2026 📍 Napoli 🎙️ TG Regionale

1.     La Napoli di Vlad terzo, dei Ferrillo, dei Turbolo e dei Domenicani di san Domenico maggiore.

Il volume curato da Giuseppe Reale, con il punto di domanda nel titolo “Vlad, dovesei?” (edizioni La valle del tempo, 2025), ci consente d’insistere oggi su quel dove. Se i resti di Vlad III Tepes sono a Napoli, in una sepoltura di cui parla il Codice la Nova, recentemente decriptato da uno studioso rumeno, nella medesima capitale, esattamente, il 16 giugno 1566 Filippo Bruno (originario del Nolano), poco più che diciassettenne, entra come novizio, assumendo il nome di Giordano nel convento domenicano di S. Domenico Maggiore a Napoli, noto per l’alto livello dell’insegnamento universitario che vi era impartito.

Un convento dei Minori osservanti – oggi Complesso museale di santa Maria la Nova in Napoli – avrebbe accolto, ma certamente commemora, il terzo Vlad, la cui memoria è conservata oggi in un cappella fondata in Napoli, poco dopo che fra’ Giordano sarà andato via, esattamente nel 1586 ,dal Pio Monte per disposizione testamentaria di Prospero Turbolo, ma nel '700 il Nepita la troverà spogliata di tutto. L'altare marmoreo, con le armi scolpite dei Turbolo, fu eretto nella rifazione generale degli ambienti, avvenuta nel sec. XVIII. L'opera, prodotto di maestranze locali presenta una estrema semplificazione e schematizzazione dei modi decorativi settecenteschi), constata - e oggi, grazie a Tufàn, può finalmente leggere decodificato - una sorta di codice riscritto, con intenti di renderlo, forse, oscuro, o almeno non subito chiaro ed evidente. In esso le linee originarie in lingua greco bizantina moderna, dipinte direttamente sul muro (che potrebbero risalire, all’analisi della fluorescenza indotta da radiazioni ultraviolette, anche al secolo XVI)[1], appaiono essere state come criptizzate da più di una mano successiva al secolo XVI (allorché la mano originaria avrebbe cominciato presumibilmente a scrivere su quel muro, quasi a voler rendere non subito evidente all’occhio profano, quanto ivi tracciato). Il codice la Nova riguarda certamente colui che viene apostrofato, fin dalla linea 8 della iscrizione decifata, come «Vlad ho tōn Vlachōn», il Vlad dei Valacchi (cioè colui che, di nome Vlad, viene dalla Valacchia). Di lui, alla linea 10, si riferisce, forse con linguaggio allegorico: «Dis ephoneuthē – “egli due volte fu ucciso”».

Corrado Ocone, il non detto della libertà

tra corpo, genere e persona nella tradizione cattolico-romana, sarò all'Embodied Lives, di Uni-Malta

Nei prossimi giorni sarò a Malta , ospite del colloquio internazionale Embodied Lives: Interdisciplinary Dialogues on the Body , che l'...