Nel recente saggio di Massimo Fragola “TUTTI GLI UOMINI DELLA DEMOCRAZIA Dialogo con il “non umano” e la trappola dell’opinione prevalente”, il professore vuole scomodarci dall’inerzia delle nostre coscienze arrugginite dall’assenza di stimoli, o meglio, dalla ipertrofica sovrastimolazione dell’odierna società digitale. I sistemi social-democratici occidentali sperimentano ad oggi una rappresaglia su più fronti, un attacco interno ed esterno che sembra volerne minarne la solidità e farne sbiadire la componente umanitaria. È proprio dalla componente umanitaria, elemento fondante dell’impalcatura assiologica democratica, che Fragola avvia la sua indagine e stimola la riflessione dei suoi interlocutori.
Il
benessere individuale e collettivo non sono compartimenti stagni isolati e
divergenti, ma sono parte di un’unica trama, di un unico innesto. Prima di
chiederci che ne è stato dei valori democratici dobbiamo chiederci: in che modo
ad oggi ci si relaziona gli uni agli altri? In un’epoca in cui il digitale si
impone a riscrivere i connotati della realtà concreta, e in definitiva la
fagocita, la crisi identitaria del sistema democratico è in primis accostabile
a quella, ab origine, che affligge il cittadino, che è prima di tutto individuo
e uomo. L’essere umano, nella selva oscura dell’”arena digitale”, si illude di
esserci, ma di fatto non c’è. Si illude di affermare la sua opinione, ma
quest’ultima si disperde nel marasma di commenti fini a sé stessi, in un
dialogo che assume i caratteri effettivi di un soliloquio. Quindi, nei fatti,
una non-opinione. Proprio quel dialogo che è strumento imprescindibile di
formazione delle idee condivise, ma che ha il suo momento formativo nel
confronto di idee divergenti, approdando così alla condivisione di un comune
assunto che di quelle opinioni è il naturale compromesso. Del resto, le stesse
costituzioni democratiche del dopoguerra, tra cui proprio quella nostrana,
videro la luce proprio da un “compromesso”, da una concertazione di attori appartenenti
a fazioni e orientamenti politici diversi e perfino potenzialmente antagonisti.
Hanna
Arendt, nel suo saggio “La vita activa” (1964), lo sottolineava: la democrazia
nasce dalla problematizzazione dei valori condivisi, ma la condivisione nasce e
cresce dal confronto.
Tutto
questo, come trova riscontro in un panorama attuale dove a colpi di click si
ingolfano bacheche e dirette social e dove la qualità del dibattito pubblico si
riduce al netto della crescita delle voci che vi partecipano, o si illudono di
parteciparvi?
L’impressione è che la smaterializzazione delle piazze e delle aule in cui si discute della cosa pubblica, dei temi civili, delle relazioni internazionali sempre più precarie non abbia condotto, come forse si paventava, ad un’ottimizzazione del dialogo democratico, ad un’espansione inclusiva della partecipazione collettiva, ma l’abbia invece drasticamente impoverita. Quando scriviamo commenti, lasciamo un like o condividiamo un post ci illudiamo di instaurare un’interazione, di esprimere la nostra visione delle cose, o semplicemente di “partecipare” ad un dialogo in atto di cui siamo compartecipi, ma in realtà restiamo chiusi nella nostra cappa di isolamento.
L’altro non esiste, ed è un interlocutore soltanto eventuale. L’assenza, per altro, di una moderazione equilibrata del dibattito acuisce l’antagonismo, la sopraffazione tra gli interlocutori, la violenza comunicativa, o, ancora, l’acritico assorbimento di idee fabbricate da altri. La deviazione disumanizzante è palpabile e preoccupante. Ma Fragola va anche oltre. Nel contesto attuale dobbiamo preoccuparci di un nuovo atipico componente della schiera di “uomini della democrazia”. Fin quando interagiamo nell’etere, la comunicazione (seppur fittizia o comunque, come si è detto, monca) riguarda soggetti umani (o almeno così ci è dato presumere, nel senso che al profilo con cui messaggiamo associamo, ancora, un essere fisicamente identificabile). E del resto questo lo presupponiamo ma pure non ne siamo assolutamente certi: si pensi ai bot e ai profili fake sempre più imperversanti e diffusissimi, come il professore tra l’altro nota. Ma ad oggi il problema è ancora un altro, e la minaccia verso la salvaguardia della democrazia e del suo patrimonio di valori si fa, per questo, decisamente più temibile.
Oggi
noi uomini non solo possiamo del tutto estromettere l’altro, ma possiamo
persino estromettere noi stessi dal ragionamento critico. Ad oggi è possibile
condurre un potenzialmente infinito dibattito con un interlocutore umanoide che
ci risponde come umano, ma che umano non è.
La
AI rappresenta la frontiera ultima del progresso tecnologico: il nuovo “cavallo
di ferro”, il marchingegno onnipotente dai risvolti imponderabili. L’AI ha un
suo portentoso bagaglio di conoscenze, un insieme fittissimo di dati che,
seppur con meccanismi algoritmici preimpostati, di fatto è in grado di
rielaborare in modo velocissimo. Se l’uomo per Aristotele era zoon logon
ekhon, cioè “essere dotato di parola”, oggi l’AI sembra aver fatto proprio
questo stesso attribuito, e di averlo persino perfezionato. L’AI, ad oggi, può
parlare, discutere, valutare, informare. Fragola aggiunge che essa si spinge
ancora oltre. Ad essa non è precluso, ma anzi garantito, l’ulteriore attributo
aristotelico della poesis: l’azione creativa.
Se
il nostro interlocutore preferenziale a cui chiediamo di restituirci notizie
sul mondo è un AI digitale che rimescola dati preinstallati e ce li restituisce
in una manciata di secondi rispondendo solo e unicamente ai nostri input, tutto
nasce, cresce e muore ancora nella dinamica individuale. Se sono io, più o meno
sapientemente o maldestramente a guidare l’AI (chi ci insegna a padroneggiare
consapevolmente l’AI, tra l’altro?), è sempre nella dimensione dell’io che ci
si racchiude e ci si abbarbica. L’isolamento si moltiplica, perché la dinamica
comunicativa non è solo fisicamente spersonalizzata, ma proprio a-personale.
Pensiamo poi a quanto l’utilizzo dell’AI possa rendere più opachi e meno
gestibili i processi contrattuali, per altro facendo sì che il diverso grado di
alfabetizzazione digitale e padronanza dell’innovativo strumento possa incidere
negativamente sulla parità contrattuale tra soggetti che si muovono e agiscono nel
mercato interno e globalizzato. Da questo punto di vista, l’UE diventa il
principale organismo fautore di una regolamentazione che tenti di arginare di
tutte le ricadute antiumane dell’uso incontrollato del non-umano. Fare in modo,
dunque, che l’AI svolga un ruolo coadiuvante e non ostacolante del pieno
sviluppo dell’umano nelle sue innumerevoli espressioni.
E
poi c’è un ulteriore rischio: prendere come oro colato tutto quello che l’arena
digitale o questi congegni umanoidi ci propinano come rivelazione della loro
mega-scienza.
Tutto
questo porta ad una conclusione infelice: la disabitudine alla lettura critica
dei fenomeni. E tutta questa svilente involuzione si riflette sull’efficienza
dei circuiti democratici. Perché la democrazia, al netto dei distinti contesti
culturali e sociali, non può non nascere dallo scambio d’opinione. In poche
parole, gli ingranaggi del nostro senso critico, privi dell’oliatura della
condivisione e del dibattito, finiscono per arrugginire. Interpellata sul tema
dell’origine della democrazia occidentale, l’AI, enumerando le caratteristiche
originarie della democrazia ateniese ed evidenziandone le differenze con quella
odierna la definisce come meno inclusiva. Meteci, schiavi e donne erano infatti
esentati dall’occuparsi della cosa pubblica. Del resto, per Aristotele i barbaroi
(e cioè gli stranieri) erano paragonabili a scimmie balbuzienti del tutto prive
di raziocinio, di quel precipitato razionale che rende uomini ragionevoli ed
equilibrati.
Non
sembra, dunque, del tutto arbitraria la constatazione del nostro infallibile
non-umano, ma quanto meno ci partirebbe un’ubbia: possiamo dire che oggi le
odierne democrazie sono inclusive? I dati e i riferimenti storici sembrano
smentirlo. Non solo le democrazie “fantoccio”, in cui la sterile proclamazione
di valori sulla carta cela un contesto effettivo dove quegli stessi valori
vengono mortificati nella non-curanza generale (vedasi Cina, le recenti
elezioni democratiche, la triste fine di Israele), ma anche le meglio definite
“democrazia imperfette” (flawed democracies) tra cui comparerebbe tra
l’altro il nostro paese.
Ma
anche quei paesi che del processo di democratizzazione dell’Occidente si posero
a suo tempo inauguratori rivelavano contraddizioni a monte: in Inghilterra, il
suffragio universale al principio riguardava 100 milioni di individui su una
popolazione complessiva di ben 400. L’eguaglianza formale era, in quel
contesto, velo di Maia sottilissimo al di sotto del quale regnavano rapporti di
forza retti da logiche tutt’altro che egualitarie.
Urge
quindi non peccare di idealizzazione.
Come
Fragola dice la democrazia è “magma malleabile”, non monolite dato e
incorruttibile. La democrazia va alimentata, va corretta, va incoraggiata, va
condotta. Ed è in questa sua specifica caratteristica che assume una rilevanza
prioritaria la problematizzazione pubblica delle idee attraverso il dibattito e
la partecipazione di quel popolo sovrano che di tutto questo processo non è inerte
spettatore, ma protagonista che tiene le redini. La crisi della rappresentatività
è un problema effettivo. Le istituzioni internazionali, brutalmente demonizzate
da certi filoni ideologici polarizzanti finiscono per diventare burattinaie di
trame sovversive volte a minare la sovranità statale e l’unicità culturale dei
popoli. Ancora possiamo analizzare questo ultima questione ricorrendo al
binomio io-altri. Così come l’uomo singolo ha bisogno del demos, e cioè
degli altri che costituiscono la collettività, la nazione (o, per meglio dire,
lo Stato, nella sua corretta declinazione europeista) non è e non deve essere
un satellite solitario, ma può beneficiare, e di fatto beneficia, del legame
con le altre nazioni, creando una portentosa sinergia che si pone o dovrebbe
porsi come anelito imprescindibile la valorizzazione dell’umano e del suo
nucleo di diritti inviolabili.
Siamo,
invece, in una società che incoraggia l’isolamento. Ma se siamo isolati siamo
anche più impauriti, più dispersi, più smarriti. Se non ci confrontiamo, siamo
meno avvezzi a pensare. E cosa accade? Che c’è chi pensa per noi, o meglio, c’è
chi si prende l’ardire di usarci come simulacri vuoti da riempire
convenientemente con un pacchetto di idee a consumo rapido già precostituite ad
arte da operatori sovrani che tessono le loro trame nell’ombra, o meglio in
zone grigie avulse dal diritto.
Polibio
chiamava la degenerazione della democrazia oclocrazia, il “governo delle
masse”. Se smettiamo di pensare e di mettere a dibattito le nostre idee, siamo
più facilmente manipolabili. Tutto questo è sintetizzato da Fragola con la
suggestiva metafora del pifferaio che seduce e ammaestra.
In
assenza di spazi reali di dibattito ragionato, l’influencer di turno sembra ergersi,
senza alcuna preventiva valutazione di merito e capacità, privilegiato
portatore dei bisogni e delle esigenze del popolo di “followers”. E quindi,
facilmente, parla alla pancia dell’utente social, che nel frattempo si è
stordito con la miriade a cascata dei reels e dei Tiktok, la nuova
sdoganata e tollerata dipendenza del giorno d’oggi. Sono queste, dice Fragola,
le “nuove droghe” del nostro millennio e che condividono, con quelle più
tradizionali, la stessa identica finalità e conseguenza: l’obnubilamento della
coscienza. La scarica dopaminica dell’iper-consumazione dei contenuti digitali
disperde la materia grigia e ci rende ancora meno liberi e capaci di pensare.
Questa è un ulteriore disumanizzazione, l’idea per cui l’umano sia sempre più
incapsulato suo malgrado nel suo ruolo di utente che fruisce e accumula nozioni
che nell’irruenza dell’algoritmo finiscono per non essere opportunamente
assimilate.
Circondati
da strumenti che minano la nostra ragionevolezza, a quali armi possiamo ancora
ricorrere? Ecco che, in un’epoca in cui la nostra “for you page” ci
propina contenuti che scorrono senza criteri di priorità e importanza, per fare
breccia nel cittadino medio bisogna catturare la sua già messa a dura prova
soglia d’attenzione. Proprio quelle “for you page” che sembrano
strutturate e sapientemente elaborate in termini personalistici per stimolare
l’engagement del consumatore di contenuti sono proprio le artefici della
spersonalizzazione su cui ragioniamo. Il dibattito pubblico ripercorre quella
stessa velocità disturbante. Si ricorre all’infelice tecnica comunicativa della
demonizzazione del farmakon, del capro espriatorio, attraverso lo slogan
politico facilmente digeribile urlato in piazza con parole cariche di acredine
verso il nuovo e interscambiabile artefice del declino. Si pensa che, estirpato
quello, come fu per Edipo a Tebe, il flagello si plachi. Se espelliamo lo
straniero irregolare, le carceri si sfolleranno. Se plachiamo le manie blasfeme
dell’ideologia gender, la natalità impenna e il sacro focolare della famiglia
tradizionale tornerà imperituro ad ardere. Se badiamo prima di tutto all’interesse
nazionale e ci proclamiamo antieuropei, ecco che ci avvieremo verso una nuova
promettente età del benessere, quel “Bengodi” di boccacciana memoria. Si
procede come un tiro al bersaglio per decidere su chi scaricare la
responsabilità tramite formule altisonanti. Tutto nell’ottica della
disgregazione e dell’impoverimento relazionale: il diverso non è valore
aggiunto in un’ottica di valorizzazione delle potenzialità individuali come
contributo alla comunità ma reietto imbelle da emarginare, sottomettere,
debellare come una variante patologica del sistema. Tutto questo perché, del
resto, la comunità non c’è più.
Ma
la polarizzazione del dibattito pubblico e la elargizione strategica di slogan
spendibili e riciclabili rendono, alla lunga, ancora più assuefatti. Alle vette
enfatiche segue, per definizione, una discesa top-bottom inevitabile che ci depaupera.
Da qui, infatti, la disaffezione politica dei nostri tempi, il problematico
fenomeno dell’astensionismo, l’idea, aberrante, che le questioni della res publica
siano altro da noi, scomode incombenze che ci lasciano indifferenti, che si
decidono a tavolini in salotti a porte chiuse dove predominano logiche di
potere e basate piuttosto sul predominio dell’interesse di classe, o peggio
dell’egoismo personale. E così: le diseguaglianze si rimarcano, l’informazione
è decentrata e dispersiva, la coscienza, già stanca, va in letargo e smette di
porsi domande.
L’assistente
digitale, l’ultimo protagonista della scena, pensa, risponde e crea al nostro
posto. È la nuova “tirannia mascherata a libertà” su cui, lungimirante,
ammoniva Pirandello: la tirannia del digitale, degli influencer-pifferai che
preconfezionano video acchiappa-like che fanno solo tanto rumore per poi
lasciarci con un pugno di mosche in mano, più di prima dubbiosi e desiderosi di
risposte.
Tutto
questo, e molto altro, è lo scenario desolante su cui Fragola sollecita una
nostra necessaria protesta, rispetto alla quale auspica una non più rimandabile
inversione di rotta. Contrastare
l’isolamento attraverso il ritorno al dialogo vero e ravvicinato, la
riattivazione dei canali sani di partecipazione democratica, quella concreta,
viva, rivitalizzare il ruolo mediatore dei “corpi intermedi”, oggi ridotti ad
eleganti stemmi che mandavano avanti il leader politico di turno che vuole
accaparrassi la poltrona. Se l’elettore medio decide di dare più credito
all’icona social che si mette in vetrina è chiaro che c’è stato un
cortocircuito che rischia di erodere irrimediabilmente il funzionamento
basilare del meccanismo democratico rappresentativo. Il rischio è che si abbia
un’orda di elettori che non sono che assuefatti “pappagalli” (bipedes,
li definiva Schopenhauer, esseri mediocri e ignoranti, pseudo-bestiali, animati
solo da futili frivolezze) che sguazzano nella “stupidità” che Fragola non
intende, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, in termini dispregiativi,
ma proprio come frutto di questo impoverimento dilagante di cui siamo tutti
inconsapevolmente vittime.
Contrastare
il “pericolo cibernetico con un cambio di paradigma”, non può portare, Fragola
dice, a rispolverare quel modello di “epistocrazia” a cui Mill
auspicava, diffidando del suffragio universale. Bisogna neutralizzare i
meccanismi corruttivi dell’odierna comunicazione richiamando l’attenzione sui
valori irrinunciabili da cui la democrazia occidentale e la comunità
internazionale erano partite per costruire una società più giusta, più equa,
più solidale. Ristorare la fiducia nelle istituzioni significa riscrivere le
modalità di interazione tra il rappresentante e il rappresentato: una dinamica
comunicativa più limpida, meno aggressiva e tracotante, che vada a rinsaldare e
far risaltare quella componente fiduciaria che è presupposto immancabile di
quel rapporto. Una responsabilizzazione e un’educazione comune. In primo luogo,
dello stesso rappresentante politico, che, non più arroccato nei suoi egoismi
pseudo-imprenditoriali, si riappropri della solennità della missione che è legata
al suo ruolo istituzionale, farsi esponente e strenuo difensore delle esigenze
e dei bisogni di tutti, non solo di quello spaccato di elettori che ne
alimentano il prestigio e ne rendono possibile la progressione di carriera. E,
in secondo luogo, riappropriarsi del concetto dell’elettore come ruolo di
responsabilità del cittadino, un elettore che non sia più elettore
“male-educato”, “manopola in mano al manovratore”, ma che si riappropri
dell’importanza del suo ruolo attivo e consapevole attraverso una formazione
completa, solida e di ampio respiro anche e soprattutto internazionale. Una
formazione che torni ad occuparsi, specialmente in prospettiva, di educare
quella schiera di “uomini della democrazia” che siano in grado di ridare
slancio ai valori umanitari, democratici e comunitari che informeranno le
future società, riportando al centro l’umano, finalmente affrancato dalle
trappole congestionanti del non-umano, che sia ora intelligenza artificiale,
forcaiolo leader sovranista, arena digitale iperconnessa che disgrega piuttosto
che unire.
Napoli
16.04.2026
Domenico Lubrano Lavadera
è nato a Napoli, è un laureando e osservatore attento delle dinamiche sociali e tecnologiche. Collabora con il blog approfondendo temi legati all'innovazione e all'analisi del contesto contemporaneo, coniugando il percorso accademico con una partecipazione attiva al dibattito digitale.


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