Books and Museum, inaugura la rassegna del nuovo anno il 25 gennaio 2026 con My City, di Gian Paolo Russo. Prefazione di Giuseppe Reale, Palawàn-l’alba più bella del mondo editore, Napoli 2025. La sede è quella che oramai vi è nota: il Complesso Monumentale di Santa Maria la Nova in Napoli, diretto dal professore Giuseppe Reale.
1. La My city di Gian Paolo Russo
Ecco davanti ai nostri occhi del corpo e dell’anima, la My
City di Gian Paolo Russo, che, attraverso le sue struggenti istantanee,
sembra volerci di nuovo cantare la sua My way con ritmi e suoni
fotografici. Adattando alle istantanee di Russo alcune parole della canzone di
Frank Sinatra, potremmo ripetere: «Rimpianti, ne ho avuti alcuni ma, d’altra
parte, troppo pochi da menzionare./ Ho fatto quello che dovevo fare e l’ho
portato a termine senza deroga./ Ho pianificato ogni itinerario tracciato, ogni
passo attento lungo la strada secondaria./ E di più, molto più di questo: l’ho
fatto a modo mio». Sì, era ed è questa la strada percorsa a modo suo dal
nostro artista, che guarda luoghi e ambienti della città di Napoli, a modo
suo.
Con la paziente cattura di uno scatto, come scrive nell’Avvio alla lettura Giuseppe Reale (confronta pagina 5), il nostro Autore - di cui già fu allestita a santa Maria la Nova una mostra nel 2024, della quale vengono adesso ripresi anche alcuni scatti - apre ora ai nostri occhi di carne, ma soprattutto agli occhi della nostra mente, un nuovo possibile scenario che arricchirà certamente il cosiddetto Roots tourism. Ripercorrere i luoghi e le vie di Napoli fino a Bagnoli e al rione terra di Pozzuoli, del tutto al di fuori delle olografie popolari, della gente e della ammujna: ecco come c’insegna a fare questo volume. In tal modo, come annota Reale, «il suo stare fuori diventa attitudine a tornare, anzi a ri-tornare dove tutto ha avuto per lui inizio e si contagia, quindi, di memoria e di vita. Lo sguardo su mondi distanti disvela parte di quei mondi nascosti nella sua città di antiche radici» (pagina 6).
2. 79 intensissimi e partecipati scatti
Ci si muove dalla fontana del Tritone in piazza Municipio in
un mattino invernale: istantanea che apre gli scatti i quali vogliono essere
soprattutto sguardi sulla città (pagina 9). Dai crepuscoli serali alle luci
intense e struggenti dell’alba e del mattino, ai blu dei primi pomeriggi di
questa Napoli nei suoi luoghi esplorati e da esplorare…, ecco che si procede
non solo a rivederne i luoghi usati, ma a scoprirne le inusuali geometrie.
Bisogna insistere su varie luci del giorno, dei pomeriggi e della sera, per
cogliere le infinite risonanze e le magie di Castel dell’ovo, o gli intrighi di
luci di via Partenope… Albe, Tramonti, Notturni… ore dove ora domina il blu,
ora il rosso fuoco, ora il buio, ora i riflessi e i riverberi, ora le “ultime
luci” (confronta pagina 42), anzi “i notturni” (confronta pagina 54).
Il primo libro della Bibbia si apre con E sia la luce (Gen
1,3). Come disse il cardinale Ravasi in occasione della cerimonia d'apertura
dell’anno Internazionale della
Luce, UNESCO 19 gennaio 2015, «in
tutte le civiltà la luce passa da fenomeno fisico ad archetipo simbolico,
dotato di uno sterminato spettro di iridescenze metaforiche, soprattutto di
qualità religiosa. La connessione primaria è di natura cosmologica: l’ingresso
della luce segna l’incipit assoluto del creato nel suo essere ed
esistere. Emblematico è l’avvio stesso della Bibbia, che è pur sempre il
“grande codice” della cultura occidentale: Wayy’omer ʼelohȋm: Yehȋ ʼôr. Wayyehȋ ʼôr,
«Dio disse: “Sia la luce!” e la luce fu!» (Genesi 1,3). Un evento sonoro
divino, una sorta di Big bang trascendente, genera un’epifania luminosa:
si squarcia, così, il silenzio e la tenebra del nulla per far sbocciare la
creazione».
Le immagini di luce di My city rendono davvero
luminosi i nostri sguardi terreni. Nella scia di Platone, già Agostino ci
avvertiva che non è certo uno sguardo pacifico quello che si dirige verso una
fonte luminosa: lo frenano, infatti, passioni, desideri, catene sensibili. Lo
sguardo sensibile è l'atto più semplice, non richiede impegno ed esercizio: si
guarda e basta. Ma tutto ciò non è sufficiente e non eleva. Bisogna usare lo
sguardo della mente, lo sguardo interno; ma esso deve, a sua volta,
ingaggiare una vera e propria rixa con i suoi oppositori. L'atto del volgersi è, infatti, già una
prima purificazione, ma si deve giungere alla liberazione dalle tenebre, dallo
sguardo frontale e passivo, che subisce le luci che vanno al basso. Le tenebre
dei «cibi, piaceri, mollezze»…, sono loro che rivolgono lo sguardo dell'essere
umano, naturalmente tendente all'alto, verso il basso. Ma una volta superato lo
scoglio della mera sensibilità, subito si presenta un'altra difficoltà: ecco l'intensità
della luce che, al paragone con le tenebre, fa trepidare, tanto da indurre l'essere
umano a ritornare allo sguardo frontale. Per questo lo sguardo umano deve cernere, combattere, deve
essere costretto con la forza a tollerare l'abisso tra il non vedere e il
vedere. L'amor, da cui
l'occhio è sospinto a vedere, è un desiderio che deve, di nuovo, lottare ed
educarsi, se vuole vedere bene e orientarsi verso l’alto, come si dovrebbe.
Le istantanee di questo volume sono un ottimo viatico per occhi
tanto sani e validi posti in grado, appena aperti, di rivolgersi al sole senz’alcuna
trepidazione». Forse sono gli occhi di qualche sapiente, o di qualche santo; ma
soprattutto sono occhi che hanno bisogno, forse, di un orientamento. Una simile
possibilità fa sì che possa esserci, anche per noi fruitori del secondo quarto
del terzo millennio, uno sguardo che, finalmente, sia in grado di girarsi senza
provare dolore e senza rimanere abbagliato, anzi di restare incantato per la
Bellezza che si dà a vedere, seppur attraverso la visione di un istante, anzi
di un’istantanea.
Pasquale Giustiniani

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