La Napoli di Vlad terzo, che va diventando la Napoli di Giordano Bruno
Quattro giorni dedicati a Giordano Bruno e al pensiero
1.
La Napoli di Vlad terzo, dei Ferrillo, dei Turbolo e
dei Domenicani di san Domenico maggiore.
Il
volume curato da Giuseppe Reale, con il punto di domanda nel titolo “Vlad, dovesei?” (edizioni La valle del tempo, 2025), ci consente d’insistere oggi su quel
dove. Se i resti di Vlad III Tepes sono a Napoli, in una sepoltura di
cui parla il Codice la Nova, recentemente decriptato da uno studioso rumeno,
nella medesima capitale, esattamente, il 16 giugno 1566 Filippo Bruno
(originario del Nolano), poco più che diciassettenne, entra come novizio,
assumendo il nome di Giordano nel convento domenicano di S. Domenico Maggiore a
Napoli, noto per l’alto livello dell’insegnamento universitario che vi era
impartito.
Un
convento dei Minori osservanti – oggi Complesso museale di santa Maria la Nova
in Napoli – avrebbe accolto, ma certamente commemora, il terzo Vlad, la cui
memoria è conservata oggi in un cappella fondata in Napoli, poco dopo che fra’
Giordano sarà andato via, esattamente nel 1586 ,dal Pio Monte per disposizione
testamentaria di Prospero Turbolo, ma nel '700 il Nepita la troverà spogliata
di tutto. L'altare marmoreo, con le armi scolpite dei Turbolo, fu eretto nella
rifazione generale degli ambienti, avvenuta nel sec. XVIII. L'opera, prodotto
di maestranze locali presenta una estrema semplificazione e schematizzazione
dei modi decorativi settecenteschi), constata - e oggi, grazie a Tufàn, può
finalmente leggere decodificato - una sorta di codice riscritto, con intenti
di renderlo, forse, oscuro, o almeno non subito chiaro ed evidente. In esso
le linee originarie in lingua greco bizantina moderna, dipinte direttamente sul
muro (che potrebbero risalire, all’analisi della fluorescenza indotta da
radiazioni ultraviolette, anche al secolo XVI)[1],
appaiono essere state come criptizzate da più di una mano successiva al
secolo XVI (allorché la mano originaria avrebbe cominciato presumibilmente a
scrivere su quel muro, quasi a voler rendere non subito evidente all’occhio
profano, quanto ivi tracciato). Il codice la Nova riguarda certamente colui che
viene apostrofato, fin dalla linea 8 della iscrizione decifata, come «Vlad ho
tōn Vlachōn», il Vlad dei Valacchi (cioè colui che, di nome Vlad, viene
dalla Valacchia). Di lui, alla linea 10, si riferisce, forse con linguaggio
allegorico: «Dis ephoneuthē – “egli due volte fu ucciso”».









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