Inserendosi nella lunga tradizione dei Convegni tassiani di Sorrento, l’ottica peculiare del Convegno del 2026 (di cui sono il Coordinatore scientifico) persegue l’obiettivo di correlare la vicenda biografica, spirituale, letteraria del grande Torquato Tasso con i vari aspetti della cultura partenopea e meridionale del Rinascimento (con particolare riferimento all’arte, all’architettura, alla musica, alla canzone, al teatro, allo spettacolo, alla filosofia e teologia, al folclore e ai costumi, al sapere naturalistico…, ma altresì all’organizzazione dei saperi militari degli imperi nella geopolitica italo-asburgica).
le mie news
esclusiva
domenica 11 ottobre 2026
Torquato Tasso nella cultura meridionale del Cinquecento. Sorrento, convegno internazionale
domenica 13 settembre 2026
tra corpo, genere e persona nella tradizione cattolico-romana, sarò all'Embodied Lives, di Uni-Malta
Nei prossimi giorni sarò a Malta, ospite del colloquio internazionale Embodied Lives: Interdisciplinary Dialogues on the Body, che l'Università di Malta promuove dal 14 al 16 settembre nell'Auditorium ICT del campus di Msida. Non si tratta di un convegno qualunque: tre giorni di sessioni plenarie e parallele in cui antropologi, teologi, medici e filosofi proveranno a ripensare il corpo come luogo di senso, prima ancora che come oggetto di sapere — un'impresa che deve non poco alla lezione di David Le Breton, tra i relatori principali dell'incontro.
Mercoledì 16, nella sessione dedicata ai "Sacred Bodies", presenterò una relazione dal titolo Corpo, genere e persona. Valorizzazioni e inibizioni della corporeità sessuata in alcune antropologie etico-religiose di parte cattolico-romana. Muovendo proprio da Le Breton — e dalla sua idea del corpo come costruzione simbolica, mai del tutto riducibile a un dato biologico — provo a interrogare il dualismo tra corpo e persona che ancora attraversa larga parte dell'antropologia cattolico-romana: dai criteri di ammissione agli ordini sacri, alla gestione della continenza celibataria, fino alle più recenti e dolorose vicende degli abusi su minori e persone vulnerabili. Un dualismo che, a ben vedere, finisce per pesare anche sulla domanda, oggi ineludibile, circa l'ammissibilità ai percorsi di formazione al sacerdozio e alla vita consacrata di persone appartenenti alla galassia LGBTQI+.
Pubblico qui il testo esteso dell'intervento, nella speranza che possa essere utile a chi non potrà seguirlo dal vivo, e come contributo a una discussione che l'"antropologia dei limiti" di Le Breton ci obbliga, credo, a non rinviare oltre.
Pasquale Giustiniani
martedì 14 luglio 2026
Scacco al Re, la banalità del male domestico
Scacco al Re, William Bavone.
recensione di Domenico Lubrano Lavadera
“Camminare tra i vicoli di Bologna, avere la sensazione che basti alzare la testa per potersi orientare. Nulla di più falso”. È questa Bologna labirintica e selvatica a fare da sfondo alle tragiche vicende del romanzo “Scacco al re” di William Bavone. Seguiamo le peripezie di una rete sfaccettata di personaggi, ma specialmente due, guidano la narrazione: Nico De Luca, ispettore salentino trapiantato a Bologna dal fare burbero ma dall’animo buono, e Vincenzo, un impiegato di banca che conduce un’esistenza piuttosto ordinaria e senza memorabili scintille di eroicità. Ha una moglie, Monia, che rispetto a lui sembra essere una promettente professionista focalizzata sulla carriera, equilibrata e centrata, e un figlio, Diego, tutto sommato un adolescente come gli altri. Ma l’animo di Vincenzo sembra essere per predisposizione naturale adombrato da un sentore di una certa latente malinconia, che si manifesta in quelle sue episodiche eclissi, come se un sentimento improvviso di angoscia si insinuasse, quasi fosse “una tranquillità che fugge dal presente”.
La stabilità del suo microcosmo esistenziale e familiare viene subito incrinata da un susseguirsi di omicidi nel suo quartiere, dove il tasso di criminalità non è mai stato allarmante. Eppure, d’improvviso, la violenza irrompe, per una prima volta, con la sua brutale insensatezza, con la sua origine invisibile. La carneficina sembrerà risolversi come null’altro che il progetto di una moglie paranoica nei confronti delle presunte scappatelle del marito. I due coniugi gestivano una bancarella in un mercatino popolare, tra l’altro estremamente familiare a Vincenzo stesso e al resto dei suoi parenti, che si dicono a maggior ragione costernati. Insomma, una chiara allusione alla banalità del male: un’escalation omicida che non è altro che il frutto del delirio di una modesta signora pervasa da un istinto di gelosia incontenibile. L’idea che la minaccia sia in agguato, che il male serpeggi come una creatura mostruosa che sia in grado di rovesciare anche le più modeste e semplici realtà quotidiane, sembra una consapevolezza difficilmente digeribile, e che, anche quando si chiudono le sbarre, non sembra abbandonarci. L’intervento della legge e dell’autorità è, a questo proposito, del tutto ininfluente. Non possiamo dichiarare semplicemente che il caso è chiuso e chiudere la porta al male coltivando la vana speranza di essercelo lasciato alle spalle. Tutto sembra suggerire che ci si trovi di fronte al preludio di una tragedia ancora più terribile, ancora più nefasta.
Il tono noir del romanzo assume anche, secondo me, pennellate di dramma psico-identitario. Vincenzo sente, dentro di sé, una qualche lancinante frattura dell’ego, un impulso indelebile di vincere una lotta tutta interna col suo innato senso di insignificanza, con la miseria angustiante della monotonia della sua vita, tutta fatta di grigiore e opachi sprazzi di normalità. Una normalità soffocante.
Un ego accartocciato, potremmo dire, fustigato, come un uccellino che si divincola nella sua gabbia e che patisce la fame. Così, per momentaneamente dissociarsi dall’ambascia quotidiana trova un suo personalissimo modo di assecondare il suo bisogno di ergersi al di sopra della ritualità quotidiana, priva di prodezze di cui andare fieri. Vincenzo necessita di un angolo di mondo, anche parallelo, anche fittizio, in cui ergersi come mito indiscusso, libero dalle catene della sua placida mediocrità.
Il capro espiatorio diventa ironicamente un certo Faber37, un utente come un altro di un’applicazione di scacchi online. Ma lì la dinamica assume tutt’altro significato: il gioco di Vincenzo diventa la sede da cui promana la sua vertiginosa rovina. Crede di avere controllo, ma ad ogni mossa lo perde, anche se non pare da subito rendersene conto. Il suo avversario è ossessivo, sempre pronto all’azione, capace di prevedere ogni sua mossa. Vincenzo si sente attorniato da nemici, defraudato di certezze, ma più si mantiene viva in lui questa percezione e più questo rinfocola il suo proposito di prevalere, di far vedere chi è il migliore a tutti coloro che lo sottovalutano, o che tramano alle sue spalle.
Quel gioco all’apparenza innocuo diventa l’incipit della sua decisiva sconfitta, del fracasso inesorabile del suo maldestro progetto di rivalsa. Faber37 sa come colpire, e cuoce la sua preda facendo leva sui rigurgiti collerici di vanità del rivale.
La partita a scacchi è parte di un piano più ampio: è un tassello di un mosaico definito per annientare il protagonista, per esaurire le sue risorse e per detronizzarlo fino alla disfatta. Sembra impossibile comprendere come un tale progetto sia scaturito dalla mente di un essere umano e quale possa esserne la causa scatenante, ma questo non rende tale perversa macchinazione meno impietosa. Tutto inizia da piccoli inconvenienti ravvicinatissimi, coincidenze sfortunate sintetizzabili più come un fortuito e passaggero accanimento della sorte: la macchina che prende fuoco, la bicicletta che viene prima perduta e poi ritrovata misteriosamente proprio sotto casa. Poi, uno ad uno, proprio come una partita di scacchi, le pedine sono scaraventate fuori dal tavolo da gioco: la moglie, che, dopo aver bevuto un drink contaminato, viene violentata da uno sconosciuto, e che dopo la morte del figlio per overdose, definitivamente lo abbandona. Il suo matrimonio, presumibilmente la sua oasi felice, emerge in tutta la sua precarietà, fino a quel momento forse impercettibile. Vincenzo stesso non è altro che una pedina che non ha più voce in capitolo sul suo destino, che ormai cade a picco verso il fondo della desolazione.
Divenuto vittima sbigottita di un male che non lascia la sua firma, di chi è lecito sospettare? Verso chi è legittimo scaricare la colpa della sua debacle?
Eppure, ha ancora il suo lavoro, la sua posizione di impiegato stabile da difendere. Dopo aver definitivamente sconfitto la sua rivale Patrizia che come lui agognava una promozione, viene fuori che certi investitori si sarebbero a lui affidati per concludere degli affari decisivi, e il suo capo non l’ha mai stimato a tal punto. Forse Vincenzo sente che, dopo tante sventure, il caso, altrettanto maldestro, sceglie infine di assolverlo e suggerirgli una via per la risalita, una mano che lo risollevi dal burrone in cui fino a quel momento sentiva di precipitare senza tregua.
Eppure, anche lì, la pedina del suo ruolo sociale viene scardinata dalla scacchiera: non è lui, ma un comune stagista, Gianluca, appena arrivato, che improvvisamente lo declassa. Le sue menzogne, moine sconclusionate di un ego scalcagnato, gli si rivoltano contro. Preda della sua stessa ingenuità quasi puerile, Vincenzo si trova di nuovo davanti un vicolo cieco. Rivolgendosi al suo capo, ormai prostrato dalla sofferenza, Vincenzo è come una formica che saltella indignata e capricciosa contro lo sguardo impassibile della Fortuna, sorda alle sofferenze umane. “Come puoi licenziarmi? Ho perso mio figlio, ho perso mia moglie…non è abbastanza?”
Ribollendo di un’ira cieca, finisce poi per scaraventarsi contro colui che sembra essere fautore principale del suo declino, per poi, altrettanto maldestramente, morire sotto un colpo d’arma da fuoco, per mano di una guardia giurata a cui aveva sottratto l’arma da fuoco per vendicarsi. Occhio per occhio, dente per dente, diventa la legge umana immutabile che sembra innescare le azioni di più di un personaggio della storia.
A poco a poco, la nebbia dell’arcano si dirada. Il colpevole è, invero, Gianluca, quel novellino apparentemente innocuo e desideroso di conquistarsi la stima dei colleghi, con fare amichevole e collaborativo. Ma la realtà delle circostanze sembra uscire fuori da ogni prevedibilità. Si tratta, in verità, del figlio di un pover’uomo gravemente malato a cui, lo stesso Vincenzo, qualche anno prima, aveva negato un finanziamento, proprio nel momento in cui questo risultava più urgente. Ed è a quel punto che questo figlio, rimasto unico superstite della tragedia, decide di trasformarsi in un aguzzino senza scrupoli e vendicare il padre contro colui che ha deliberatamente nominato come responsabile della sua morte.
A questo punto credo che la vicenda di Vincenzo possa suggerirci ulteriori spunti. In che modo, ammesso che ciò sia possibile, giustificare la spirale di eventi che lo colpisce a tal punto?
Se è vero che lui stesso a suo tempo aveva agito con la freddezza che pure si confà ad un funzionario seduto davanti ad un computer e che distrattamente analizza dati e documenti con la sensibilità di un ammasso di latta, sarebbe forse da ritenere responsabile della morte di quel padre tanto amato dal figlio al punto da iniziare una crociata contro il suo presunto assassino?
Del resto, tutto precipita in qualche decina di pagine, in un ritmo convulso che quasi fa mancare il fiato, che inevitabilmente sgomenta e ci rende spettatori di un ciclo d’orrore senza fine, senza consolazione. La conclusione del romanzo è davvero ispirata. Alla fine, l’ideatore di questo piano diabolico, si rivela di sua sponte, anche se non direttamente. Lascia un filmato, fatto di diapositive che procedono a singhiozzi, quasi ricalcando la follia intermittente di un animo disturbato, che ha perso coerenza, ridotto in microscopici pezzi sconclusionati dal dolore, un dolore lacerante.
L’ispettore De Luca, in tutto questo, è forse il simbolo del tentativo fallace della giustizia umana di dare ordine al caos degli impulsi violenti, che fremono nei punti di rottura dell’ordine costituito. Anche lui, in un certo senso, perde la sua battaglia: non riesce a prevenire l’inevitabile, per quanto ne avesse percepito le avvisaglie. Anche lui resta a rassegnarsi di fronte agli eventi e al loro raccapricciante corso. “Il rivolo nero era arrivato dalla sorgente alla foce”. Il male ha giocato la sua ultima partita, e ha prevalso. Fine dei giochi.
Vorrei concludere la mia analisi, però, con un tema che mi sembra il cuore di questo romanzo. Non è solo il tema puro e semplice della vendetta, ma della legittimità di questa e del confine che separa la vendetta in senso stretto con la giustizia. Quand’è, in sostanza, che questa può essere definita giusta, ammesso che questo possa avvenire. La vendetta è sempre concepita, da chi la esegue, come legittima punizione per colui che ha peccato, che ha offeso, che si è macchiato di un delitto altrettanto grave come la punizione che gli viene inferta. Se però, come di certo in questo caso avviene, colui che vendica travalica i limiti, ammesso che non l’abbia già fatto semplicemente per aver coltivato e tradotto in atti il suo irrazionale sentimento, il rapporto di proporzionalità tra offesa e difesa si spezza, il rapporto tra torto e ragionevole risposta ad esso viene a mancare, lasciando solo una scia di inspiegabile violenza.
Il vendicatore, tutto consumato dal suo anelito che “sia fatta giustizia”, tende a perire in un pantano di disumanità. Il suo progetto, radicato in un sentimento profondamente umano (il dolore della perdita), entra nella sfera del disumano, della cieca devastazione, della incapacità di dare sollievo ad un dolore che, in definitiva, non ha effettivi artefici. Vincenzo non ha nessuna colpa della morte del padre di Gianluca, che era, inoltre, un esito ormai prevedibile. Se, come diceva Hugo, siamo tutti “condannati a morte con rinvii indefiniti”, allora Vincenzo, come nessuno, potrebbe essere ritenuto colpevole di una morte già destinata, come del resto sarebbe in senso lato quella di chiunque. Certo, se il malato bisognoso avesse ricevuto il finanziamento forse avrebbe potuto curarsi e l’esito non sarebbe stato quello che è poi è stato. E allora diciamo che non è Vincenzo ad essere spietato, ma l’intero sistema in cui si inscrive e di cui è occasionale esponente, lo stesso che riduce esseri umani a coordinate bancarie e codici a barre senza volto e senz’anima.
Nel portare a termine il suo piano, tuttavia, il vendicatore si sente un eroe. Se lo scotto del torto, o della morte, o del dolore, ci fa venire in contatto con la nostra insignificanza, allora la vendetta diventa, tra le altre cose, un estremo tentativo di rivalsa personale. L’ultima mossa, quella decisiva, a cui si aggrappa il nostro desiderio di vana gloria.
Mi viene in mente il personaggio del giudice del romanzo Dieci Piccoli Indiani di Agatha Christie. Costui, che infine si rivela artefice della punizione dei delinquenti rimasti impuniti, sembra voler incarnare i panni dell’ emissario di una giustizia superiore. Ma in realtà il suo scopo non è solo pareggiare i conti, è anche essere idolatrato come autore di un’impresa inarrivabile. In effetti, anche nella banalità di una partita a scacchi consumata online, era questa stessa spinta egoica che animava Vincenzo, e la sua collega Patrizia, tanto ansiosa di scavalcarlo di prestigio agli occhi del direttore. Sono questi impulsi della stessa natura, tanto presenti e tanto impellenti in ognuno, che rischiano se non governati e costruttivamente incanalati di sfociare in uno flusso sanguinolento di reciproca distruzione.
La preoccupazione del giudice del romanzo della Christie è, in ultima battuta, quello di “rendere nota la propria maestria”, derivante da “un ingenuo desiderio umano che qualcuno sappia quanto sono stato abile”. In questo, la riparazione dei torti compiuti è assolutamente strumentale a uno spasmodico e macabro compiacimento del sé.
Colui che decide di attuare la resa dei conti espone il suo piano come simbolo che riflette la sua forza inarrestabile, della sua capacità di architettare il corso degli eventi, di tradurlo a suo vantaggio.
La vendetta diventa, in questo senso, l’ultimo estremo trionfo della vita che si oppone alla morte, il riscatto dell’uomo che è e inevitabilmente percepisce sé stesso come mera “poltiglia di carne calda che pulsa”, ed è questa “piacere effimero a farci fibrillare prima di prendere dimora nella necropoli.”
E ritornando ai limiti della vendetta, un’altra cosa voglio sottolineare. Anche questo è un tema assolutamente vitale nella storia della letteratura. Secondo alcuni, cedere al richiamo della vendetta non è nulla che possa esser giustificato, ed è anzi un delitto essa stessa. Oppure, al contrario, vendicarsi sarebbe un atto dovuto, poiché compenserebbe ciò che la giustizia classica, nei suoi limiti fisiologici, non può fare? Sarebbe quindi subalterna ed extrema ratio? Oppure, invece, prioritaria e ancor più nobile e divina, perché destinata a ripianare i torti che la giustizia terrena non può saldare, a colmare le lacune di quest’ultima, evidentemente insufficiente? E qual è il limite di validità di questa giustizia personale, privata, quasi provvidenziale? Quanto è giustizia e non sopruso arbitrario, pretesto per fare altro male e dare libero sfogo al più bieco istinto di prevaricazione?
Il Conte di Montecristo, simbolo leggendario dell’arte di vendicarsi, pure vive un delirio di onnipotenza, ergendosi pretestuosamente come fautore della Provvidenza divina, che agisce tramite lui, e, in questo, anche lui si disumanizza, perché perde contatto con la sfera emozionale che gli ricorda chi era e chi ha amato prima di farsi corrodere l’anima dal suo sentimento di punire i responsabili della sua decadenza.
Quando vede che i suoi nemici hanno patito più di quanto previsto, lui stesso si rende conto che la vendetta è uno strumento che può giungere a derive pericolose, e il confine è tanto sottile quanto facilmente eludibile. Decide, dunque, di rinunciarvi, ma il dado è ormai tratto: troppa sofferenza è stata sparsa senza motivo, senza scusa che possa giustificarne l’impeto e le rovinose conseguenze.
Certo, questo ci spinge a dire che Danglars e Mondego fossero innocenti e irreprensibili? L’uno era uno scaltro banchiere pronto a tutto pur di arricchirsi, e l’altro un arrivista che tradì persino il proprio superiore, portandolo ad essere ingiustamente ucciso. Allo stesso modo, coloro che furono giustiziati a Nigger Island erano forse anime pie trovatesi bersaglio di un’immeritata punizione? Certamente no. Ma possiamo dire che i loro esecutori siano invece esenti da colpe, che vedano immacolata la propria fedina? Chi può senza dubbio ritenere che analizzando la loro sfilza di imprese, i ruoli non si troverebbero invece invertiti, e anche a loro carico si troverebbero certe nefandezze per cui dover essere, in un modo o nell’altro, altrettanto severamente puniti?
“La vendetta può essere un fiume impetuoso che esonda e distrugge” scrive Bavone, e Montecristo, come il giudice della Christie e come Faber37, lo sa bene. Ma le conseguenze della vendetta, anche quella disseminata “a piccole gocce” sfuggono sempre di mano. E allora l’assunto per cui tentare di farsi giustizia da soli è un atto nobile e superiore rispetto alla giustizia che si fa nei tribunali a colpi di sentenze, è di certo incondivisibile, e rischia di farci incamminare su un terreno scomodo e tremendamente scivoloso. L’uomo non può ergersi a giudice dei peccati umani, perché fa parte di quella stessa schiera che condanna e mira a redimere, ne condivide lo stesso irrefrenabile impulso. Ognuno di noi è un giocatore di scacchi che gioca un’infinità di partite con un’infinita ed indeterminata schiera di potenziali nemici che desideriamo sconfiggere per ergerci vincitori, per brandire il maestoso e scintillante trofeo della fortuna.
Ma è una vittoria fittizia, amara, forse perfino scorretta, e alla fine è la Fortuna, prima di noi, a ricordarci quanto è facile perdere, e quanto violento e doloroso può essere lo scacco
domenica 28 giugno 2026
I Giustiniani e l'argilla del Sannio: da San Lorenzello a Napoli, un'eredità che non si spezza
domenica 14 giugno 2026
Diritti umani e turismo. Problemi, snodi e prospettive. Lectio magistralis su Giacomo Tuoto, UniCal
Arcavacata. La mia Lectio magistralis – in occasione della V Edizione Speciale Premio “Turismo e Sviluppo Sostenibile Pieroni - Beato”.
Temi chiave, contesto e valore universale del libro di Giacomo Tuoto, Diritti umani e turismo. Problemi, snodi e prospettive, prefazione di Paola B. Helzel, postfazione di Tullio Romita, edizioni la Valle del Tempo, Napoli 2025.
agenda
Oggi,
19 giugno 2026, si celebra, presso l'Università della Calabria, un rilevante evento
- promosso nell’ambito del Master di I Livello “Turismo e Ospitalità 4.0”,
nella ricorrenza del ventennale dalla prima edizione del Convegno sul
turismo sostenibile, realizzato in collaborazione tra Università della
Calabria e Sistema Confesercenti Calabria. Fu in tale contesto che nacque il Premio Turismo e Sviluppo Sostenibile “Pieroni-Beato”,
che vuole riconoscere, e far conoscere, l’elevata passione scientifica che
questi due studiosi posero sul valore della protezione, salvaguardia e
valorizzazione, dell’ambiente, nella società dell’antropocene: a Beato si deve,
infatti, l’idea della teoria sociale dell’ambiente come teoria della crisi
ambientale, a Pieroni l’idea che la relazione fra società e natura non può
essere interpretata in termini lineari e strettamente positivistici. Il Premio
viene, perciò, annualmente assegnato a persone che si siano distinte nel campo
del turismo e dello sviluppo sostenibile, proposte e poi selezionate da
una rete di studiosi nazionale, che costituiscono il Comitato scientifico del
Premio.
Uno
dei premi di quest’anno viene attribuito a Monsignor Edgar Peña Parra: per
l’alto e qualificato impegno profuso nella promozione, attraverso l’azione
della diplomazia vaticana, dei valori della cooperazione internazionale e del
dialogo tra i popoli, quali strumenti fondamentali per la costruzione di
relazioni stabili e pacifiche tra le nazioni. Mons. Edgar, infatti, come
leggiamo nella motivazione del premio, si distingue per il contributo
offerto alla diffusione del paradigma dello sviluppo umano integrale, inteso
come processo volto alla tutela della dignità della persona, alla riduzione
delle disuguaglianze e alla promozione di modelli di crescita equilibrati e
sostenibili, in coerenza con i principi della sostenibilità sociale ed etica.
Vorrei,
pertanto, brevemente riflettere su alcuni di tali aspetti, esplicitamente enunciati
nella motivazione del Premio Turismo e Sviluppo Sostenibile “Pieroni-Beato”
che viene conferito oggi a sua Eccellenza mons. Peña Parra, nuovo Nunzio
apostolico in Italia e San Marino. Lo farò, attraverso il riferimento ad alcuni
nodi di un recente e denso volume di Giacomo Tuoto, apparso nella collana
“Biblioteca di scenari”, da me diretta presso le edizioni La Valle del Tempo di
Napoli. Un volume, quello di Tuoto, nato dalla sua docenza universitaria nei
Corsi di Laurea Magistrale, di Laurea triennale e nei Master di primo e secondo
livello attinenti le scienze del Turismo, all’interno del più vasto orizzonte
delle Scienze Aziendali e Giuridiche dell’Università della Calabria, che
procedono sotto la guida sapiente del prof. Tullio Romita.
Come
teorizzava il compianto prof. F.P. Casavola, già Presidente della Corte
costituzionale italiana, soltanto se riusciamo a ricostruire la plurisecolare
vicenda di popoli che si confrontano, si mescolano, si combattono per
rivendicare un’identità (che paradossalmente si ritroverà fusa in un unico
governo del mondo proprio alla frontiera dell’antichità romana), diviene
possibile non soltanto tracciare i tanti percorsi seguiti da quelle parole con
cui evochiamo ancor oggi il diritto, i diritti, la legge, la giustizia…, ma anche
dare spessore a quelle parole che, evocano, come si legge nella motivazione del
Premio a sua Eccellenza il Nunzio apostolico, il cosiddetto sviluppo umano
integrale perseguito in nome della dignità della persona e nel rispetto dei
cosiddetti diritti umani fondamentali.
Nel
momento in cui decidiamo di correlare sviluppo e integralità in nome dei
diritti della persona umana, non possiamo non tener conto anche del
confronto, mescolanza, a volte combattimento, che avvenne tra gli esponenti dei
popoli che, non a caso, si sfidarono, particolarmente sul piano religioso, per
fondare rivendicazioni antropiche, criteri e limiti dello sviluppo, appelli al
rispetto della dignità umana, che viene definita oggi dalla Chiesa cattolica
non soltanto infinita ma, come abbiamo recentemente letto nella prima
enciclica del XIV Papa di nome Leone, magnifica.
venerdì 12 giugno 2026
Non solo carezze. Una favola moderna
Prof. Pasquale Giustiniani
sabato 23 maggio 2026
La canzone napoletana in radio. Storia, politica e programmazione musicale dal 1926 al 1952
Books and Museum 24.5.2026
Luigi Ottaiano - Nadia Sodano, LA CANZONE NAPOLETANA IN
RADIO STORIA, POLITICA E PROGRAMMAZIONE MUSICALE DAL 1926 AL 1952, edizioni Libreria del Castello, Solopaca 2025, pp. 450.
Le mie conclusioni
Con questo volume, ancora a quattro mani, Luigi Ottaiano porta fino agli inizi degli anni Cinquanta del secolo breve la sua ricerca. Sono già noti, insieme gli altri testi: Storia della canzone napoletana dalle origini al 1880, II edizione, Napoli, Cuzzolin, 2025; Storia della canzone napoletana: dal 1880 al 1929, Napoli, Cuzzolin, 2024; Storia della canzone napoletana: dal 1930 ai giorni nostri, Napoli, Cuzzolin, 2024
1.
Munasterio ’e Santa Chiara
Dimane?
Ma vurria partì stasera. - Luntano, no, nun ce resisto cchiù. Dice che c’è
rimasto sulo ’o mare, - che è ’o stesso ’e primma, chillu mare blu. Munasterio ’e Santa Chiara, - tengo ’o core scuro
scuro. Ma pecché, pecché ogne sera, - penzo a Napule comm’era, penzo a Napule
comm’è?.
Come
leggiamo nel ponderoso volume, «Munasterio ’e Santa Chiara rappresenta una
delle testimonianze più struggenti degli orrori della guerra. Il 4 agosto 1943,
i bombardamenti distruggono la storica basilica di Santa Chiara, costruita nel
1300, a cui i napoletani erano molto legati. Questo brano diventa il simbolo
della ricostruzione post-bellica, con il testo che racconta di un emigrante
desideroso di tornare a Napoli, ma contemporaneamente teme di trovare una città
distrutta e sconvolta dalla guerra» (pp. 231-232).
Corrado Ocone, il non detto della libertà
Torquato Tasso nella cultura meridionale del Cinquecento. Sorrento, convegno internazionale
Programma definitivo aggiornato Sorrento · 6-7 nov 2026 ‹ › Le diapositive scorrono da sole; con «Leggi tutto» si apre il testo integral...
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🎯 Scrivono di noi "My City" di Gian Paolo Russo 📣 Eco di stam...
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aggiornato 05 nov. 2025 Tasso, la fortuna e l’AI: perché riscoprirlo oggi In questa mia Introduzione ai lavori del Convegno di Sorrento (7-8...
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┌─────────────────────────┐ │ 📅 SAVE THE DATE │ │ 📚 Books&Museum │ │ 🏛️ S. Maria la Nova │ ...



