1. Alla ricerca degli universali culturali Antropologa e regista, Barbara Napolitano ha un duplice occhio, anzi un duplice sguardo. Innanzi tutto, l’occhio/sguardo dell’antropologa; ci fu un giorno in cui lei capì «che nessun lavoro nella vita mi avrebbe potuto dare di più di quello dell'antropologia» -. Mediante questa peculiare prospettiva, Barbara osserva, vede, fotografa e comunica al lettore le correlazioni che si danno tra i cosiddetti universali culturali. L’Autrice dichiara il suo debito antropo-culturale: «Sono alle pagine finali de "Le ragioni dello sguardo" di Francesco Faeta (Ed. Bollati Boringhieri), ultimo libro dell'antropologo verso il quale ho un debito molto alto dal momento che spesso le sue pagine sono state fonte di ispirazione e, più spesso, di soluzione di dubbi e percorsi di ricerca». Persone, gruppi umani, insediamenti antropici, fedi e religioni, modi di fare e di pensare, vita e morte … ecco alcuni degli ambienti che esibiscono quegli universali. Del resto, l’Autrice ci ricorda che «classificammo… con l'antropologa napoletana Silvana Chianese, una quantità di fotografie relative al letto di morte, ma pure interi album fotografici che venivano dedicati alla morte come al matrimonio». Altrettanti sguardi che trovano gli universali culturali; mediante la ricerca sociologica ed etnografica, attraverso lingua, usi, abitudini, costumi, tradizioni, folklore…, anche di tonalità religiosa, di un territorio geo-culturale, ecco emergere la carrellata di questi universale della cultura, che, sul piano storico, fu per la prima volta definita nel 1871 da Edward B. Taylor in Primitive Culture: «Cultura o civiltà, intesa nel suo ampio senso etnografico, è quell’insieme complesso che include le conoscenze, le credenze, l’arte, la morale, il diritto, il costume e qualunque altra capacità e abitudine acquisita dall’uomo in quanto membro di una società». Si tratta di una definizione che, rispetto a quelle classiche, compiva già alcune importanti innovazioni concettuali . Altri filoni dell’antropologia culturale, frattanto (ad esempio, Ruth Benedict, Alfred Kroeber, Clyde Kluckhohn) specificarono successivamente il già presente particolarismo storico del maestro Franz Boas, sia sul piano teorico concettuale che su quello etnografico-conoscitivo, precisando progressivamente che la cultura costituisce un livello specifico della realtà, chiaramente definibile e individuabile, sostanzialmente autonomo rispetto al livello psicologico e a quello biologico dell’essere umano. Sarà proprio la nozione di cultura a mettere in crisi quei tentativi che avevano, in Europa nel primo Novecento, deciso di puntare sul concetto di “razza”, anziché di cultura, con gravi degenerazioni anti-semite e anti-rom, purtroppo procedendo così come avevano già proposto alcune branche delle scienze biologiche e dell’antropologia evoluzionista di fine Ottocento. Tuttavia, inizia ad essere messo in discussione, all’interno della stessa scuola boasiana, quel vero e proprio mito della razza, che pure tanta forza aveva avuto nella Germania nazista e nell’Italia fascista nel corso della seconda guerra mondiale, ed era soprattutto essere la base teorica della sciagurata scelta nazista e fascista di organizzare dei campi di concentramento e di sterminio per esponenti di razze, ma anche di fedi, ritenute inferiori. Napolitano ha pure lo sguardo di fotografa, nel quale converge sia la regista che lìantropologa. Ma soprattutto, ha lo sguardo di donna, come si legge, nel volume, a proposito di Letizia Battaglia: «Parlo dello sguardo di Letizia Battaglia. Ci sono donne che portano un destino nel nome e Letizia Battaglia è una di queste. Si tratta di una delle fotografe italiane più conosciute, che ha vinto premi in tutto il mondo, tra cui a New York, nel 1985, il prestigioso “Eugene Smith”. Il suo nome è stato spesso associato alle stragi di mafia dal momento che la sua fotografia ha ripreso le situazioni più angoscianti della guerra che ha insanguinato la Sicilia tra gli anni Ottanta e Novanta. Ahimé una delle sue fotografie più conosciute è quella che ritrae il nostro attuale Presidente della Repubblica che regge il corpo oramai privo di vita del fratello Piersanti». Diviene, così, molto importante, in queste pagine, sottolineare il punto di vista dell’osservatore etnografico, il quale è sempre come un extra-terrestre, capitato per caso di fronte allo Stadio Olimpico di Roma una domenica pomeriggio d’autunno: cosa sta accadendo in quello stadio alle 14.30? Con quali strumenti tecnologici l’etnografo schederà quella che gli altri umani denominano “partita di calcio”? Come un antropologo alieno, l’etnografo contemporaneo si convincerà che, se vuole provare a giungere ad una interpretazione dell’evento, che sia la più vicina possibile a quella che vivono le decine di migliaia di persone assemblate in quello spazio dello stadio, dovrà avere la pazienza di stare lì almeno due ore, per schedare le attività che accadono, per concluderne in un senso o nell’altro.
le mie news
esclusiva
sabato 14 marzo 2026
Raccontami. Anni di storie di foto, Barbara Napolitano. La verità dello sguardo
domenica 1 marzo 2026
Quando i fiori diventeranno alberi
MuseoCampano. Capua, 1 marzo 2026
Luciano
D’Angelo, Quando i fiori diventeranno alberi, La Valle del Tempo, Napoli
2025
1.
Matres et filii
Le
migliaia di Matres matutae di questo meraviglioso Museo campano portano tra
le braccia coppie, a volte più coppie, di piccoli, neonati e bambini… Fiori
appena sbocciati; oppure, se il significato di queste madri votive è
prevalentemente escatologico, fiori che, dopo la morte terrena, sono come
tornati a sbocciare per una vita senza fine.
In
ogni caso, una donna, in tufo in pietra,
figurata come seduta con le braccia colpe di uno o più figli, ci appare quasi
certamente come il simbolo, già pre-cristiano, della concessione del sommo bene
della fecondità. Quando, i frutti fecondi di un grembo materno saranno
cresciuti; quando, finalmente, i fiori-figli diventeranno alberi, si,
anzi ci, domanda il poeta e letterato Luciano D’Angelo, la cui silloge è
stata accolta in una delle collane delle le edizioni La Valle del Tempo,
di Napoli? È un interrogativo, una promessa, una certezza di futuro, un
auspicio?
Quale nuovo scenario vuol dipingere D’Angelo
(ma anche quali scenari squadernano i disegni interni di Raffaella Boccia), in
vista di una vera e propria “rivoluzione”, che la frase di esergo del volume
augura, appunto, a tutti i fiori che vorranno, forse potranno, diventare
alberi.
2.
I fiori di fronte a un esercito di intenti e di
promesse
Quando
mai potranno diventare alberi le promesse dei virgulti appena usciti dalla
Terra mater?
Quando potranno gustare il piacere almeno di sbocciare, in una terra - la
nostra -, in cui l’Unicef, soltanto nel 2024, ha registrato un numero record di
520 milioni di bambini e adolescenti presenti in zone di conflitto attivo?
Quando diventeranno alberi se, secondo l’ultimo rapporto "Stop
the War on Children: security for whom?" si registra il maggior numero di
conflitti tra Stati dalla fine della Seconda Guerra Mondiale? Quando mai sbocceranno
questi virgulti e dove diventeranno alberi, se, nel nostro mondo, va emergendo
un numero senza precedenti di gravi violazioni contro bambini e adolescenti nei
conflitti? Nel 2024 almeno 41.763 sono le violazioni recensite: èarliamo di un aumento
del 30% rispetto al 2023, che già rappresentava l’anno record da quando
sono iniziate le rilevazioni delle violazione, e circa il 70% in più rispetto
al 2022!
sabato 21 febbraio 2026
La città come teatro di una guerra di racconti: Michel de Certeau in prima persona al Books&Museum
Michel de Certeau, In prima persona. Tra cultura, religione e politica, a cura di Luigi Mantuano, Scholè-Editrice Morcelliana, Brescia 2025, pp. 252
L’intensa vita e la vasta attività pubblicistica di Michel, Jean, Emmanuel de la Barge de Certeau (Chambéry, 17-3-1925-Paris 1986) meritavano una meditata riflessione, come quella ora consegnata da Mantuano in queste pagine. Esse ci mettono in grado di ripercorrere le avventure culturali e accademiche di un fervido intellettuale gesuita (entra nella Compagnia di Gesù nel 1950 e diviene in essa professo nel 1963, per poi svolgere un gande ruolo di ricercatore e intellettuale ad alti livelli, non soltanto in Francia).
Un
pensatore, de Certeau, che ha sviluppato, in particolare, un’ampia ricerca
storica e un’intensa attività pubblicistica, espressa in vari paesi dell’Europa
e in Italia, oltre che nelle Americhe del nord e del sud: insegnamento
accademico; attività pubblicistica (anche in grandi riviste scientifiche);
ricerca storica sugli autori spirituali gesuiti delle origini; esame della
spiritualità contemporanea, delle pratiche cultuali contemporanee, oltre a
numerosi interventi giornalistici e osservazioni sulle più diverse pratiche
della contemporaneità, in particolare sulle istituzioni culturali (nel senso di
ciò che dà luogo e permette la cultura)…
Insomma,
un pensatore versatile e profondo, capace di correlare l’antico e il nuovo, la
tradizione e la contemporaneità, nella convinzione, da lui espressa al momento
della sua esperienza nel Centre Georges-Pompidou nel 1983, allorché
scrisse, come ora possiamo leggere nel volume curato da Mantuano, che bisogna
«opporre rimedio all’usura provocata dall’accelerazione del tempo, del
panottismo dello spazio aperto e dal confronto permanente con la folla» (p.
221).
venerdì 20 febbraio 2026
BRUNIANA 2026, Nola diventa capitale delle idee
La Napoli di Vlad terzo, che va diventando la Napoli di Giordano Bruno
Quattro giorni dedicati a Giordano Bruno e al pensiero
1.
La Napoli di Vlad terzo, dei Ferrillo, dei Turbolo e
dei Domenicani di san Domenico maggiore.
Il
volume curato da Giuseppe Reale, con il punto di domanda nel titolo “Vlad, dovesei?” (edizioni La valle del tempo, 2025), ci consente d’insistere oggi su quel
dove. Se i resti di Vlad III Tepes sono a Napoli, in una sepoltura di
cui parla il Codice la Nova, recentemente decriptato da uno studioso rumeno,
nella medesima capitale, esattamente, il 16 giugno 1566 Filippo Bruno
(originario del Nolano), poco più che diciassettenne, entra come novizio,
assumendo il nome di Giordano nel convento domenicano di S. Domenico Maggiore a
Napoli, noto per l’alto livello dell’insegnamento universitario che vi era
impartito.
Un
convento dei Minori osservanti – oggi Complesso museale di santa Maria la Nova
in Napoli – avrebbe accolto, ma certamente commemora, il terzo Vlad, la cui
memoria è conservata oggi in un cappella fondata in Napoli, poco dopo che fra’
Giordano sarà andato via, esattamente nel 1586 ,dal Pio Monte per disposizione
testamentaria di Prospero Turbolo, ma nel '700 il Nepita la troverà spogliata
di tutto. L'altare marmoreo, con le armi scolpite dei Turbolo, fu eretto nella
rifazione generale degli ambienti, avvenuta nel sec. XVIII. L'opera, prodotto
di maestranze locali presenta una estrema semplificazione e schematizzazione
dei modi decorativi settecenteschi), constata - e oggi, grazie a Tufàn, può
finalmente leggere decodificato - una sorta di codice riscritto, con intenti
di renderlo, forse, oscuro, o almeno non subito chiaro ed evidente. In esso
le linee originarie in lingua greco bizantina moderna, dipinte direttamente sul
muro (che potrebbero risalire, all’analisi della fluorescenza indotta da
radiazioni ultraviolette, anche al secolo XVI)[1],
appaiono essere state come criptizzate da più di una mano successiva al
secolo XVI (allorché la mano originaria avrebbe cominciato presumibilmente a
scrivere su quel muro, quasi a voler rendere non subito evidente all’occhio
profano, quanto ivi tracciato). Il codice la Nova riguarda certamente colui che
viene apostrofato, fin dalla linea 8 della iscrizione decifata, come «Vlad ho
tōn Vlachōn», il Vlad dei Valacchi (cioè colui che, di nome Vlad, viene
dalla Valacchia). Di lui, alla linea 10, si riferisce, forse con linguaggio
allegorico: «Dis ephoneuthē – “egli due volte fu ucciso”».
domenica 1 febbraio 2026
il diario di Maria Balsa, fantasia romanzata al Books & Museum
Un
“fantasia romanzata” su Maria Balsa.
Alcuni
spunti tra fantasia che provoca la realtà
La
ricerca delle proprie origini biologiche ha oggi, in Italia, un vero e proprio
“movimento” culturale e giuridico, oltre che bioetico[1].
Da
parte sua,
Lanaro
Giorgiana Mioara, la scrittrice, del cui libro oggi parliamo, narra di una
propria personale ricerca delle origini biologiche, scrivendo - come da Manzoni
in poi fanno in molti - del ritrovamento di un documento. L’autrice narra,
infatti, di essersi imbattuta in un fascicolo di fonti e atti, che la riporterebbero
a connessioni biologiche niente di meno che con Maria Balsha. Proprio così
nella finzione letteraria, nella quale viene descritta anche la Balsha: «Una
principessa fuggita dai Balcani dopo la caduta della sua terra, figlia, forse
di Vlad III, conosciuto al mondo come “Dracula”. Accolta alla corte aragonese
di Napoli, visse sotto la protezione del re Ferrante, nascosta dietro un nome
che non era il suo»[2].
Ne
nasce, così, attraverso l’invenzione letteraria del ritrovamento di una fonte,
quello che la stessa Autrice denomina opportunamente romanzo di fantasia
storica. Un romanzo, tuttavia, in cui ella non omette di evocare quelle
che, nella fantasia romanzata, sarebbero le possibili connessioni con colei
che, forse, come la scrittrice ritiene, fu una sua antenata, andata in sposa a
Giacomo Alfonso Ferrillo nella contea di Muro, esattamente nella città di Acerenza.
Le cronache di età moderna descrivono Maria Balsa come arrivata in Italia
nel 1480, giuntavi all’età di circa 7 anni, orfana, al seguito di Andronica
(Donuka) Arianiti Comnena - la vedova dell’eroe albanese Giorgio Castriota
Skanderbeg, despota di Albania - e di suo figlio Giovanni, giunti, appunto,
profughi alla corte del loro alleato - anche in virtù della comune appartenenza
all'Ordine del drago -, cioè dell’allora re di Napoli Ferrante
(Ferdinando I) d’Aragona (1458-1494).
Il
romanzo dell’autrice immette nel racconto fantastico numerosi aspetti
precedenti e coevi alla stagione spagnola del regno di Napoli, non senza
espliciti richiami ai Ferrillo e ad altri personaggi che vengono come
trasfigurati in questo Diario romanzato: «Con Nica e Alfonso abbiamo
trovato informazioni preziose su Vlad, su mia madre e sulla famiglia Ferrillo.
La scoperta dell’epigrafe a Napoli, la cripta di Acerenza con gli affreschi che
raccontano le origini della mia famiglia… è come se i pezzi del puzzle della
mia vita iniziassero a combaciare, anche se a volte mi fanno più paura che
altro. Ho provato paura, eccitazione, gioia, confusione… tutto insieme»[3].
sabato 31 gennaio 2026
Cristo narrato ai lontani, Giustiniani e De Maio ospiti di Rosario Lavorgna su PSNTV
domenica 18 gennaio 2026
Nessuno mi sfiori invano. Racconto di vita e di dialogo tra culture, generazioni e fedi diverse
┌─────────────────────────┐
│ 📅 SAVE THE DATE ││ 📚 Books&Museum │
│ 🏛️ S. Maria la Nova │
│ 📍 1 Febbraio 2026 │
└─────────────────────────┘
Diana Pezza Borrelli, Nessuno mi sfiori invano. Racconto di vita e di dialogo tra culture, generazioni e fedi diverse, a cura di Tiuna
Notarbartolo, Giannini Editore, Napoli 2025, pp. 57 (Sorsi 24)
1.
Nessuno mi sfiori invano.
Questa, del titolo, è una frase di Chiara Lubich, che trova il suo senso compiuto soprattutto nelle pagine che Diana dedica al marito Antonio i cui funerali, come si legge in una lettera del 13.2.2014, del Presidente dell’AECNA Luciano Tagliacozzo, avvennero «in una cerimonia che, svoltasi all'interno della chiesa di Santa Maria La Nova, con un “rito” laico, ha ben sintetizzato un suo detto : “Sono cattolico non credente”. Un ossimoro? Nient' affatto!» (p. 38). Il tutto del titolo trova, inoltre, il suo senso in 1 Gv 3,14: «Noi sappiamo che siamo passati dalla morte alla vita, perché amiamo i fratelli. Chi non ama rimane nella morte» (cfr. p. 49). Diana Pezza Borrelli, in queste pagine raccolte da Tiuna Notarbartolo, non sfiora inutilmente alcuni dei momenti salienti della propria esistenza attiva e ingaggiata.
Per chi voglia berne almeno “un sorso”, Diana, Gemma, Maria
Luisa Pezza Borrelli ci offre un fresco sorso di… carta, fin dai primi attimi
della sua nascita: «Quando sono nata, mi hanno raccontato che la balia, Anna
Buccitti, che ha vissuto in casa nostra per più di settanta anni, commentò: “n’ata
femmena”» (p. 5).
Co-fondatrice del primo Reparto di Scouts a Napoli, Diana,
pur essendo un’altra femmina di una società tradizionale ancora
maschilista, ebbe proprio per questo, nel gruppo delle Coccinelle, il totem di petrosino
allegro (petrosino ogni minestra?): «come il prezzemolo, ero dappertutto,
‘allegro’ per la mia indole gioiosa e conviviale.» (p.6).
Insegnante al Monaldi, dopo l’ISEF, di Attività motorie e
sportive per bambini lungodegenti, affetti da TBC ossea, dal 1966 Diana
incrocia il carisma di Chiara Lubich (e di quello che sarà denominato Movimento
dei Focolari), di cui fin da subito condivide lo spirito, anzi lo
condividerà, come ribadisce, fino all’incontro col Signore dei giorni, che le
auguriamo lontano, molto lontano. Su Chiara, Diana scrive con gioia e
ammirazione quelli che ne ritiene i cardini dell’esistenza: «Amore, Dialogo,
Servizio, Comunione, Condivisione, Impegno, Senso: questi furono i cardini
della sua proposta rivoluzionaria, una proposta che non solo rispondeva ai
bisogni del momento, ma indicava una via per il futuro, un cammino da
intraprendere insieme. Nello Statuto approvato dalla Chiesa, è scritto che
Presidente dell’Opera di Maria, Movimento dei Focolari, sarà sempre una Donna!»
(p. 11). Donna, ovvero, come si legge testualmente nell’opuscolo curato da
Tiuna Notarbartolo, emblema di «costante amore generativo, come solo le donne sanno
dare» (p. 12).
Corrado Ocone, il non detto della libertà
Raccontami. Anni di storie di foto, Barbara Napolitano. La verità dello sguardo
Books and Museum- Domenica 22 marzo 2026, h. 11.30 Barbara Napolitano , Raccontami. Anni di storie di foto , Independently published, 2025....
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Al Prof. Pasquale Giustiniani Grande Teologo e Grande Amico Caro Pasquale, viviamo un momento storico in cui i rapporti fra le ...
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Oggi possiamo bloccare il dolore con sistemi moderni, sicuri, efficaci ed incruenti. Nel campo osteoarticolare è utilissi...
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L’attualità della pedagogia del metodo educativo di San Giovanni Bosco (1815-1888) di Giuseppe Lubrino Per comprendere appieno la...




