Un
“fantasia romanzata” su Maria Balsa.
Alcuni
spunti tra fantasia che provoca la realtà
La
ricerca delle proprie origini biologiche ha oggi, in Italia, un vero e proprio
“movimento” culturale e giuridico, oltre che bioetico[1].
Da
parte sua,
Lanaro
Giorgiana Mioara, la scrittrice, del cui libro oggi parliamo, narra di una
propria personale ricerca delle origini biologiche, scrivendo - come da Manzoni
in poi fanno in molti - del ritrovamento di un documento. L’autrice narra,
infatti, di essersi imbattuta in un fascicolo di fonti e atti, che la riporterebbero
a connessioni biologiche niente di meno che con Maria Balsha. Proprio così
nella finzione letteraria, nella quale viene descritta anche la Balsha: «Una
principessa fuggita dai Balcani dopo la caduta della sua terra, figlia, forse
di Vlad III, conosciuto al mondo come “Dracula”. Accolta alla corte aragonese
di Napoli, visse sotto la protezione del re Ferrante, nascosta dietro un nome
che non era il suo»[2].
Ne
nasce, così, attraverso l’invenzione letteraria del ritrovamento di una fonte,
quello che la stessa Autrice denomina opportunamente romanzo di fantasia
storica. Un romanzo, tuttavia, in cui ella non omette di evocare quelle
che, nella fantasia romanzata, sarebbero le possibili connessioni con colei
che, forse, come la scrittrice ritiene, fu una sua antenata, andata in sposa a
Giacomo Alfonso Ferrillo nella contea di Muro, esattamente nella città di Acerenza.
Le cronache di età moderna descrivono Maria Balsa come arrivata in Italia
nel 1480, giuntavi all’età di circa 7 anni, orfana, al seguito di Andronica
(Donuka) Arianiti Comnena - la vedova dell’eroe albanese Giorgio Castriota
Skanderbeg, despota di Albania - e di suo figlio Giovanni, giunti, appunto,
profughi alla corte del loro alleato - anche in virtù della comune appartenenza
all'Ordine del drago -, cioè dell’allora re di Napoli Ferrante
(Ferdinando I) d’Aragona (1458-1494).
Il
romanzo dell’autrice immette nel racconto fantastico numerosi aspetti
precedenti e coevi alla stagione spagnola del regno di Napoli, non senza
espliciti richiami ai Ferrillo e ad altri personaggi che vengono come
trasfigurati in questo Diario romanzato: «Con Nica e Alfonso abbiamo
trovato informazioni preziose su Vlad, su mia madre e sulla famiglia Ferrillo.
La scoperta dell’epigrafe a Napoli, la cripta di Acerenza con gli affreschi che
raccontano le origini della mia famiglia… è come se i pezzi del puzzle della
mia vita iniziassero a combaciare, anche se a volte mi fanno più paura che
altro. Ho provato paura, eccitazione, gioia, confusione… tutto insieme»[3].



