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sabato 21 febbraio 2026

La città come teatro di una guerra di racconti: Michel de Certeau in prima persona al Books&Museum

Michel de Certeau, In prima persona. Tra cultura, religione e politica, a cura di Luigi Mantuano, Scholè-Editrice Morcelliana, Brescia 2025, pp. 252

L’intensa vita e la vasta attività pubblicistica di Michel, Jean, Emmanuel de la Barge de Certeau (Chambéry, 17-3-1925-Paris 1986) meritavano una meditata riflessione, come quella ora consegnata da Mantuano in queste pagine. Esse ci mettono in grado di ripercorrere le avventure culturali e accademiche di un fervido intellettuale gesuita (entra nella Compagnia di Gesù nel 1950 e diviene in essa professo nel 1963, per poi svolgere un gande ruolo di ricercatore e intellettuale ad alti livelli, non soltanto in Francia).

Un pensatore, de Certeau, che ha sviluppato, in particolare, un’ampia ricerca storica e un’intensa attività pubblicistica, espressa in vari paesi dell’Europa e in Italia, oltre che nelle Americhe del nord e del sud: insegnamento accademico; attività pubblicistica (anche in grandi riviste scientifiche); ricerca storica sugli autori spirituali gesuiti delle origini; esame della spiritualità contemporanea, delle pratiche cultuali contemporanee, oltre a numerosi interventi giornalistici e osservazioni sulle più diverse pratiche della contemporaneità, in particolare sulle istituzioni culturali (nel senso di ciò che dà luogo e permette la cultura)…

Insomma, un pensatore versatile e profondo, capace di correlare l’antico e il nuovo, la tradizione e la contemporaneità, nella convinzione, da lui espressa al momento della sua esperienza nel Centre Georges-Pompidou nel 1983, allorché scrisse, come ora possiamo leggere nel volume curato da Mantuano, che bisogna «opporre rimedio all’usura provocata dall’accelerazione del tempo, del panottismo dello spazio aperto e dal confronto permanente con la folla» (p. 221).

venerdì 20 febbraio 2026

BRUNIANA 2026, Nola diventa capitale delle idee

La Napoli di Vlad terzo, che va diventando la Napoli di Giordano Bruno

Scenari Futuri
TGR Campania
📺 Video

Quattro giorni dedicati a Giordano Bruno e al pensiero

📅 Febbraio 2026 📍 Napoli 🎙️ TG Regionale

1.     La Napoli di Vlad terzo, dei Ferrillo, dei Turbolo e dei Domenicani di san Domenico maggiore.

Il volume curato da Giuseppe Reale, con il punto di domanda nel titolo “Vlad, dovesei?” (edizioni La valle del tempo, 2025), ci consente d’insistere oggi su quel dove. Se i resti di Vlad III Tepes sono a Napoli, in una sepoltura di cui parla il Codice la Nova, recentemente decriptato da uno studioso rumeno, nella medesima capitale, esattamente, il 16 giugno 1566 Filippo Bruno (originario del Nolano), poco più che diciassettenne, entra come novizio, assumendo il nome di Giordano nel convento domenicano di S. Domenico Maggiore a Napoli, noto per l’alto livello dell’insegnamento universitario che vi era impartito.

Un convento dei Minori osservanti – oggi Complesso museale di santa Maria la Nova in Napoli – avrebbe accolto, ma certamente commemora, il terzo Vlad, la cui memoria è conservata oggi in un cappella fondata in Napoli, poco dopo che fra’ Giordano sarà andato via, esattamente nel 1586 ,dal Pio Monte per disposizione testamentaria di Prospero Turbolo, ma nel '700 il Nepita la troverà spogliata di tutto. L'altare marmoreo, con le armi scolpite dei Turbolo, fu eretto nella rifazione generale degli ambienti, avvenuta nel sec. XVIII. L'opera, prodotto di maestranze locali presenta una estrema semplificazione e schematizzazione dei modi decorativi settecenteschi), constata - e oggi, grazie a Tufàn, può finalmente leggere decodificato - una sorta di codice riscritto, con intenti di renderlo, forse, oscuro, o almeno non subito chiaro ed evidente. In esso le linee originarie in lingua greco bizantina moderna, dipinte direttamente sul muro (che potrebbero risalire, all’analisi della fluorescenza indotta da radiazioni ultraviolette, anche al secolo XVI)[1], appaiono essere state come criptizzate da più di una mano successiva al secolo XVI (allorché la mano originaria avrebbe cominciato presumibilmente a scrivere su quel muro, quasi a voler rendere non subito evidente all’occhio profano, quanto ivi tracciato). Il codice la Nova riguarda certamente colui che viene apostrofato, fin dalla linea 8 della iscrizione decifata, come «Vlad ho tōn Vlachōn», il Vlad dei Valacchi (cioè colui che, di nome Vlad, viene dalla Valacchia). Di lui, alla linea 10, si riferisce, forse con linguaggio allegorico: «Dis ephoneuthē – “egli due volte fu ucciso”».

domenica 1 febbraio 2026

il diario di Maria Balsa, fantasia romanzata al Books & Museum

 📚Books and Museum, 7 febbraio 2026

Un “fantasia romanzata” su Maria Balsa.

Alcuni spunti tra fantasia che provoca la realtà

La ricerca delle proprie origini biologiche ha oggi, in Italia, un vero e proprio “movimento” culturale e giuridico, oltre che bioetico[1].

Da parte sua, Lanaro Giorgiana Mioara, la scrittrice, del cui libro oggi parliamo, narra di una propria personale ricerca delle origini biologiche, scrivendo - come da Manzoni in poi fanno in molti - del ritrovamento di un documento. L’autrice narra, infatti, di essersi imbattuta in un fascicolo di fonti e atti, che la riporterebbero a connessioni biologiche niente di meno che con Maria Balsha. Proprio così nella finzione letteraria, nella quale viene descritta anche la Balsha: «Una principessa fuggita dai Balcani dopo la caduta della sua terra, figlia, forse di Vlad III, conosciuto al mondo come “Dracula”. Accolta alla corte aragonese di Napoli, visse sotto la protezione del re Ferrante, nascosta dietro un nome che non era il suo»[2].

Ne nasce, così, attraverso l’invenzione letteraria del ritrovamento di una fonte, quello che la stessa Autrice denomina opportunamente romanzo di fantasia storica. Un romanzo, tuttavia, in cui ella non omette di evocare quelle che, nella fantasia romanzata, sarebbero le possibili connessioni con colei che, forse, come la scrittrice ritiene, fu una sua antenata, andata in sposa a Giacomo Alfonso Ferrillo nella contea di Muro, esattamente nella città di Acerenza. Le cronache di età moderna descrivono Maria Balsa come arrivata in Italia nel 1480, giuntavi all’età di circa 7 anni, orfana, al seguito di Andronica (Donuka) Arianiti Comnena - la vedova dell’eroe albanese Giorgio Castriota Skanderbeg, despota di Albania - e di suo figlio Giovanni, giunti, appunto, profughi alla corte del loro alleato - anche in virtù della comune appartenenza all'Ordine del drago -, cioè dell’allora re di Napoli Ferrante (Ferdinando I) d’Aragona (1458-1494).

Il romanzo dell’autrice immette nel racconto fantastico numerosi aspetti precedenti e coevi alla stagione spagnola del regno di Napoli, non senza espliciti richiami ai Ferrillo e ad altri personaggi che vengono come trasfigurati in questo Diario romanzato: «Con Nica e Alfonso abbiamo trovato informazioni preziose su Vlad, su mia madre e sulla famiglia Ferrillo. La scoperta dell’epigrafe a Napoli, la cripta di Acerenza con gli affreschi che raccontano le origini della mia famiglia… è come se i pezzi del puzzle della mia vita iniziassero a combaciare, anche se a volte mi fanno più paura che altro. Ho provato paura, eccitazione, gioia, confusione… tutto insieme»[3].

Corrado Ocone, il non detto della libertà

Quando i fiori diventeranno alberi

MuseoCampano . Capua, 1 marzo 2026 Luciano D’Angelo, Quando i fiori diventeranno alberi , La Valle del Tempo, Napoli 2025   1.    Matr...