Prof. Pasquale Giustiniani
Books and Museum 24.5.2026
Luigi Ottaiano - Nadia Sodano, LA CANZONE NAPOLETANA IN
RADIO STORIA, POLITICA E PROGRAMMAZIONE MUSICALE DAL 1926 AL 1952, edizioni Libreria del Castello, Solopaca 2025, pp. 450.
Le mie conclusioni
Con questo volume, ancora a quattro mani, Luigi Ottaiano porta fino agli inizi degli anni Cinquanta del secolo breve la sua ricerca. Sono già noti, insieme gli altri testi: Storia della canzone napoletana dalle origini al 1880, II edizione, Napoli, Cuzzolin, 2025; Storia della canzone napoletana: dal 1880 al 1929, Napoli, Cuzzolin, 2024; Storia della canzone napoletana: dal 1930 ai giorni nostri, Napoli, Cuzzolin, 2024
1.
Munasterio ’e Santa Chiara
Dimane?
Ma vurria partì stasera. - Luntano, no, nun ce resisto cchiù. Dice che c’è
rimasto sulo ’o mare, - che è ’o stesso ’e primma, chillu mare blu. Munasterio ’e Santa Chiara, - tengo ’o core scuro
scuro. Ma pecché, pecché ogne sera, - penzo a Napule comm’era, penzo a Napule
comm’è?.
Come
leggiamo nel ponderoso volume, «Munasterio ’e Santa Chiara rappresenta una
delle testimonianze più struggenti degli orrori della guerra. Il 4 agosto 1943,
i bombardamenti distruggono la storica basilica di Santa Chiara, costruita nel
1300, a cui i napoletani erano molto legati. Questo brano diventa il simbolo
della ricostruzione post-bellica, con il testo che racconta di un emigrante
desideroso di tornare a Napoli, ma contemporaneamente teme di trovare una città
distrutta e sconvolta dalla guerra» (pp. 231-232).
Mattinata di discussione (il 15 maggio 2026) con gli studenti del classico, delle scienze umane e dello scientifico nell'aula magna dell'Istituto Superiore Statale "Carlo Levi" di Marano di Napoli, sotto la regia eccellente della Dirigente scolastica.
Il bambino dal compleanno inventato
Un colpo d'occhio straordinario nel cuore del Complesso Monumentale a Napoli. La numerosa partecipazione testimonia il vivo interesse e la profonda attenzione dei presenti verso le tematiche civili sollevate dal volume di Cinzia Brancato.
Un momento cruciale del dibattito incentrato sulle dinamiche della genitorialità adottiva. Gli sguardi in platea riflettono il coinvolgimento emotivo suscitato dalle letture critiche eseguite nel corso della mattinata.
«...come se la genitorialità potesse essere assicurata da un bonifico più consistente» (p. 74).
Il Report mette in luce l'analisi sferzante dell'autrice in merito ai pesanti carichi burocratici ed economici legati alle adozioni.
La sessione si è conclusa con l'intervento attivo del pubblico e le riflessioni finali dei relatori Pasquale Giustiniani, Silvio de Maio e Maria Pirro, tracciando nuove risposte sul valore dell'accoglienza.
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L’articolo analizza la dimensione educativa nei Vangeli con particolare attenzione al IV Vangelo, evidenziando la figura di Gesù Maestro e la sua pedagogia rivelativa. Viene approfondito il linguaggio simbolico giovanneo (segni, ora, gloria), il contesto redazionale e teologico dell’opera, nonché la prospettiva trinitaria che include la promessa del Paraclito quale guida alla verità. Particolare rilievo è dato al capitolo 5 di Giovanni, in cui il conflitto con i Giudei diventa paradigma delle grandi opposizioni simboliche (luce/tenebre, vita/morte, grazia/peccato). L’articolo mette in luce il dinamismo di accoglienza e rifiuto del Verbo e il significato ambivalente del “mondo” nella teologia giovannea.
La dimensione educativa costituisce una chiave ermeneutica fondamentale per comprendere l’intero messaggio evangelico. Nei Vangeli, Gesù appare come Maestro che forma discepoli, suscita interrogativi e conduce progressivamente alla verità. Nel IV Vangelo, questa dimensione raggiunge una profondità singolare: l’insegnamento di Gesù coincide con la rivelazione del mistero di Dio e con un itinerario pedagogico che coinvolge l’intera esistenza del credente.@scenari.futuri La questione educativa nei Vangeli: Gesù Maestro e la pedagogia del IV Vangelo di Giuseppe Lubrino. Analisi a cura di Scenari Futuri.
♬ suono originale - Scenari Futuri
Educare, in questa prospettiva, significa introdurre alla fede come relazione viva con Dio, attraverso un cammino che porta dalla comprensione sensibile alla verità spirituale, dalla ricerca alla comunione.
Autore, data e contesto della teologia giovannea
Tradizionalmente attribuito all’apostolo Giovanni, il IV Vangelo viene generalmente datato tra il 90 e il 100 d.C. Esso appare, secondo la maggior parte degli studiosi, come il risultato di un processo redazionale maturato all’interno di una comunità giovannea, probabilmente situata nell’Asia Minore.
In questa prospettiva si colloca l’analisi di Alberto Caselegno SJ, il quale sottolinea come il Quarto Vangelo sia il frutto di una riflessione teologica sviluppata in ambiente ecclesiale, dove la memoria storica di Gesù è stata riletta alla luce della fede pasquale e in un contesto segnato dalla separazione dal giudaismo sinagogale. Come evidenzia lo studioso, «il testo giovanneo manifesta una lunga maturazione redazionale e teologica all’interno di una comunità credente» (A. Caselegno, Perché contemplino la mia gloria, Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo 2000, p. 27).
La teologia giovannea si distingue per una cristologia elevata, centrata sul Logos preesistente («In principio era il Verbo», Gv 1,1) e per un linguaggio simbolico che mira a rivelare il significato profondo degli eventi.
Gesù Maestro: identità e metodo educativo
Nel IV Vangelo, Gesù è il Maestro che conduce alla verità attraverso una pedagogia coinvolgente e trasformativa: «Voi mi chiamate Maestro e Signore…» (Gv 13,13). Il suo insegnamento è dialogico, simbolico e progressivo.
Il vocabolario simbolico: segni, ora, gloria
Il linguaggio giovanneo è strutturalmente educativo:
- Segni: «Questi sono stati scritti perché crediate» (Gv 20,31). I segni orientano dalla visione alla fede.
- Ora: «È venuta l’ora» (Gv 12,23). Indica il compimento
della missione nella Pasqua.
- Gloria: «Abbiamo contemplato la sua gloria» (Gv 1,14). La
gloria si manifesta nella croce, come rivelazione dell’amore.
La prospettiva trinitaria e la promessa del Paraclito
Un elemento decisivo della pedagogia giovannea è la sua dimensione trinitaria. Gesù educa introducendo nella relazione con il Padre: «Il Figlio da se stesso non può fare nulla se non ciò che vede fare dal Padre» (Gv 5,19).
Questa dinamica si prolunga nel tempo attraverso il dono dello Spirito Santo, il Paraclito:
- «Il Paraclito, lo Spirito Santo… vi insegnerà ogni cosa» (Gv 14,26);
- «Vi guiderà alla verità tutta intera» (Gv 16,13).
Il Paraclito è il prolungamento dell’opera salvifica ed educativa di Gesù: rende presente la sua parola, ne approfondisce il significato e conduce il discepolo a una comprensione sempre più matura del mistero di Cristo. In tal senso, l’educazione cristiana è intrinsecamente dinamica e aperta, guidata dallo Spirito verso la pienezza della verità.
Giovanni 5: la disputa come evento educativo e rivelativo
Il capitolo 5 rappresenta uno snodo fondamentale. Dopo la guarigione del paralitico in giorno di sabato, Gesù afferma: «Il Padre mio agisce anche ora e anch’io agisco» (Gv 5,17), suscitando ostilità.
Il discorso sviluppa temi centrali:
- comunione tra Padre e Figlio;
- potere di dare la vita («Chi ascolta la mia parola… ha la
vita eterna», Gv 5,24);
- giudizio («Il Padre ha dato ogni giudizio al Figlio», Gv
5,22).
Il rifiuto emerge chiaramente: «Non volete venire a me per avere la vita» (Gv 5,40). La chiusura non è ignoranza, ma resistenza alla rivelazione.
Le grandi polarità simboliche
Il IV Vangelo struttura il suo messaggio attraverso contrapposizioni decisive:
- Grazia / Peccato: «Grazia su grazia» (Gv 1,16);
- Vita / Morte: «È passato dalla morte alla vita» (Gv
5,24);
- Giudizio / Redenzione: «Chi crede… non è condannato» (Gv
3,18).
Queste polarità chiamano a una decisione esistenziale.
Accoglienza e rifiuto del Verbo
«Venne fra i suoi… ma i suoi non lo hanno accolto» (Gv 1,11). Tuttavia: «A quanti lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio» (Gv 1,12).
L’accoglienza implica una nuova nascita; il rifiuto comporta la permanenza nelle tenebre.
Il “mondo” tra creazione e opposizione
Il mondo è amato da Dio («Dio ha tanto amato il mondo», Gv 3,16), ma è anche segnato dal rifiuto («Il mondo non lo ha riconosciuto», Gv 1,10).
La figura del «principe di questo mondo» (Gv 12,31) richiama simbolicamente il “serpente antico”, indicando una realtà di opposizione alla luce. Il discepolo è chiamato a vivere nel mondo senza appartenere alla sua logica.
Conclusione
La pedagogia di Gesù nel IV Vangelo si presenta come un itinerario trinitario di rivelazione e di vita. Il Padre è la fonte, il Figlio è il rivelatore, lo Spirito è la guida interiore che conduce alla verità piena.
Attraverso segni, parole e relazioni, il Maestro forma il discepolo, chiamandolo a una decisione tra luce e tenebre, vita e morte. Il dono del Paraclito assicura che questo processo educativo continui nel tempo, rendendo sempre attuale la presenza di Cristo.
Il IV Vangelo si configura così come una scuola permanente
di fede, nella quale il credente è guidato, nello Spirito, a entrare sempre più
profondamente nel mistero di Dio e nella comunione con Lui.
Nota redazionale
Il presente articolo è stato realizzato con l’ausilio di
strumenti di intelligenza artificiale, sotto la supervisione e revisione
dell’autore Giuseppe Lubrino
Books and Museum, 19 aprile 2026
Il mio intervento sul volume di
Guido
D’Agostino, Napoli: una storia lunga 2500 anni, Edizioni la Valle del
Tempo, Napoli 2026, pp. 146
È difficile ripercorrere, con metodo e mano di storico, qual è Guido D’Agostino, una storia, oggi cronaca, lunga ben 2500 anni. Storia di una città che è, insieme, assetto urbanistico, collettività di persone con i propri cicli demografici (a volte si potrebbe dire insieme di popoli), insieme di vicende che si dipanano tra mito e storia… E fare tutto ciò, con un taglio di particolare attenzione alle «trasformazioni della morfologia urbana» (p. 4), che è un rilevante fattore che rivela quel grande, straordinario, contenitore, che è Napoli, ovvero un «miscelatore, ricettore, rielaboratore e diffusore, propagatore intorno a sé, e a distanza, di esperienze culturali, psicologiche e antropologiche» (p. 5) che oggi contano due millenni mezzo.
Il
professor D’Agostino ci prova e, mi sembra, ci riesce, offrendoci, nelle tre
parti del volume, il senso e le sfaccettature delle tante Napoli in una
medesima Napoli (cfr. p. 43), come si vede perfino nella più recente vicenda
elettorale (cfr. soprattutto la terza parte e, in essa, per la vicenda
elettorale dei sindaci, la p. 47, che giunge fino alla consiliatura di Gaetano
Manfredi (classe 1964).
L’Autore
compie per noi tutti questo, nella condivisibile convinzione, «che anche la
vicenda elettorale, e relativa traduzione politica del voto, presenta quel
carattere di indiscutibile specificità e contraddittoria singolarità» (p. 47).
Così,
miti arcaici e vicende storiche, idealità e monumenti, stagioni in cui Napoli
fu capitale di un Regno e altre in cui dovette adattarsi alle scelte politiche
di regnanti e di nuovi poteri, si susseguono nei momenti essenziali. Il tutto
viene descritto con il peculiare occhio e scrittura dello storico, che si
ritaglia e segue un suo preciso metodo di rilettura, che segue «l’intreccio tra
i processi sociali, politici ed istituzionali da un lato, e quelli riguardanti
il piano urbanistico e l’assetto del territorio dall’altro… secondo momenti e
con modalità distinti» (p. 30).
La
lunga vicenda storica della città/mondo, che è Napoli, pur in una visione
consapevolmente panoramica (col rischio, cioè, di perderne le sfumature e
sfaccettature), viene, dunque, seguita e narrata in poche, godibili, pagine,
prevalentemente attraverso la proiezione/rappresentazione in chiave urbanistica
e territoriale delle vicende, dei temi, dei monarchi, della classi sociali e
dei fenomeni che, attraverso le trasformazioni della morfologia urbana nelle
successive stagioni ed epoche, vanno dipingendo i vari aspetti di una vera e
propria stratigrafia della città: «sulle scena fisica della città, modellata,
appunto, in senso stratigrafico» (p. 5), prendono, così, corpo le identità
mitiche di Partenope/Neapolis e storiche delle varie stagioni di quella che è
stata capitale del sud. Si tratta sono identità multiverse e pluriverse,
multi-etniche e multi-razziali, in sintesi delle identità aperte e meticce,
porose come le pietre e le strutture murarie e viarie che si susseguono nei
tempi delle costruzioni e ricostruzione dell’assetto monumentale e viario. I
temi, fenomeni ed eventi raccontati si proiettano sempre sulla «corrispondente
proiezione/rappresentazione in chiave urbanistica e territoriale» (p. 41).
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