le mie news

Caricamento ultime analisi del Prof. Giustiniani...
Visualizzazione post con etichetta Community. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Community. Mostra tutti i post

martedì 14 luglio 2026

Scacco al Re, la banalità del male domestico


Scacco al Re, William Bavone.

recensione di Domenico Lubrano Lavadera

“Camminare tra i vicoli di Bologna, avere la sensazione che basti alzare la testa per potersi orientare. Nulla di più falso”. È questa Bologna labirintica e selvatica a fare da sfondo alle tragiche vicende del romanzo “Scacco al re” di William Bavone. Seguiamo le peripezie di una rete sfaccettata di personaggi, ma specialmente due, guidano la narrazione: Nico De Luca, ispettore salentino trapiantato a Bologna dal fare burbero ma dall’animo buono, e Vincenzo, un impiegato di banca che conduce un’esistenza piuttosto ordinaria e senza memorabili scintille di eroicità. Ha una moglie, Monia, che rispetto a lui sembra essere una promettente professionista focalizzata sulla carriera, equilibrata e centrata, e un figlio, Diego, tutto sommato un adolescente come gli altri. Ma l’animo di Vincenzo sembra essere per predisposizione naturale adombrato da un sentore di una certa latente malinconia, che si manifesta in quelle sue episodiche eclissi, come se un sentimento improvviso di angoscia si insinuasse, quasi fosse “una tranquillità che fugge dal presente”.

La stabilità del suo microcosmo esistenziale e familiare viene subito incrinata da un susseguirsi di omicidi nel suo quartiere, dove il tasso di criminalità non è mai stato allarmante. Eppure, d’improvviso, la violenza irrompe, per una prima volta, con la sua brutale insensatezza, con la sua origine invisibile. La carneficina sembrerà risolversi come null’altro che il progetto di una moglie paranoica nei confronti delle presunte scappatelle del marito. I due coniugi gestivano una bancarella in un mercatino popolare, tra l’altro estremamente familiare a Vincenzo stesso e al resto dei suoi parenti, che si dicono a maggior ragione costernati. Insomma, una chiara allusione alla banalità del male: un’escalation omicida che non è altro che il frutto del delirio di una modesta signora pervasa da un istinto di gelosia incontenibile. L’idea che la minaccia sia in agguato, che il male serpeggi come una creatura mostruosa che sia in grado di rovesciare anche le più modeste e semplici realtà quotidiane, sembra una consapevolezza difficilmente digeribile, e che, anche quando si chiudono le sbarre, non sembra abbandonarci. L’intervento della legge e dell’autorità è, a questo proposito, del tutto ininfluente. Non possiamo dichiarare semplicemente che il caso è chiuso e chiudere la porta al male coltivando la vana speranza di essercelo lasciato alle spalle. Tutto sembra suggerire che ci si trovi di fronte al preludio di una tragedia ancora più terribile, ancora più nefasta.

Il tono noir del romanzo assume anche, secondo me, pennellate di dramma psico-identitario. Vincenzo sente, dentro di sé, una qualche lancinante frattura dell’ego, un impulso indelebile di vincere una lotta tutta interna col suo innato senso di insignificanza, con la miseria angustiante della monotonia della sua vita, tutta fatta di grigiore e opachi sprazzi di normalità. Una normalità soffocante.

Un ego accartocciato, potremmo dire, fustigato, come un uccellino che si divincola nella sua gabbia e che patisce la fame. Così, per momentaneamente dissociarsi dall’ambascia quotidiana trova un suo personalissimo modo di assecondare il suo bisogno di ergersi al di sopra della ritualità quotidiana, priva di prodezze di cui andare fieri. Vincenzo necessita di un angolo di mondo, anche parallelo, anche fittizio, in cui ergersi come mito indiscusso, libero dalle catene della sua placida mediocrità.

Il capro espiatorio diventa ironicamente un certo Faber37, un utente come un altro di un’applicazione di scacchi online. Ma lì la dinamica assume tutt’altro significato: il gioco di Vincenzo diventa la sede da cui promana la sua vertiginosa rovina. Crede di avere controllo, ma ad ogni mossa lo perde, anche se non pare da subito rendersene conto. Il suo avversario è ossessivo, sempre pronto all’azione, capace di prevedere ogni sua mossa. Vincenzo si sente attorniato da nemici, defraudato di certezze, ma più si mantiene viva in lui questa percezione e più questo rinfocola il suo proposito di prevalere, di far vedere chi è il migliore a tutti coloro che lo sottovalutano, o che tramano alle sue spalle.

Quel gioco all’apparenza innocuo diventa l’incipit della sua decisiva sconfitta, del fracasso inesorabile del suo maldestro progetto di rivalsa. Faber37 sa come colpire, e cuoce la sua preda facendo leva sui rigurgiti collerici di vanità del rivale.

La partita a scacchi è parte di un piano più ampio: è un tassello di un mosaico definito per annientare il protagonista, per esaurire le sue risorse e per detronizzarlo fino alla disfatta. Sembra impossibile comprendere come un tale progetto sia scaturito dalla mente di un essere umano e quale possa esserne la causa scatenante, ma questo non rende tale perversa macchinazione meno impietosa. Tutto inizia da piccoli inconvenienti ravvicinatissimi, coincidenze sfortunate sintetizzabili più come un fortuito e passaggero accanimento della sorte: la macchina che prende fuoco, la bicicletta che viene prima perduta e poi ritrovata misteriosamente proprio sotto casa. Poi, uno ad uno, proprio come una partita di scacchi, le pedine sono scaraventate fuori dal tavolo da gioco: la moglie, che, dopo aver bevuto un drink contaminato, viene violentata da uno sconosciuto, e che dopo la morte del figlio per overdose, definitivamente lo abbandona. Il suo matrimonio, presumibilmente la sua oasi felice, emerge in tutta la sua precarietà, fino a quel momento forse impercettibile. Vincenzo stesso non è altro che una pedina che non ha più voce in capitolo sul suo destino, che ormai cade a picco verso il fondo della desolazione.

Divenuto vittima sbigottita di un male che non lascia la sua firma, di chi è lecito sospettare? Verso chi è legittimo scaricare la colpa della sua debacle?

Eppure, ha ancora il suo lavoro, la sua posizione di impiegato stabile da difendere. Dopo aver definitivamente sconfitto la sua rivale Patrizia che come lui agognava una promozione, viene fuori che certi investitori si sarebbero a lui affidati per concludere degli affari decisivi, e il suo capo non l’ha mai stimato a tal punto. Forse Vincenzo sente che, dopo tante sventure, il caso, altrettanto maldestro, sceglie infine di assolverlo e suggerirgli una via per la risalita, una mano che lo risollevi dal burrone in cui fino a quel momento sentiva di precipitare senza tregua.

Eppure, anche lì, la pedina del suo ruolo sociale viene scardinata dalla scacchiera: non è lui, ma un comune stagista, Gianluca, appena arrivato, che improvvisamente lo declassa. Le sue menzogne, moine sconclusionate di un ego scalcagnato, gli si rivoltano contro. Preda della sua stessa ingenuità quasi puerile, Vincenzo si trova di nuovo davanti un vicolo cieco. Rivolgendosi al suo capo, ormai prostrato dalla sofferenza, Vincenzo è come una formica che saltella indignata e capricciosa contro lo sguardo impassibile della Fortuna, sorda alle sofferenze umane. “Come puoi licenziarmi? Ho perso mio figlio, ho perso mia moglie…non è abbastanza?”

Ribollendo di un’ira cieca, finisce poi per scaraventarsi contro colui che sembra essere fautore principale del suo declino, per poi, altrettanto maldestramente, morire sotto un colpo d’arma da fuoco, per mano di una guardia giurata a cui aveva sottratto l’arma da fuoco per vendicarsi. Occhio per occhio, dente per dente, diventa la legge umana immutabile che sembra innescare le azioni di più di un personaggio della storia.

A poco a poco, la nebbia dell’arcano si dirada. Il colpevole è, invero, Gianluca, quel novellino apparentemente innocuo e desideroso di conquistarsi la stima dei colleghi, con fare amichevole e collaborativo. Ma la realtà delle circostanze sembra uscire fuori da ogni prevedibilità. Si tratta, in verità, del figlio di un pover’uomo gravemente malato a cui, lo stesso Vincenzo, qualche anno prima, aveva negato un finanziamento, proprio nel momento in cui questo risultava più urgente. Ed è a quel punto che questo figlio, rimasto unico superstite della tragedia, decide di trasformarsi in un aguzzino senza scrupoli e vendicare il padre contro colui che ha deliberatamente nominato come responsabile della sua morte.

A questo punto credo che la vicenda di Vincenzo possa suggerirci ulteriori spunti. In che modo, ammesso che ciò sia possibile, giustificare la spirale di eventi che lo colpisce a tal punto?

Se è vero che lui stesso a suo tempo aveva agito con la freddezza che pure si confà ad un funzionario seduto davanti ad un computer e che distrattamente analizza dati e documenti con la sensibilità di un ammasso di latta, sarebbe forse da ritenere responsabile della morte di quel padre tanto amato dal figlio al punto da iniziare una crociata contro il suo presunto assassino?

Del resto, tutto precipita in qualche decina di pagine, in un ritmo convulso che quasi fa mancare il fiato, che inevitabilmente sgomenta e ci rende spettatori di un ciclo d’orrore senza fine, senza consolazione. La conclusione del romanzo è davvero ispirata. Alla fine, l’ideatore di questo piano diabolico, si rivela di sua sponte, anche se non direttamente. Lascia un filmato, fatto di diapositive che procedono a singhiozzi, quasi ricalcando la follia intermittente di un animo disturbato, che ha perso coerenza, ridotto in microscopici pezzi sconclusionati dal dolore, un dolore lacerante.

L’ispettore De Luca, in tutto questo, è forse il simbolo del tentativo fallace della giustizia umana di dare ordine al caos degli impulsi violenti, che fremono nei punti di rottura dell’ordine costituito. Anche lui, in un certo senso, perde la sua battaglia: non riesce a prevenire l’inevitabile, per quanto ne avesse percepito le avvisaglie. Anche lui resta a rassegnarsi di fronte agli eventi e al loro raccapricciante corso. “Il rivolo nero era arrivato dalla sorgente alla foce”. Il male ha giocato la sua ultima partita, e ha prevalso. Fine dei giochi.

Vorrei concludere la mia analisi, però, con un tema che mi sembra il cuore di questo romanzo. Non è solo il tema puro e semplice della vendetta, ma della legittimità di questa e del confine che separa la vendetta in senso stretto con la giustizia. Quand’è, in sostanza, che questa può essere definita giusta, ammesso che questo possa avvenire. La vendetta è sempre concepita, da chi la esegue, come legittima punizione per colui che ha peccato, che ha offeso, che si è macchiato di un delitto altrettanto grave come la punizione che gli viene inferta. Se però, come di certo in questo caso avviene, colui che vendica travalica i limiti, ammesso che non l’abbia già fatto semplicemente per aver coltivato e tradotto in atti il suo irrazionale sentimento, il rapporto di proporzionalità tra offesa e difesa si spezza, il rapporto tra torto e ragionevole risposta ad esso viene a mancare, lasciando solo una scia di inspiegabile violenza.

Il vendicatore, tutto consumato dal suo anelito che “sia fatta giustizia”, tende a perire in un pantano di disumanità. Il suo progetto, radicato in un sentimento profondamente umano (il dolore della perdita), entra nella sfera del disumano, della cieca devastazione, della incapacità di dare sollievo ad un dolore che, in definitiva, non ha effettivi artefici. Vincenzo non ha nessuna colpa della morte del padre di Gianluca, che era, inoltre, un esito ormai prevedibile. Se, come diceva Hugo, siamo tutti “condannati a morte con rinvii indefiniti”, allora Vincenzo, come nessuno, potrebbe essere ritenuto colpevole di una morte già destinata, come del resto sarebbe in senso lato quella di chiunque. Certo, se il malato bisognoso avesse ricevuto il finanziamento forse avrebbe potuto curarsi e l’esito non sarebbe stato quello che è poi è stato. E allora diciamo che non è Vincenzo ad essere spietato, ma l’intero sistema in cui si inscrive e di cui è occasionale esponente, lo stesso che riduce esseri umani a coordinate bancarie e codici a barre senza volto e senz’anima.

Nel portare a termine il suo piano, tuttavia, il vendicatore si sente un eroe. Se lo scotto del torto, o della morte, o del dolore, ci fa venire in contatto con la nostra insignificanza, allora la vendetta diventa, tra le altre cose, un estremo tentativo di rivalsa personale. L’ultima mossa, quella decisiva, a cui si aggrappa il nostro desiderio di vana gloria.

Mi viene in mente il personaggio del giudice del romanzo Dieci Piccoli Indiani di Agatha Christie. Costui, che infine si rivela artefice della punizione dei delinquenti rimasti impuniti, sembra voler incarnare i panni dell’ emissario di una giustizia superiore. Ma in realtà il suo scopo non è solo pareggiare i conti, è anche essere idolatrato come autore di un’impresa inarrivabile. In effetti, anche nella banalità di una partita a scacchi consumata online, era questa stessa spinta egoica che animava Vincenzo, e la sua collega Patrizia, tanto ansiosa di scavalcarlo di prestigio agli occhi del direttore. Sono questi impulsi della stessa natura, tanto presenti e tanto impellenti in ognuno, che rischiano se non governati e costruttivamente incanalati di sfociare in uno flusso sanguinolento di reciproca distruzione.

La preoccupazione del giudice del romanzo della Christie è, in ultima battuta, quello di “rendere nota la propria maestria”, derivante da “un ingenuo desiderio umano che qualcuno sappia quanto sono stato abile”. In questo, la riparazione dei torti compiuti è assolutamente strumentale a uno spasmodico e macabro compiacimento del sé.

Colui che decide di attuare la resa dei conti espone il suo piano come simbolo che riflette la sua forza inarrestabile, della sua capacità di architettare il corso degli eventi, di tradurlo a suo vantaggio.

La vendetta diventa, in questo senso, l’ultimo estremo trionfo della vita che si oppone alla morte, il riscatto dell’uomo che è e inevitabilmente percepisce sé stesso come mera “poltiglia di carne calda che pulsa”, ed è questa “piacere effimero a farci fibrillare prima di prendere dimora nella necropoli.”

E ritornando ai limiti della vendetta, un’altra cosa voglio sottolineare. Anche questo è un tema assolutamente vitale nella storia della letteratura. Secondo alcuni, cedere al richiamo della vendetta non è nulla che possa esser giustificato, ed è anzi un delitto essa stessa. Oppure, al contrario, vendicarsi sarebbe un atto dovuto, poiché compenserebbe ciò che la giustizia classica, nei suoi limiti fisiologici, non può fare? Sarebbe quindi subalterna ed extrema ratio? Oppure, invece, prioritaria e ancor più nobile e divina, perché destinata a ripianare i torti che la giustizia terrena non può saldare, a colmare le lacune di quest’ultima, evidentemente insufficiente? E qual è il limite di validità di questa giustizia personale, privata, quasi provvidenziale? Quanto è giustizia e non sopruso arbitrario, pretesto per fare altro male e dare libero sfogo al più bieco istinto di prevaricazione?

Il Conte di Montecristo, simbolo leggendario dell’arte di vendicarsi, pure vive un delirio di onnipotenza, ergendosi pretestuosamente come fautore della Provvidenza divina, che agisce tramite lui, e, in questo, anche lui si disumanizza, perché perde contatto con la sfera emozionale che gli ricorda chi era e chi ha amato prima di farsi corrodere l’anima dal suo sentimento di punire i responsabili della sua decadenza.

Quando vede che i suoi nemici hanno patito più di quanto previsto, lui stesso si rende conto che la vendetta è uno strumento che può giungere a derive pericolose, e il confine è tanto sottile quanto facilmente eludibile. Decide, dunque, di rinunciarvi, ma il dado è ormai tratto: troppa sofferenza è stata sparsa senza motivo, senza scusa che possa giustificarne l’impeto e le rovinose conseguenze.

Certo, questo ci spinge a dire che Danglars e Mondego fossero innocenti e irreprensibili? L’uno era uno scaltro banchiere pronto a tutto pur di arricchirsi, e l’altro un arrivista che tradì persino il proprio superiore, portandolo ad essere ingiustamente ucciso. Allo stesso modo, coloro che furono giustiziati a Nigger Island erano forse anime pie trovatesi bersaglio di un’immeritata punizione? Certamente no. Ma possiamo dire che i loro esecutori siano invece esenti da colpe, che vedano immacolata la propria fedina? Chi può senza dubbio ritenere che analizzando la loro sfilza di imprese, i ruoli non si troverebbero invece invertiti, e anche a loro carico si troverebbero certe nefandezze per cui dover essere, in un modo o nell’altro, altrettanto severamente puniti?

“La vendetta può essere un fiume impetuoso che esonda e distrugge” scrive Bavone, e Montecristo, come il giudice della Christie e come Faber37, lo sa bene. Ma le conseguenze della vendetta, anche quella disseminata “a piccole gocce” sfuggono sempre di mano. E allora l’assunto per cui tentare di farsi giustizia da soli è un atto nobile e superiore rispetto alla giustizia che si fa nei tribunali a colpi di sentenze, è di certo incondivisibile, e rischia di farci incamminare su un terreno scomodo e tremendamente scivoloso. L’uomo non può ergersi a giudice dei peccati umani, perché fa parte di quella stessa schiera che condanna e mira a redimere, ne condivide lo stesso irrefrenabile impulso. Ognuno di noi è un giocatore di scacchi che gioca un’infinità di partite con un’infinita ed indeterminata schiera di potenziali nemici che desideriamo sconfiggere per ergerci vincitori, per brandire il maestoso e scintillante trofeo della fortuna.

Ma è una vittoria fittizia, amara, forse perfino scorretta, e alla fine è la Fortuna, prima di noi, a ricordarci quanto è facile perdere, e quanto violento e doloroso può essere lo scacco


Domenico Lubrano Lavadera community di scenarifuturi.blogspot.com

sabato 2 maggio 2026

La questione educativa nei Vangeli: Gesù Maestro e la pedagogia del IV Vangelo

L’articolo analizza la dimensione educativa nei Vangeli con particolare attenzione al IV Vangelo, evidenziando la figura di Gesù Maestro e la sua pedagogia rivelativa. Viene approfondito il linguaggio simbolico giovanneo (segni, ora, gloria), il contesto redazionale e teologico dell’opera, nonché la prospettiva trinitaria che include la promessa del Paraclito quale guida alla verità. Particolare rilievo è dato al capitolo 5 di Giovanni, in cui il conflitto con i Giudei diventa paradigma delle grandi opposizioni simboliche (luce/tenebre, vita/morte, grazia/peccato). L’articolo mette in luce il dinamismo di accoglienza e rifiuto del Verbo e il significato ambivalente del “mondo” nella teologia giovannea.

@scenari.futuri

La questione educativa nei Vangeli: Gesù Maestro e la pedagogia del IV Vangelo di Giuseppe Lubrino. Analisi a cura di Scenari Futuri.

♬ suono originale - Scenari Futuri
La dimensione educativa costituisce una chiave ermeneutica fondamentale per comprendere l’intero messaggio evangelico. Nei Vangeli, Gesù appare come Maestro che forma discepoli, suscita interrogativi e conduce progressivamente alla verità. Nel IV Vangelo, questa dimensione raggiunge una profondità singolare: l’insegnamento di Gesù coincide con la rivelazione del mistero di Dio e con un itinerario pedagogico che coinvolge l’intera esistenza del credente.

Educare, in questa prospettiva, significa introdurre alla fede come relazione viva con Dio, attraverso un cammino che porta dalla comprensione sensibile alla verità spirituale, dalla ricerca alla comunione.

Autore, data e contesto della teologia giovannea

Tradizionalmente attribuito all’apostolo Giovanni, il IV Vangelo viene generalmente datato tra il 90 e il 100 d.C. Esso appare, secondo la maggior parte degli studiosi, come il risultato di un processo redazionale maturato all’interno di una comunità giovannea, probabilmente situata nell’Asia Minore.

In questa prospettiva si colloca l’analisi di Alberto Caselegno SJ, il quale sottolinea come il Quarto Vangelo sia il frutto di una riflessione teologica sviluppata in ambiente ecclesiale, dove la memoria storica di Gesù è stata riletta alla luce della fede pasquale e in un contesto segnato dalla separazione dal giudaismo sinagogale. Come evidenzia lo studioso, «il testo giovanneo manifesta una lunga maturazione redazionale e teologica all’interno di una comunità credente» (A. Caselegno, Perché contemplino la mia gloria, Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo 2000, p. 27).

La teologia giovannea si distingue per una cristologia elevata, centrata sul Logos preesistente («In principio era il Verbo», Gv 1,1) e per un linguaggio simbolico che mira a rivelare il significato profondo degli eventi.

 

Gesù Maestro: identità e metodo educativo

Nel IV Vangelo, Gesù è il Maestro che conduce alla verità attraverso una pedagogia coinvolgente e trasformativa: «Voi mi chiamate Maestro e Signore…» (Gv 13,13). Il suo insegnamento è dialogico, simbolico e progressivo.

 Attraverso incontri personali (Nicodemo, la Samaritana, il cieco nato), Gesù guida i suoi interlocutori oltre il livello immediato. Il fraintendimento («Come può un uomo nascere quando è vecchio?», Gv 3,4) diventa strumento educativo, poiché costringe a superare una comprensione superficiale per accedere al significato spirituale.

Il vocabolario simbolico: segni, ora, gloria

Il linguaggio giovanneo è strutturalmente educativo:

- Segni: «Questi sono stati scritti perché crediate» (Gv 20,31). I segni orientano dalla visione alla fede. 

- Ora: «È venuta l’ora» (Gv 12,23). Indica il compimento della missione nella Pasqua. 

- Gloria: «Abbiamo contemplato la sua gloria» (Gv 1,14). La gloria si manifesta nella croce, come rivelazione dell’amore.

 

La prospettiva trinitaria e la promessa del Paraclito

Un elemento decisivo della pedagogia giovannea è la sua dimensione trinitaria. Gesù educa introducendo nella relazione con il Padre: «Il Figlio da se stesso non può fare nulla se non ciò che vede fare dal Padre» (Gv 5,19).

Questa dinamica si prolunga nel tempo attraverso il dono dello Spirito Santo, il Paraclito:

- «Il Paraclito, lo Spirito Santo… vi insegnerà ogni cosa» (Gv 14,26); 

- «Vi guiderà alla verità tutta intera» (Gv 16,13).

Il Paraclito è il prolungamento dell’opera salvifica ed educativa di Gesù: rende presente la sua parola, ne approfondisce il significato e conduce il discepolo a una comprensione sempre più matura del mistero di Cristo. In tal senso, l’educazione cristiana è intrinsecamente dinamica e aperta, guidata dallo Spirito verso la pienezza della verità.

Giovanni 5: la disputa come evento educativo e rivelativo

Il capitolo 5 rappresenta uno snodo fondamentale. Dopo la guarigione del paralitico in giorno di sabato, Gesù afferma: «Il Padre mio agisce anche ora e anch’io agisco» (Gv 5,17), suscitando ostilità.

Il discorso sviluppa temi centrali:

- comunione tra Padre e Figlio; 

- potere di dare la vita («Chi ascolta la mia parola… ha la vita eterna», Gv 5,24); 

- giudizio («Il Padre ha dato ogni giudizio al Figlio», Gv 5,22).

Il rifiuto emerge chiaramente: «Non volete venire a me per avere la vita» (Gv 5,40). La chiusura non è ignoranza, ma resistenza alla rivelazione.


Le grandi polarità simboliche

Il IV Vangelo struttura il suo messaggio attraverso contrapposizioni decisive:

 - Luce / Tenebre: «Gli uomini hanno amato più le tenebre» (Gv 3,19); 

- Grazia / Peccato: «Grazia su grazia» (Gv 1,16); 

- Vita / Morte: «È passato dalla morte alla vita» (Gv 5,24); 

- Giudizio / Redenzione: «Chi crede… non è condannato» (Gv 3,18).

Queste polarità chiamano a una decisione esistenziale.


Accoglienza e rifiuto del Verbo

«Venne fra i suoi… ma i suoi non lo hanno accolto» (Gv 1,11). Tuttavia: «A quanti lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio» (Gv 1,12).

L’accoglienza implica una nuova nascita; il rifiuto comporta la permanenza nelle tenebre.

Il “mondo” tra creazione e opposizione

Il mondo è amato da Dio («Dio ha tanto amato il mondo», Gv 3,16), ma è anche segnato dal rifiuto («Il mondo non lo ha riconosciuto», Gv 1,10).

La figura del «principe di questo mondo» (Gv 12,31) richiama simbolicamente il “serpente antico”, indicando una realtà di opposizione alla luce. Il discepolo è chiamato a vivere nel mondo senza appartenere alla sua logica.


Conclusione

La pedagogia di Gesù nel IV Vangelo si presenta come un itinerario trinitario di rivelazione e di vita. Il Padre è la fonte, il Figlio è il rivelatore, lo Spirito è la guida interiore che conduce alla verità piena.

Attraverso segni, parole e relazioni, il Maestro forma il discepolo, chiamandolo a una decisione tra luce e tenebre, vita e morte. Il dono del Paraclito assicura che questo processo educativo continui nel tempo, rendendo sempre attuale la presenza di Cristo.

 

Il IV Vangelo si configura così come una scuola permanente di fede, nella quale il credente è guidato, nello Spirito, a entrare sempre più profondamente nel mistero di Dio e nella comunione con Lui.

 

Nota redazionale 

Il presente articolo è stato realizzato con l’ausilio di strumenti di intelligenza artificiale, sotto la supervisione e revisione dell’autore Giuseppe Lubrino

lunedì 27 aprile 2026

Cuore parla al cuore, III Meeting IdR 2026, Roma

 

Produzione Community · ScenariFuturi
3° Meeting IDR · Vaticano 2026
IRC · Laboratorio di Cultura e Dialogo · Aula Paolo VI · 25 Aprile 2026

Il Cuore Parla al Cuore

« Cor ad cor loquitur » · Intervista esclusiva in Piazza San Pietro
LI
Prof.ssa Luisa Iaccarino
Teologa · Intervistatrice
×
GL
Prof. Giuseppe Lubrino
IDR · Liceo Torre Annunziata
Realizzato dalla Community di ScenariFuturi · 
A margine del 3° Meeting Nazionale degli Insegnanti di Religione Cattolica, svoltosi il 25 Aprile 2026 presso l'Aula Paolo VI del Vaticano — con la straordinaria udienza di Papa Leone XIV — la comunità di ScenariFuturi ha realizzato un'intervista esclusiva in Piazza San Pietro. La teologa Prof.ssa Luisa Iaccarino, dialoga con il Prof. Giuseppe Lubrino, Insegnante di Religione Cattolica presso l’IS. G. Marconi di Torre Annunziata, in un confronto autentico e appassionato sul senso dell'educare oggi. Cor ad cor loquitur — il cuore parla al cuore: non una formula, ma uno stile. Quello di chi insegna non per trasmettere nozioni, ma per accendere domande. 

domenica 19 aprile 2026

Le pericolose degenerazioni disumanizzanti dell’iperconnessione digitale: come il non-umano annienta la democrazia

Nel recente saggio di Massimo Fragola TUTTI GLI UOMINI DELLA DEMOCRAZIA Dialogo con il “non umano” e la trappola dell’opinione prevalente, il professore vuole scomodarci dall’inerzia delle nostre coscienze arrugginite dall’assenza di stimoli, o meglio, dalla ipertrofica sovrastimolazione dell’odierna società digitale. I sistemi social-democratici occidentali sperimentano ad oggi una rappresaglia su più fronti, un attacco interno ed esterno che sembra volerne minarne la solidità e farne sbiadire la componente umanitaria. È proprio dalla componente umanitaria, elemento fondante dell’impalcatura assiologica democratica, che Fragola avvia la sua indagine e stimola la riflessione dei suoi interlocutori.

Il benessere individuale e collettivo non sono compartimenti stagni isolati e divergenti, ma sono parte di un’unica trama, di un unico innesto. Prima di chiederci che ne è stato dei valori democratici dobbiamo chiederci: in che modo ad oggi ci si relaziona gli uni agli altri? In un’epoca in cui il digitale si impone a riscrivere i connotati della realtà concreta, e in definitiva la fagocita, la crisi identitaria del sistema democratico è in primis accostabile a quella, ab origine, che affligge il cittadino, che è prima di tutto individuo e uomo. L’essere umano, nella selva oscura dell’”arena digitale”, si illude di esserci, ma di fatto non c’è. Si illude di affermare la sua opinione, ma quest’ultima si disperde nel marasma di commenti fini a sé stessi, in un dialogo che assume i caratteri effettivi di un soliloquio. Quindi, nei fatti, una non-opinione. Proprio quel dialogo che è strumento imprescindibile di formazione delle idee condivise, ma che ha il suo momento formativo nel confronto di idee divergenti, approdando così alla condivisione di un comune assunto che di quelle opinioni è il naturale compromesso. Del resto, le stesse costituzioni democratiche del dopoguerra, tra cui proprio quella nostrana, videro la luce proprio da un “compromesso”, da una concertazione di attori appartenenti a fazioni e orientamenti politici diversi e perfino potenzialmente antagonisti.

Hanna Arendt, nel suo saggio “La vita activa” (1964), lo sottolineava: la democrazia nasce dalla problematizzazione dei valori condivisi, ma la condivisione nasce e cresce dal confronto.

Tutto questo, come trova riscontro in un panorama attuale dove a colpi di click si ingolfano bacheche e dirette social e dove la qualità del dibattito pubblico si riduce al netto della crescita delle voci che vi partecipano, o si illudono di parteciparvi?

L’impressione è che la smaterializzazione delle piazze e delle aule in cui si discute della cosa pubblica, dei temi civili, delle relazioni internazionali sempre più precarie non abbia condotto, come forse si paventava, ad un’ottimizzazione del dialogo democratico, ad un’espansione inclusiva della partecipazione collettiva, ma l’abbia invece drasticamente impoverita. Quando scriviamo commenti, lasciamo un like o condividiamo un post ci illudiamo di instaurare un’interazione, di esprimere la nostra visione delle cose, o semplicemente di “partecipare” ad un dialogo in atto di cui siamo compartecipi, ma in realtà restiamo chiusi nella nostra cappa di isolamento.

sabato 11 aprile 2026

La forma del pensiero cattolico e la pedagogia della domanda: una chiave educativa per il presente

La forma del pensiero cattolico si struttura attorno a capisaldi teologici e antropologici ben definiti: la centralità di Dio, la rivelazione, la centralità di Cristo, il rapporto tra fede e ragione, la dignità della persona, la libertà, la realtà del peccato e della redenzione, la funzione della Chiesa e il fine ultimo dell’uomo nella comunione con Dio. Tuttavia, tali principi non si configurano come un sistema statico o meramente dottrinale: essi si esprimono dinamicamente in una pedagogia divina, che attraversa tutta la Scrittura e trova il suo vertice nell’agire educativo di Gesù Cristo.

Uno degli aspetti più sorprendenti della rivelazione biblica è che Dio educa non imponendo risposte, ma suscitando domande. Fin dalle prime pagine della Bibbia, Dio si rivolge all’uomo interrogandolo: 

- «Adamo, dove sei?» (Genesi 3,9) 

- «Dov’è Abele, tuo fratello?» (Genesi 4,9) 

Queste domande non esprimono ignoranza divina, ma una precisa intenzione pedagogica: risvegliare la coscienza, stimolare la responsabilità, condurre l’uomo a riconoscere la verità di sé.

Lo stesso metodo emerge con forza nel libro di Giobbe: quando l’uomo, nel dolore, pretende risposte definitive, Dio non risponde direttamente, ma apre uno spazio di interrogazione: 

- «Dov’eri tu quando io fondavo la terra?» (Giobbe 38,4) 

Dio educa attraverso il mistero e la domanda, non per confondere, ma per ampliare l’orizzonte dell’umano.

Questa dinamica pedagogica raggiunge la sua pienezza nell’azione di Gesù Cristo. Nei Vangeli, Gesù non si limita a trasmettere contenuti: egli forma le persone attraverso un dialogo vivo, spesso caratterizzato da domande che provocano una presa di posizione interiore: 

- «Voi, chi dite che io sia?» (Matteo 16,15) 

- «Che cosa vuoi che io faccia per te?» (Marco 10,51) 

- «Perché avete paura?» (Matteo 8,26) 

Gesù non educa dall’esterno, ma attiva un processo interiore. Egli non sostituisce la libertà dell’uomo, ma la chiama in causa. In questo senso, il suo metodo è profondamente coerente con il significato etimologico di “educare”: educere, “condurre fuori”.

Educare, nella prospettiva cristiana, significa accompagnare la persona a far emergere il proprio vero sé, quell’identità profonda che trova fondamento nella relazione con Dio. In questo processo, Cristo si presenta non solo come via, verità e vita (cfr. Giovanni 14,6), ma come colui che rende possibile all’uomo conoscersi autenticamente.

Si delinea così il cuore della Paideia cristiana: una formazione integrale che coinvolge intelletto, libertà e interiorità. Non si tratta di trasmettere nozioni, ma di generare persone capaci di verità, relazione e senso.

Alla luce dell’attuale questione educativa — segnata da frammentazione, relativismo, crisi di senso e difficoltà nella costruzione dell’identità — questa impostazione appare di straordinaria attualità. A tali sfide si aggiunge oggi la questione dell’intelligenza artificiale, che ridefinisce il rapporto tra conoscenza, decisione e responsabilità: essa rischia di sostituire il processo critico con risposte immediate, indebolendo la profondità della domanda e dell’interiorità.

In questo contesto, la pedagogia della domanda, propria della tradizione biblica e cristologica, si configura come un’alternativa feconda: non moltiplica risposte automatiche, ma educa a interrogare, discernere, sostare nel senso.

L’azione educativa e missionaria della Chiesa cattolica si inserisce pienamente in questa dinamica. A partire dall’apertura inaugurata dal Concilio Vaticano II, la Chiesa ha assunto uno stile fondato sull’incontro: si apre per accogliere, ascoltare, comprendere e accompagnare, facendosi prossima all’umanità concreta e chiamata a fasciare le ferite dell’uomo con il balsamo di Cristo.

In tale orizzonte, il tema della pace emerge come asse portante anche del pontificato di Papa Leone XIV. Fin dall’inizio del suo ministero, il Papa ha richiamato con forza la responsabilità morale della comunità internazionale, insistendo sul primato del dialogo e della diplomazia.

Di fronte alle tensioni e al conflitto in atto tra Stati Uniti e Iran, la sua posizione è stata chiara ed equilibrata: ha condannato le minacce e l’uso della forza, definendole moralmente inaccettabili, e ha richiamato tutti a considerare le conseguenze sulle popolazioni civili, in particolare sui più fragili (El País). Parallelamente, ha ribadito con continuità che «la pace non si costruisce con le armi né con le minacce», ma attraverso il dialogo, la responsabilità e la ricerca del bene comune (Vatican News).

Il suo appello è costante: far tacere le armi, aprire spazi di negoziazione, evitare escalation irreversibili e promuovere una cultura della riconciliazione (Vatican News). In questa prospettiva, nessuna parte è demonizzata, ma tutte sono richiamate a un principio superiore: la dignità inviolabile di ogni persona e il diritto dei popoli a vivere in pace.

Si manifesta qui con evidenza l’equilibrio della proposta cristiana: essa non è evasione spirituale né ideologia politica, ma uno sguardo integrale sull’uomo e sulla storia. La fede cattolica, infatti, offre criteri capaci di tenere insieme giustizia e misericordia, verità e carità, libertà e responsabilità.

Per questo motivo, essa si configura ancora oggi come una guida credibile per l’umanità: non perché imponga soluzioni, ma perché orienta il discernimento, educa alla profondità e richiama costantemente al valore della persona.

In un tempo segnato da conflitti globali, rivoluzioni tecnologiche e crisi educative, la proposta cristiana continua a indicare una via: quella di un umanesimo aperto al trascendente, capace di generare pace perché radicato nella verità dell’uomo.

Ed è proprio nella capacità di porre domande autentiche, di aprire spazi di senso e di orientare alla comunione che si rivela, ancora oggi, la forza educativa e storica del cristianesimo.

Giuseppe Lubrino

 

@scenari.futuri il pensiero cattolico, pedagogia della domanda La vera sfida del pensiero cattolico oggi non è fornire risposte preconfezionate, ma riscoprire quella che il Professor Lubrino definisce la 'Pedagogia della domanda'. In un'epoca dominata da algoritmi e risposte immediate, l'approccio cristiano ci riporta all'origine: un Dio che non impone, ma interroga la coscienza (come il celebre 'Adamo, dove sei?'). Educare oggi significa trasformare la lezione in un dialogo vivo, dove la domanda diventa lo strumento supremo per liberare l'identità dell'individuo e riscoprire un umanesimo autentico, capace di andare oltre la superficie della tecnologia per toccare il senso profondo dell'esistere #ProfLubrino #PedagogiaDellaDomanda #PensieroCattolico #Educazione #Teologia #Filosofia #ScuolaItaliana #CrescitaPersonale #Formazione #Umanesimo #FedeERagione #Insegnamento #TikTokDocenti #DomandeEsistenziali ♬ suono originale - scenari futuri

Bibliografia essenziale

 

- La Sacra Bibbia, in particolare: Genesi 3–4; Libro di Giobbe 38–42; Vangeli sinottici e Giovanni. 

 

- Concilio Vaticano II, Costituzioni e Decreti, in particolare: 

  - Dei Verbum (sulla Rivelazione) 

  - Gaudium et Spes (sulla Chiesa nel mondo contemporaneo) 

  - Gravissimum Educationis (sull’educazione cristiana)

 

- Tommaso d'Aquino, Summa Theologiae.

 

- Agostino d'Ippona, Confessioni; De Magistro.

 

- Benedetto XVI, Fede, ragione e università. Ricordi e riflessioni (Discorso di Ratisbona, 2006).

 

- Francesco, Evangelii Gaudium (2013); Fratelli tutti (2020).

 

- Giovanni Paolo II, Fides et Ratio (1998).

 

- Leone XIV, Discorsi e Angelus sulla pace e sul dialogo internazionale (2025–2026).

 

- Pedagogia cristiana contemporanea: 

  - J. Maritain, L’educazione al bivio 

  - L. Giussani, Il rischio educativo

 

- Teologia fondamentale: 

  - J. Ratzinger, Introduzione al cristianesimo 

  - H.U. von Balthasar, Solo l’amore è credibile

 

- Documenti della Chiesa cattolica sull’intelligenza artificiale e l’etica della tecnologia (Pontificia Accademia per la Vita, 2020–2024).

sabato 20 dicembre 2025

Il senso vero del Natale: riflessione e pedagogia della fede

SCHOLA CARLO MAGNO PRESENTA: Il senso vero del Natale: riflessione e pedagogia della fede 

La nuova pubblicazione dal titolo il senso vero del Natale: riflessione e pedagogia della fede, scritta da Giancarlo Restivo e Giuseppe Lubrino e in uscita il 18 dicembre 2025 per Amazon, si presenta come un’opera che intende restituire al Natale la sua profondità originaria. Non si tratta di un semplice ricordo o di una tradizione, ma di un Avvenimento che continua a interrogare e a trasformare la vita dell’uomo. Il libro si apre con una riflessione introduttiva che mette in luce come il Natale non sia evasione o sentimentalismo, ma la sorpresa di un Dio che entra nella storia con la fragilità di un bambino. Da qui prende avvio un percorso che si articola in due parti. La prima affronta il Mistero dell’Incarnazione, mostrando come Dio si renda vicino attraverso la carne, la famiglia, la quotidianità, e come Maria e Giuseppe diventino figure concrete di fede e custodia. La pedagogia della piccolezza diventa il filo conduttore: Dio sceglie ciò che è fragile e umile per parlare al cuore dell’uomo, e invita ciascuno a un atteggiamento di abbandono fiducioso. La seconda parte è dedicata a san Francesco d’Assisi e al presepe di Greccio, presentato come gesto educativo rivoluzionario. Francesco, assetato di infinito e incapace di accontentarsi di un cristianesimo astratto, traduce il Mistero in segni visibili e concreti, offrendo al popolo un “Vangelo in figura”. Il presepe diventa così una catechesi incarnata, capace di rendere tangibile la presenza di Dio e di educare alla fede attraverso l’esperienza. Il testo si rivolge a studenti, famiglie, educatori, sacerdoti e a chiunque desideri riscoprire il Natale come incontro reale e presente. È arricchito da dediche e ringraziamenti che sottolineano il valore della comunità e della famiglia, e si propone come strumento di formazione e di meditazione. Il messaggio centrale che attraversa l’opera è chiaro: il Natale non cambia il mondo con un colpo di scena, ma lo trasforma cambiando un cuore alla volta. È la mano del Padre che scende nella storia e dice a ciascuno: “Non sei solo. Io sono con te.”


canale della schola Carlo Magno 🔄

sabato 6 dicembre 2025

Maria, l’Immacolata: tra fede, cultura e paradossi del presente

Maria, l'Immacolata Concezione
Nel mondo cattolico, soprattutto dopo la pubblicazione della nota dottrinale Mater Populi Fidelis, si è acceso un rinnovato interesse per la figura di Maria. Questo coinvolgimento si muove in due direzioni: da un lato si ribadisce la subordinazione di Maria a Cristo, dall’altro si tende verso un massimalismo mariano che talvolta sfiora i limiti dell’ortodossia. In tale contesto, le verità di fede legate alla Madre di Dio incontrano oggi nuove forme di opposizione.

Tra le verità più discusse vi è certamente il dogma dell’Immacolata Concezione. Questa dottrina, da sempre sostenuta dalla Chiesa, iniziò a svilupparsi già nel Medioevo. Giovanni Duns Scoto, francescano e teologo del XIII secolo, offrì la chiave di comprensione: Maria fu preservata dal peccato originale in previsione dei meriti di Cristo. Con la celebre formula Potuit, decuit, ergo fecit – Dio poteva, era conveniente, dunque lo fece – Scoto sintetizzò un pensiero che univa rigore teologico e devozione popolare.

La sua intuizione aprì la strada al dogma proclamato da Pio IX nel 1854 con la bolla Ineffabilis Deus, che afferma: «Dichiariamo, pronunziamo e definiamo che la dottrina, la quale sostiene che la beatissima Vergine Maria, nel primo istante della sua concezione, per singolare grazia e privilegio di Dio onnipotente, in previsione dei meriti di Gesù Cristo Salvatore del genere umano, fu preservata immune da ogni macchia di colpa originale, è dottrina rivelata da Dio e perciò deve essere creduta fermamente e costantemente da tutti i fedeli».

lunedì 17 novembre 2025

Genitori e figli: tra incomunicabilità e riscoperta educativa

img ispirata all'articolo, generata con AI
Oggi il ruolo dei genitori appare più che mai complesso e sfaccettato. L’istituzione familiare, un tempo considerata la cellula fondamentale della società, ha subito profonde trasformazioni, adattandosi a un contesto sociale in continua evoluzione. Sempre più spesso si assiste alla frustrazione di molti genitori, che faticano a comprendere, interpretare e gestire i comportamenti dei propri figli, immersi in un mondo iperconnesso e frammentato.

Parallelamente, è evidente il senso di smarrimento che affligge molti giovani: tristezza, rabbia e vuoto si leggono sui loro volti. Si sentono incompresi, delusi e traditi dal mondo degli adulti — genitori, insegnanti e figure istituzionali — che dovrebbero rappresentare per loro un punto di riferimento stabile e autorevole. In questo scenario si è venuto a creare un muro di incomunicabilità, una reciproca indisponibilità al dialogo e all’ascolto, che costituisce un ostacolo apparentemente insormontabile.

Il noto psichiatra e sociologo Paolo Crepet ha spesso parlato del fenomeno del figliarcato, evidenziando come uno dei nodi cruciali del nostro tempo risieda nell’incapacità degli adulti di assumere pienamente il proprio ruolo, lasciandosi invece dominare dai figli. «Non vige più il patriarcato, ma il figliarcato: troppo potere decisionale è nelle mani dei giovani», afferma Crepet, sottolineando la necessità che gli adulti si riapproprino della loro funzione educativa.

Secondo Crepet, molti genitori oggi cercano disperatamente l’approvazione dei figli, e questo desiderio — spesso ossessivo — li rende incapaci di esercitare una funzione educativa autentica. Egli denuncia inoltre la tendenza diffusa a considerare l’errore come un tabù, proteggendo eccessivamente i figli dai fallimenti. Eppure, proprio gli errori e le difficoltà rappresentano tappe fondamentali per la crescita e la formazione personale. «Abbiamo sbagliato tutto», dichiara provocatoriamente Crepet, «perché non abbiamo preparato i nostri figli ad affrontare le fatiche della vita».

Crepet insiste sul fatto che i genitori devono avere il coraggio di essere impopolari, saper dire dei no, stabilire regole chiare e promuovere nei figli l’autonomia. Si configura come una voce “fuori dal coro”, avendo spesso criticato il “politicamente corretto” e le convenzioni del pensiero dominante, che a suo avviso esercitano un’influenza negativa sui giovani, deresponsabilizzandoli e privandoli degli strumenti necessari per interpretare e decodificare la realtà.

sabato 8 novembre 2025

Il Vangelo come risposta educativa alla violenza tra i giovani

La violenza giovanile si manifesta in forme sempre più complesse: fisica, verbale e digitale. Secondo i dati ISTAT del 2025, il 22% degli studenti tra gli 11 e i 17 anni ha subito almeno un episodio di cyberbullismo, mentre il 19,8% è vittima di bullismo tradizionale. Il 33% considera “normale” controllare ossessivamente il cellulare del partner, e l’11% giustifica lo schiaffo in una relazione. Il 15% manifesta sintomi di ansia e depressione, il 12% sfiducia verso la scuola e le istituzioni.

Questi dati impongono una riflessione profonda: dove abbiamo fallito? Le cause sono molteplici, tra cui il contesto familiare fragile, l’uso incontrollato dei social media e la perdita del senso del limite. Il pensiero del filosofo Augusto Del Noce invita a riconciliare autorità e libertà, binomio oggi spesso percepito come antitetico.

La violenza tra pari genera sgomento, solleva interrogativi, alimenta sofferenza e isolamento, e mina il rapporto con l’educazione. Le strategie di contrasto sono numerose, ma poche si rivelano realmente efficaci nel tempo. Si insiste su campagne di sensibilizzazione, sull’educazione al dialogo e al rispetto, e sulla riscoperta di valori fondanti, come quelli della tradizione cristiana.

In un mondo sempre più distante dalla trascendenza e dai valori assoluti, è lecito chiedersi se la proposta cristiana abbia ancora spazio. Il Vangelo può ancora parlare all’umanità? La risposta è sì, se lo si interpreta attraverso una prospettiva ermeneutica esistenziale. Le narrazioni bibliche stimolano la riflessione, favoriscono l’introspezione e promuovono relazioni basate sulla solidarietà e sul rispetto, in contrasto con la violenza e la discriminazione, soprattutto verso le categorie più fragili, come le persone con disabilità.

giovedì 30 ottobre 2025

La paideia del cuore, educare alla luce del Vangelo

Nel sessantesimo anniversario della Gravissimum Educationis

immagine progettata con AI generativa
In occasione del sessantesimo anniversario della Gravissimum Educationis, dichiarazione del Concilio Vaticano II sull’educazione, Papa Leone XIV pubblica una nuova lettera apostolica: Disegnare nuove mappe di Speranza, con la quale richiama l’attenzione globale sull’emergenza educativa. Con linguaggio sapiente e profetico, Leone XIV riflette sui frutti della dichiarazione conciliare, lodando i progressi compiuti e celebrando i grandi pedagogisti cristiani del passato, evidenziando l’attualità delle loro metodologie nel contesto educativo odierno.

Tra questi, Don Bosco, con il suo sistema preventivo, volto a evitare derive educative dissonanti e a proteggere i giovani dai pericoli della strada — violenza, dipendenze, devianza. Caratteristiche del metodo preventivo sono l’ascolto dei bisogni formativi e l’accompagnamento nel cammino di apprendimento. Il Papa cita anche La Salle, per l’istituzione delle Scuole Cristiane contro l’analfabetismo e a favore del riscatto sociale dei poveri, e Maria Montessori, per aver intuito che un apprendimento autentico richiede un ambiente predisposto e adeguato.

Oltre a ciò, Leone XIV sottolinea la necessità di un rinnovamento educativo, per affrontare con sapienza e responsabilità le sfide del tempo presente. Viviamo in un ambiente educativo complesso, frammentato, digitalizzato. Per questo è saggio fermarsi e recuperare lo sguardo sulla “cosmologia della paideia cristiana”: una visione che, nei secoli, ha saputo rinnovarsi e ispirare le molteplici sfaccettature dell’educazione.

Fin dalle origini, il Vangelo ha generato “costellazioni educative”: esperienze umili e forti, capaci di leggere i tempi e custodire l’unità tra fede e ragione, pensiero e vita, conoscenza e giustizia. In tempesta, sono state àncora di salvezza; in bonaccia, vela spiegata. Faro nella notte per orientare la navigazione.

Una nuova primavera educativa

Leone XIV ribadisce l’urgenza di una rinnovata primavera per l’educazione cristiana: una paideia della fede che, nel dialogo tra tradizione greco-romana e cristianesimo antico, ha saputo coniugare fides et ratio, pensiero e vita, conoscenza e giustizia. Essa propone un’educazione integrale della persona, abbracciando tutte le dimensioni dell’esistenza — cognitiva, affettiva, emotiva, sociale e professionale — e facilitando un percorso verso la piena umanizzazione.

Vengono confermati i sette punti del Patto Educativo Globale auspicato da Papa Francesco nel 2019, ai quali Leone XIV ne aggiunge altri tre, affinché la mappa della Speranza possa dirsi completa:

domenica 26 ottobre 2025

Generazione diffidenza, tra fragilità e Fede il cammino educativo offerto da Lubrino

“Diffidenza e desiderio di verità: un cammino educativo tra fragilità e fede”

Nell’attuale scenario socioculturale, più che focalizzarsi sull’individualismo, sulla secolarizzazione, sul nichilismo o sulla mancanza di senso e valori, ci si dovrebbe interrogare se il vero nodo non risieda nella diffidenza. Essa attraversa il nostro tempo in modo silente ma profondo. Oggi, più che “isolarsi”, molte persone — giovani e adulti — tendono a non fidarsi degli altri. Al rischio della relazione non ci si abbandona facilmente: si costruiscono corazze invisibili che proteggono dall’insicurezza, dalla paura del fallimento, perché si è fragili nell’incassare i colpi, incapaci di reggere gli urti che la vita inevitabilmente presenta.

Il consumismo ha introdotto la logica del “tutto e subito”, vanificando ed eclissando quasi del tutto il senso del sacrificio. Termini come “fatica”, “conquista”, “traguardo” sono stati espunti dal vocabolario dell’esistenza, sostituiti da un imperativo autoreferenziale: “posso, quindi devo”. Il fare ha soppiantato l’essere, il possesso ha preceduto il desiderio.

La logica empirica ha invaso ogni ambito della vita, al punto che ci si è autoconvinti che si debba credere e affidarsi solo a ciò che è percepibile dai sensi, a ciò che si vede e si tocca. Eppure, paradossalmente, ci si dimentica che, quasi inconsapevolmente, ci si affida e ci si fida di molte altre realtà che, pur prive di tangibilità e verifica empirica, godono di un tacito consenso collettivo.

Alla luce di queste considerazioni, ci si chiede: come può la proposta educativa cristiana calarsi concretamente in un simile tessuto culturale?

“Beati quelli che pur non avendo visto crederanno!” (cf. Gv 20,29)

Gesù invita con forza alla fede. In modo solenne e profetico, il Risorto si rivolge a San Tommaso con una correzione educativa, esortandolo a superare il dubbio e la diffidenza. Con infinita lungimiranza, proclama beati coloro che, pur non avendo visto, scelgono di credere: uomini e donne capaci di vincere il pregiudizio, aprirsi alla fiducia e abbracciare la relazione con Dio in senso verticale, e con sé stessi e con gli altri in senso orizzontale.

Dottrina sociale della Chiesa, dialogo immaginario tra il filosofo e l'irc

Giuseppe Lubrino, Professore di IRC: “La Dottrina Sociale della Chiesa è una via intermedia tra tradizione e futuro”

Nota bene: il seguente articolo simula un dibattito immaginario tra il Professore di IRC Giuseppe Lubrino e un collaboratore della rivista "Scenari Futuri". Non si tratta di un resoconto reale, ma di un esercizio narrativo volto a esplorare il pensiero cattolico contemporaneo. È corretto indicare la finzione per rispetto della verità e della trasparenza.

Milano, ottobre 2025 — Presso il Centro Studi “Cultura e Società”, il Professore di IRC Giuseppe Lubrino dialoga con il filosofo MarcoDe Santis sul ruolo della Dottrina Sociale della Chiesa (DSC) in una società secolarizzata e pluralista. Lubrino afferma: “La Chiesa, con la DSC, non pretende di dominare il dibattito pubblico, ma di accompagnare l’uomo contemporaneo, offrendo una visione antropologica integrale”.

Una visione antropologica centrata sulla persona

Lubrino propone una visione dell’essere umano che si fonda sulla sua dignità ontologica, non riducibile a criteri funzionali, produttivi o ideologici. “La persona non è mai mezzo, ma sempre fine”, afferma, richiamando il pensiero di Immanuel Kant e la visione cristiana dell’uomo come immagine di Dio. Questa antropologia riconosce l’uomo come essere relazionale, libero, capace di responsabilità e vocazione.

Citando il Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa, Lubrino sottolinea che “la dignità della persona è il fondamento di tutti gli altri principi sociali”. In questo senso, la DSC si configura come una proposta universale, capace di dialogare con ogni cultura e sensibilità.

Una pedagogia che nasce dall’antropologia

Da questa visione dell’uomo discende una pedagogia che non si limita alla trasmissione di contenuti, ma mira alla formazione integrale della persona. Lubrino insiste: “Educare non è riempire, ma far fiorire. La scuola deve essere luogo di senso, non solo di competenze”.

La pedagogia cristiana, secondo Lubrino, si fonda su tre assi: la centralità della persona, la comunità educativa e la dimensione vocazionale. “Ogni studente è chiamato a scoprire il proprio posto nel mondo, non solo a superare un esame. L’educazione è un atto di speranza”.

Questa prospettiva si oppone tanto al tecnicismo sterile quanto all’individualismo narcisistico. Come scrive Papa Francesco in Evangelii Gaudium, “l’educazione è un atto di amore, è dare vita”.

giovedì 11 settembre 2025

Rivoluzione cristocentrica: per un nuovo umanesimo educativo

Come argomentato nel mio saggio Giovani, fede e identità, la proposta educativa biblico-cristocentrica di Benedetto XVI continua a risuonare con forza nell’attuale scenario culturale ed educativo. Oggi più che mai si avverte l’urgenza di un cambio di paradigma: è necessario riscoprire un’antropologia autentica, capace di intercettare i “segni” e l’“impronta” del Dio Creatore nel cuore dell’uomo del terzo millennio.

In tale prospettiva, il valore formativo della narrazione biblica assume un ruolo cruciale. Essa può favorire una rivoluzione culturale che riporti al centro del dibattito pubblico la dignità della persona umana. L’esigenza di una giustizia realmente funzionale alla vita e alla sua tutela, la necessità di ridurre le disuguaglianze economiche e sociali, e di garantire il bene comune, rappresentano alcuni dei principi cardine di una visione politica ispirata ai valori eterni del Cristianesimo.

Viviamo in un’epoca in cui l’uomo appare sempre più asservito ai processi della tecnica. L’esistenza sembra configurarsi “fuori dal tempo”, regolata da algoritmi impersonali, mentre il mondo è lacerato da conflitti – Ucraina-Russia, Israele-Palestina – e da fenomeni come la povertà educativa, il disorientamento giovanile, e la violenza e la prevaricazione sugli altri, spesso causate da derive ideologiche che alienano e disumanizzano. In questo scenario, come proporre in modo credibile la fede?

Riscoprire la dimensione cristocentrica della fede si rivela un antidoto potente. Benedetto XVI ha sempre sostenuto che la fede non può ridursi alla mera trasmissione di una dottrina, ma deve conservare nel tempo la logica dell’incontro: un Io che si apre al Tu. Gesù, Maestro e Verbo eterno incarnato, si è fatto uno di noi per rendere noi come Lui – come afferma sant’Atanasio.

È dunque urgente riportare al centro l’attenzione sulla Parola di Dio, affinché le coscienze possano costituirsi, nutrirsi, formarsi e radicarsi in modo solido. Il dialogo interculturale e interreligioso non deve sacrificare la verità, ma farsene custode e garante.

Corrado Ocone, il non detto della libertà

tra corpo, genere e persona nella tradizione cattolico-romana, sarò all'Embodied Lives, di Uni-Malta

Nei prossimi giorni sarò a Malta , ospite del colloquio internazionale Embodied Lives: Interdisciplinary Dialogues on the Body , che l'...