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venerdì 20 febbraio 2026

BRUNIANA 2026, Nola diventa capitale delle idee

La Napoli di Vlad terzo, che va diventando la Napoli di Giordano Bruno

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Quattro giorni dedicati a Giordano Bruno e al pensiero

📅 Febbraio 2026 📍 Napoli 🎙️ TG Regionale

1.     La Napoli di Vlad terzo, dei Ferrillo, dei Turbolo e dei Domenicani di san Domenico maggiore.

Il volume curato da Giuseppe Reale, con il punto di domanda nel titolo “Vlad, dovesei?” (edizioni La valle del tempo, 2025), ci consente d’insistere oggi su quel dove. Se i resti di Vlad III Tepes sono a Napoli, in una sepoltura di cui parla il Codice la Nova, recentemente decriptato da uno studioso rumeno, nella medesima capitale, esattamente, il 16 giugno 1566 Filippo Bruno (originario del Nolano), poco più che diciassettenne, entra come novizio, assumendo il nome di Giordano nel convento domenicano di S. Domenico Maggiore a Napoli, noto per l’alto livello dell’insegnamento universitario che vi era impartito.

Un convento dei Minori osservanti – oggi Complesso museale di santa Maria la Nova in Napoli – avrebbe accolto, ma certamente commemora, il terzo Vlad, la cui memoria è conservata oggi in un cappella fondata in Napoli, poco dopo che fra’ Giordano sarà andato via, esattamente nel 1586 ,dal Pio Monte per disposizione testamentaria di Prospero Turbolo, ma nel '700 il Nepita la troverà spogliata di tutto. L'altare marmoreo, con le armi scolpite dei Turbolo, fu eretto nella rifazione generale degli ambienti, avvenuta nel sec. XVIII. L'opera, prodotto di maestranze locali presenta una estrema semplificazione e schematizzazione dei modi decorativi settecenteschi), constata - e oggi, grazie a Tufàn, può finalmente leggere decodificato - una sorta di codice riscritto, con intenti di renderlo, forse, oscuro, o almeno non subito chiaro ed evidente. In esso le linee originarie in lingua greco bizantina moderna, dipinte direttamente sul muro (che potrebbero risalire, all’analisi della fluorescenza indotta da radiazioni ultraviolette, anche al secolo XVI)[1], appaiono essere state come criptizzate da più di una mano successiva al secolo XVI (allorché la mano originaria avrebbe cominciato presumibilmente a scrivere su quel muro, quasi a voler rendere non subito evidente all’occhio profano, quanto ivi tracciato). Il codice la Nova riguarda certamente colui che viene apostrofato, fin dalla linea 8 della iscrizione decifata, come «Vlad ho tōn Vlachōn», il Vlad dei Valacchi (cioè colui che, di nome Vlad, viene dalla Valacchia). Di lui, alla linea 10, si riferisce, forse con linguaggio allegorico: «Dis ephoneuthē – “egli due volte fu ucciso”».


Per quanto riguarda Giordano Bruno, l’entrata in convento gli permetterà di seguire un regolare corso di studi; tra gli anni 1566-1570, egli frequenta i corsi di retorica, dialettica, metafisica e filosofia naturale, mentre gli anni 1570-1575 saranno dedicati allo studio della teologia, disciplina in cui perverrà alla laurea nel luglio del 1575, ricevendo anche la sacra ordinazione. Ampie sono anche le letture effettuate durante il periodo conventuale da Bruno, favorite dalla ricchezza dei fondi della biblioteca annessa a S. Domenico Maggiore e concentrate in primo luogo sulle opere di Aristotele e dei grandi maestri domenicani, in primo luogo Tommaso d’Aquino, che proprio a S. Domenico Maggiore aveva insegnato ed abitato nell’ultimo periodo della sua vita, quando componeva le questioni cristologiche della
Tertia pars della Summa hteologiae.
Gli undici anni trascorsi da Bruno in convento sono però anche anni di profonda inquietudine interiore, caratterizzati da dubbi dottrinali in particolare sul culto dei santi, sulla devozione alle allegrezze della Madonna, e sul dogma della Trinità, tensioni con i superiori ed infrazioni disciplinari. Agli inizi del 1576 il provinciale domenicano avvia un processo nei confronti di Bruno, che nel mese di febbraio si reca a Roma per chiarire la propria posizione con il procuratore dell’Ordine.

2.     Anche a santa Maria la Nova si legge, si studia e si commissionano grandiose opere d’arte.

Come si è detto, Vlad terzo Tepes sarebbe arrivato nella Napoli spagnoleggiante di santa Maria la Nova verso la fine del secolo XV. Dal XV secolo, quel convento ricoprì il ruolo di sede della Provincia francescana osservante di Terra di Lavoro. I rapporti tra i frati minori di Santa Maria la Nova e la Corona d’Aragona, da approfondire, consentono di delineare sia lo spaccato sociale dei committenti delle infinite opere d’arte del complesso museale, sia le spinte culturali e teologiche che andavano, proprio nella cappella Turbolo, nella direzione del culto all’Immacolata concezione di Maria (ben prima della formulazione dogmatica di età contemporanea). Dell’immenso patrimonio archivistico del convento di santa Maria la nova si è salvata un’esigua porzione, conservata nell’Archivio della Provincia Francescana del Sacro Cuore di Gesù OFM, dove è anche custodito il manoscritto secentesco, un tempo in Santa Maria la Nova, intitolato Serafici fragmenti della Provincia Osservante di Terra di lavoro, in gran parte redatto da frate Teofilo Testa, una fonte imprescindibile per la conoscenza delle vicende del convento a partire dai primi anni del XVII secolo, il secolo che era iniziato con l’anno santo e col rogo di Giordano Bruno il 17 febbraio del 1600.

Secondo la tradizione, la fondazione del primo insediamento francescano, ubicato a santa Maria ad palatium, spetterebbe a Francesco d’Assisi in persona, poco dopo la venuta dei frati minori a Napoli, già nel 1212. Nel 1517 papa Leone X, con la bolla Ite vos, sanciva ufficialmente la nascita delle due famiglie minoritiche: i conventuali e gli osservanti. Mentre il convento di San Domenico Maggiore divenne il principale centro di riferimento spirituale della famiglia reale, nonché il loro famedio, i sovrani aragonesi attuarono un vero e proprio “reclutamento controllato” anche dei frati minori,inviandoli presso i più prestigiosi centri europei per far conseguire loro il titolo di maestri, al fine di reimpiegarli negli Studia e nei centri dell’Ordine presenti nei territori della Corona. Inoltre, non vanno dimenticati il fondamentale ruolo in termini di pedagogia civile svolto dai predicatori minoritici (san Giacomo della Marca sarà l’illustre predicatore della crociata, nonché l’ingente numero di frati minori impiegati presso la corte, tra il XIII ed il XV secolo, in qualità di confessori, consiglieri e ambasciatori. Sui ricordi che nel medesimo ambiente funerario e liturgico della cappella di san Giacomo della Marca in santa Maria la Nova vengono ricordati più di un protagonista della predicazione della crociata breve, appunto il francescano Giacomo della Marca, che è anche il campione della lotta per porre un argine all’avanzata ottomana in Occidente[2].

3.     Conclusione

Com’è noto, le vicende partenopee di Bruno finiranno con la sua uscita da san Domenico maggiore e il suo carattere di viaggiatore europeo, alla ricerca di una cattedra nelle principali capitali europee della cultura, da Ginevra a Londra, da Wittenberg a Francoforte, fino cattura codarda a Venezia.

Il convento di Santa Maria la Nova, invece, con il suo Codice e le sue ossa, attraverserà i secoli fino alla rinascita attuale, favorita da Giuseppe Reale. Si ricordi che il convento non sarà coinvolto dalle soppressioni previste dal real decreto del 7 agosto del 1809, anche se, qualche anno, dopo le sorti del complesso conventuale sembrarono orientate in direzione opposta. Infatti, come si legge in un carteggio tra il consigliere di Stato Giuseppe Parisi ed il ministro del culto Francesco Ricciardi – datato 28 giugno 1811 – si scelse di conservare i conventi francescani dei riformati della Salute e di Santa Maria agli Angeli alle Croci, perché sono “quei padri necessari per la loro località all’istruzione pubblica, che eseguono con massima esattezza nel circondario pieno zeppo di ragazzi di città e di campagna che resterebbero privi di scuola”. Per salvare questi due conventi si decise, in un primo momento, di sopprimere quelli di Santa Maria la Nova e di San Pietro ad Aram, perché “son siti in quartieri abbondanti di chiese e di ecclesiastici, come anche perché i locali possono essere utili allo Stato o per caserme militari, di cui si manca, o per altri stabilimenti pubblici o finalmente per vendersi vantaggiosamente qualora si vogliano, essendo in siti ricercati e non propri alle istituzioni di detti frati”. Arriviamo così al 1858, anno in cui iniziarono le richieste da parte dei frati per finanziare i lavori di restauro della chiesa. Il 15 agosto 1859 il restauro era compiuto, fatta eccezione per “alcuni rappezzi di marmo negli altari”.



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[2] Non è un caso che, in un edificio di origine francescana, e in una cappella, quale è la Turbolo, con precise indicazioni della devozione mariana di marca francescana, vi sia la correlazione architettonica tra la difesa della cristianità dell’avanzata turca e la peculiare attenzione per l’agiografia francescana. In merito, è stato osservato che, anche in Acerenza, si nota attenzione per l’agiografia francescana della Marca e, più in generale, del nord, stante anche il dato che «Cansignorio, figlio e, dal 1359, successore di Mastino II, sposò Agnese, figlia di Carlo da Durazzo, il ramo “ungherese” degli Angioini di Napoli, quello della beata stirps iniziata con Stefano I e approdata nel 1317 alla canonizzazione del francescano vescovo Ludovico di Tolosa. Dunque, per un decennio (dal matrimonio di Cansignorio nel 1363 fino alla sua morte senza figli nel 1373) gli Scaligeri furono “imparentati” con i santi angioini» (Rosangela Restaino, Santi francescani e patroni cittadini veneti nel trecentesco martirologio di origine veronese conservato ad Acerenza, “Leukanikà. Rivista lucana di cultura” 21 (2021), pp. 72-106: p. 89).

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