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domenica 22 marzo 2026
Francesco d’Assisi. Un Santo senza tempo
sabato 21 marzo 2026
Seminatore di verità. Storia di una vocazione
il centenario della morte di Piero Gobetti, palazzo Vecchio, salone dei 500
Il centenario della morte di Piero Gobetti, celebrato il 20 marzo 2026 nel Salone dei Cinquecento di Palazzo Vecchio, si è svolto alla presenza di esponenti istituzionali e del mondo culturale. Tuttavia, a fronte della rilevanza storica dell’evento, la copertura mediatica appare sorprendentemente limitata, affidata a pochi resoconti giornalistici e brevi contributi audio, senza alcuna documentazione video significativa. Il contributo più strutturato e approfondito reperibile in rete resta questo di Radio Radicale, registrato però circa un mese prima dell’evento fiorentino. Si tratta del dibattito “Piero Gobetti 100 anni dopo”, tenutosi a Firenze il 16 febbraio 2026, concepito come momento di confronto pubblico sull’attualità del suo pensiero politico e civile. In quella sede, il convegno di Palazzo Vecchio del 20 marzo veniva già richiamato come tappa significativa del calendario commemorativo.
sabato 14 marzo 2026
Raccontami. Anni di storie di foto, Barbara Napolitano. La verità dello sguardo
1. Alla ricerca degli universali culturali Antropologa e regista, Barbara Napolitano ha un duplice occhio, anzi un duplice sguardo. Innanzi tutto, l’occhio/sguardo dell’antropologa; ci fu un giorno in cui lei capì «che nessun lavoro nella vita mi avrebbe potuto dare di più di quello dell'antropologia» -. Mediante questa peculiare prospettiva, Barbara osserva, vede, fotografa e comunica al lettore le correlazioni che si danno tra i cosiddetti universali culturali. L’Autrice dichiara il suo debito antropo-culturale: «Sono alle pagine finali de "Le ragioni dello sguardo" di Francesco Faeta (Ed. Bollati Boringhieri), ultimo libro dell'antropologo verso il quale ho un debito molto alto dal momento che spesso le sue pagine sono state fonte di ispirazione e, più spesso, di soluzione di dubbi e percorsi di ricerca». Persone, gruppi umani, insediamenti antropici, fedi e religioni, modi di fare e di pensare, vita e morte … ecco alcuni degli ambienti che esibiscono quegli universali. Del resto, l’Autrice ci ricorda che «classificammo… con l'antropologa napoletana Silvana Chianese, una quantità di fotografie relative al letto di morte, ma pure interi album fotografici che venivano dedicati alla morte come al matrimonio». Altrettanti sguardi che trovano gli universali culturali; mediante la ricerca sociologica ed etnografica, attraverso lingua, usi, abitudini, costumi, tradizioni, folklore…, anche di tonalità religiosa, di un territorio geo-culturale, ecco emergere la carrellata di questi universale della cultura, che, sul piano storico, fu per la prima volta definita nel 1871 da Edward B. Taylor in Primitive Culture: «Cultura o civiltà, intesa nel suo ampio senso etnografico, è quell’insieme complesso che include le conoscenze, le credenze, l’arte, la morale, il diritto, il costume e qualunque altra capacità e abitudine acquisita dall’uomo in quanto membro di una società». Si tratta di una definizione che, rispetto a quelle classiche, compiva già alcune importanti innovazioni concettuali . Altri filoni dell’antropologia culturale, frattanto (ad esempio, Ruth Benedict, Alfred Kroeber, Clyde Kluckhohn) specificarono successivamente il già presente particolarismo storico del maestro Franz Boas, sia sul piano teorico concettuale che su quello etnografico-conoscitivo, precisando progressivamente che la cultura costituisce un livello specifico della realtà, chiaramente definibile e individuabile, sostanzialmente autonomo rispetto al livello psicologico e a quello biologico dell’essere umano. Sarà proprio la nozione di cultura a mettere in crisi quei tentativi che avevano, in Europa nel primo Novecento, deciso di puntare sul concetto di “razza”, anziché di cultura, con gravi degenerazioni anti-semite e anti-rom, purtroppo procedendo così come avevano già proposto alcune branche delle scienze biologiche e dell’antropologia evoluzionista di fine Ottocento. Tuttavia, inizia ad essere messo in discussione, all’interno della stessa scuola boasiana, quel vero e proprio mito della razza, che pure tanta forza aveva avuto nella Germania nazista e nell’Italia fascista nel corso della seconda guerra mondiale, ed era soprattutto essere la base teorica della sciagurata scelta nazista e fascista di organizzare dei campi di concentramento e di sterminio per esponenti di razze, ma anche di fedi, ritenute inferiori. Napolitano ha pure lo sguardo di fotografa, nel quale converge sia la regista che lìantropologa. Ma soprattutto, ha lo sguardo di donna, come si legge, nel volume, a proposito di Letizia Battaglia: «Parlo dello sguardo di Letizia Battaglia. Ci sono donne che portano un destino nel nome e Letizia Battaglia è una di queste. Si tratta di una delle fotografe italiane più conosciute, che ha vinto premi in tutto il mondo, tra cui a New York, nel 1985, il prestigioso “Eugene Smith”. Il suo nome è stato spesso associato alle stragi di mafia dal momento che la sua fotografia ha ripreso le situazioni più angoscianti della guerra che ha insanguinato la Sicilia tra gli anni Ottanta e Novanta. Ahimé una delle sue fotografie più conosciute è quella che ritrae il nostro attuale Presidente della Repubblica che regge il corpo oramai privo di vita del fratello Piersanti». Diviene, così, molto importante, in queste pagine, sottolineare il punto di vista dell’osservatore etnografico, il quale è sempre come un extra-terrestre, capitato per caso di fronte allo Stadio Olimpico di Roma una domenica pomeriggio d’autunno: cosa sta accadendo in quello stadio alle 14.30? Con quali strumenti tecnologici l’etnografo schederà quella che gli altri umani denominano “partita di calcio”? Come un antropologo alieno, l’etnografo contemporaneo si convincerà che, se vuole provare a giungere ad una interpretazione dell’evento, che sia la più vicina possibile a quella che vivono le decine di migliaia di persone assemblate in quello spazio dello stadio, dovrà avere la pazienza di stare lì almeno due ore, per schedare le attività che accadono, per concluderne in un senso o nell’altro.
domenica 1 marzo 2026
Quando i fiori diventeranno alberi
MuseoCampano. Capua, 1 marzo 2026
Luciano
D’Angelo, Quando i fiori diventeranno alberi, La Valle del Tempo, Napoli
2025
1.
Matres et filii
Le
migliaia di Matres matutae di questo meraviglioso Museo campano portano tra
le braccia coppie, a volte più coppie, di piccoli, neonati e bambini… Fiori
appena sbocciati; oppure, se il significato di queste madri votive è
prevalentemente escatologico, fiori che, dopo la morte terrena, sono come
tornati a sbocciare per una vita senza fine.
In
ogni caso, una donna, in tufo in pietra,
figurata come seduta con le braccia colpe di uno o più figli, ci appare quasi
certamente come il simbolo, già pre-cristiano, della concessione del sommo bene
della fecondità. Quando, i frutti fecondi di un grembo materno saranno
cresciuti; quando, finalmente, i fiori-figli diventeranno alberi, si,
anzi ci, domanda il poeta e letterato Luciano D’Angelo, la cui silloge è
stata accolta in una delle collane delle le edizioni La Valle del Tempo,
di Napoli? È un interrogativo, una promessa, una certezza di futuro, un
auspicio?
Quale nuovo scenario vuol dipingere D’Angelo
(ma anche quali scenari squadernano i disegni interni di Raffaella Boccia), in
vista di una vera e propria “rivoluzione”, che la frase di esergo del volume
augura, appunto, a tutti i fiori che vorranno, forse potranno, diventare
alberi.
2.
I fiori di fronte a un esercito di intenti e di
promesse
Quando
mai potranno diventare alberi le promesse dei virgulti appena usciti dalla
Terra mater?
Quando potranno gustare il piacere almeno di sbocciare, in una terra - la
nostra -, in cui l’Unicef, soltanto nel 2024, ha registrato un numero record di
520 milioni di bambini e adolescenti presenti in zone di conflitto attivo?
Quando diventeranno alberi se, secondo l’ultimo rapporto "Stop
the War on Children: security for whom?" si registra il maggior numero di
conflitti tra Stati dalla fine della Seconda Guerra Mondiale? Quando mai sbocceranno
questi virgulti e dove diventeranno alberi, se, nel nostro mondo, va emergendo
un numero senza precedenti di gravi violazioni contro bambini e adolescenti nei
conflitti? Nel 2024 almeno 41.763 sono le violazioni recensite: èarliamo di un aumento
del 30% rispetto al 2023, che già rappresentava l’anno record da quando
sono iniziate le rilevazioni delle violazione, e circa il 70% in più rispetto
al 2022!
sabato 21 febbraio 2026
La città come teatro di una guerra di racconti: Michel de Certeau in prima persona al Books&Museum
Michel de Certeau, In prima persona. Tra cultura, religione e politica, a cura di Luigi Mantuano, Scholè-Editrice Morcelliana, Brescia 2025, pp. 252
L’intensa vita e la vasta attività pubblicistica di Michel, Jean, Emmanuel de la Barge de Certeau (Chambéry, 17-3-1925-Paris 1986) meritavano una meditata riflessione, come quella ora consegnata da Mantuano in queste pagine. Esse ci mettono in grado di ripercorrere le avventure culturali e accademiche di un fervido intellettuale gesuita (entra nella Compagnia di Gesù nel 1950 e diviene in essa professo nel 1963, per poi svolgere un gande ruolo di ricercatore e intellettuale ad alti livelli, non soltanto in Francia).
Un
pensatore, de Certeau, che ha sviluppato, in particolare, un’ampia ricerca
storica e un’intensa attività pubblicistica, espressa in vari paesi dell’Europa
e in Italia, oltre che nelle Americhe del nord e del sud: insegnamento
accademico; attività pubblicistica (anche in grandi riviste scientifiche);
ricerca storica sugli autori spirituali gesuiti delle origini; esame della
spiritualità contemporanea, delle pratiche cultuali contemporanee, oltre a
numerosi interventi giornalistici e osservazioni sulle più diverse pratiche
della contemporaneità, in particolare sulle istituzioni culturali (nel senso di
ciò che dà luogo e permette la cultura)…
Insomma,
un pensatore versatile e profondo, capace di correlare l’antico e il nuovo, la
tradizione e la contemporaneità, nella convinzione, da lui espressa al momento
della sua esperienza nel Centre Georges-Pompidou nel 1983, allorché
scrisse, come ora possiamo leggere nel volume curato da Mantuano, che bisogna
«opporre rimedio all’usura provocata dall’accelerazione del tempo, del
panottismo dello spazio aperto e dal confronto permanente con la folla» (p.
221).
Corrado Ocone, il non detto della libertà
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