Cultura contemporanea, metaverso, futuro ambientale, passione per l'essere umano, quale domani?
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Caricamento ultime analisi del Prof. Giustiniani...
Il potere trasformativo del dialogo, Gesù e la Samaritana al pozzo di Giacobbe Giuseppe Lubrino analizza l'incontro tra Gesù e la Samaritana (Gv 4,5-42) come esempio di dialogo trasformativo, capace di condurre alla verità e alla salvezza. Come nella tradizione filosofica di Socrate e Platone, anche Gesù usa il dialogo per rivelare progressivamente la verità interiore. Fermandosi al pozzo di Giacobbe, Gesù supera i pregiudizi storici tra giudei e samaritani, riconoscendo la dignità della donna e rompendo le barriere sociali e religiose. Attraverso il dialogo, Gesù tocca le ferite esistenziali della donna, simbolo della fragilità e solitudine umana, rivelandosi a lei come profeta e Messia. Il racconto mostra che la vera adorazione a Dio non dipende da luoghi materiali, ma dalla sincerità e dalla verità del cuore. La Samaritana, trasformata dall’incontro, diventa testimone presso il suo popolo, dimostrando anche come la Bibbia valorizzi il ruolo femminile. Infine, si riflette sul problema della difficoltà umana ad accettare la grandezza delle persone più vicine, mentre si idealizzano gli estranei. Gesù, attraverso una pedagogia graduale, invita a superare una visione materialista della vita e ad aprirsi alla trascendenza e alla fede autentica. #Bibbia #IdR #IRC @GiuseppeLubrino @PasqualeGiustiniani
Tasso filosofo, l’ombra lunga della poesia e del pensiero tragico
Sorrento, 430° di Torquato Tasso, studi preparatori al convegno del 7-8 novembre 2025
In vista del convegno che si terrà a Sorrento nel novembre 2025 per il 430° anniversario della morte di Torquato Tasso, il nostro lavoro preparatorio ha preso la forma di un’indagine appassionata, un’esplorazione tra storia, letteratura e filosofia. Alcuni spunti raccolti nel corso degli incontri preparatori – disordinati, talvolta emozionati – compongono oggi questo episodio, un dietro le quinte che già lascia intuire la ricchezza dell’evento in arrivo.
Torquato Tasso visse e scrisse in un tempo segnato da scontri epocali, come la battaglia di Lepanto del 1571, consumata alle soglie del Golfo di Corinto. Un evento militare simbolico, ma dal guadagno politico forse meno incisivo. Proprio in quell’anno, Tasso, grazie all’intercessione di Lucrezia d’Este, entra nel mondo cortigiano degli Estensi. È un tempo inquieto, segnato dal confronto costante con l’Oriente, che aveva conosciuto momenti cruciali già dal 1453, con la conquista ottomana di Costantinopoli. Solimano il Magnifico aveva poi guidato l’assedio di Vienna nel 1529, fallito, eppure evocativo di un’Europa che percepiva un’inquietudine crescente.
Tasso vive questo scenario. Ne respira il peso. Ne fa poesia, ma anche pensiero. Il suo progetto, infatti, non è solo poetico: è anche storico e, in una certa misura, filosofico. È la radice di quella che potremmo chiamare – con prudenza – una linea tragica del pensiero italiano, che vedrà in Giacomo Leopardi uno dei suoi massimi esiti, ma che forse, già in Tasso, ha il suo archetipo inquieto.
Per questo il nostro convegno vuole essere inedito: non solo il Tasso poeta, ma il Tasso pensatore. Un Tasso che, pur non sistematizzando il suo pensiero, apre spazi di riflessione che la filosofia italiana non può trascurare. In questo senso, egli rappresenta una possibile radice alternativa all’idealismo egemone. Una traccia sotterranea che affiora nei tragici del Novecento: da Caracciolo a Renzi, da Pareyson, Tilgher.
La filosofia che ci interessa, qui, è quella che nasce dal tormento, dalla parola che cerca senso nel disordine del mondo. Non è un caso che Tasso abbia avuto bisogno di “sceri” – appunti, frammenti – per misurarsi con il pensiero, a differenza, ad esempio, di Leopardi che lo fa già in forma sistematica.
Ringraziamo anche il Centro per la filosofia italiana, l’Istituto Torquato Tasso, e naturalmente l’Hotel Syrene di Sorrento, luogo ospitale e simbolico, con la sua vista sul Golfo che sembra tenere insieme storia e poesia.
Un grazie a Nigel Wengeris, che con la sua documentazione fedele ci consente di raggiungere migliaia di persone, e all'Unitrium, sempre presente.
Questo è solo un assaggio. Il Tasso che vogliamo scoprire – e riscoprire – non è solo quello che scrisse la Gerusalemme liberata, ma anche quello che, attraverso le parole, ci consegna un’interrogazione viva sul tragico, sull’Occidente, sull’umano.
Per comprendere appieno la ricchezza e l'attualità della pedagogia di Don Bosco, attraverso l'applicazione del suo metodo educativo
"preventivo", è essenziale considerare il contesto storico ed
educativo in cui operò. Il 1800 in
Italia fu il secolo del Risorgimento e della rivoluzione industriale, un'epoca
di ricerca dell'identità e dell'unità nazionale. In ambito educativo, prevaleva
il metodo "repressivo", basato sulla "punizione" e il
"castigo" per "correggere" i comportamenti indesiderati
degli allievi. Questa ‘pedagogia del terrore’, in alcuni casi, allontanava i
giovani dalla scuola e dall'istruzione, costringendoli a intraprendere la dura
strada del lavoro sottopagato o, addirittura, a cadere nella delinquenza.
San Giovanni Bosco, vivendo e operando nel nord Italia, avvertì
fin da giovane una ‘chiamata’, una forte inclinazione che lo spinse ad
abbracciare il sacerdozio cattolico e, parallelamente, a dedicarsi
all'educazione dei giovani. È in questo contesto che egli teorizzò il metodo
preventivo, partendo da un approccio non sistematico, poiché Don Bosco non si
considerava un pedagogista nel senso stretto del termine. Questo approccio
educativo si fonda sui principi di ragione, religione e amorevolezza. La
relazione educativa è il fulcro di questo metodo: l'educatore, per
"prevenire" comportamenti inappropriati, deve instaurare con i
discenti un rapporto basato sull'amorevolezza, la fiducia e l'empatia.
L'educatore si pone come compagno di viaggio e guida per l'educando.
Questo metodo rivoluzionò il pensiero pedagogico-educativo
dell'epoca. Don Bosco, nel teorizzare e applicare tale metodo, partì da una
visione antropologica positiva, derivata dalla Bibbia e dal Cristianesimo:
l'essere umano è capace di bene, nonostante la sua inclinazione al male. Il ‘peccato
di Adamo’ ha deturpato, ma non ‘distrutto’ - come sosteneva il giansenismo,
ancora influente in quegli anni - il cuore dell'uomo, rendendolo resistente
alla realizzazione del bene. Tuttavia, con l'approccio giusto e l'aiuto della
grazia divina, l'uomo, e in particolare il giovane, è capace di bene. La visione educativa di Don
Bosco si fonda sul
presupposto biblico
che ogni giovane possieda una naturale predisposizione al bene. Questa,
tuttavia, può essere repressa dai condizionamenti del contesto familiare,
scolastico e sociale. L'educatore, quindi, deve impiegare la ragione, la
religione e l'amorevolezza per ‘tirare fuori’ questa predisposizione, farla
emergere e coltivarla nel tempo. A partire da tali presupposti, si comprende
l'ideazione dell'oratorio, ispirata a San Filippo Neri, concepito come spazio e
luogo di educazione e formazione. Questo avveniva attraverso attività ludiche,
ricreative, sportive, musicali, teatrali, uscite e mediante l'educazione alla
fede. Don Bosco riteneva inoltre indispensabile che l'educatore fosse in grado
di intercettare e distinguere l'indole degli educandi, sollecitando le loro
attitudini e valorizzando i loro talenti attraverso una relazione educativa
impostata sull’esercizio di una paternità comprensiva. Così facendo, si possono
‘prevenire’ e ‘correggere’ nei giovani attitudini non buone, si può deragliare
l’instaurarsi di cattive abitudini. Si rende necessario, inoltre, l’esercizio e
l’educazione alla disciplina (indicare delle regole e sollecitarne
l’osservanza), attraverso la vigilanza e la testimonianza di una vita onesta.
L’educatore deve essere credibile e mostrare ai giovani che quanto va dicendo è
concretamente realizzabile. Infine, don Bosco ripeteva spesso quanto segue:
..2.
Cattolici e costruzione dell’idea repubblicana
È
in un orizzonte dinamico della storia unitaria nazionale e del ruolo dei
cattolici nella vita politica di questa Nazione, che diventano molto attuali le esistenze e le proposte politiche di due
uomini collocati su opposte frontiere partitiche, quali furono Aldo Moro ed
Enrico Berlinguer.
3.
Berlinguer
Mi
piace partire da Berlinguer. Segretario nazionale del Pci dal 1968 al 1984,
anno della sua prematura scomparsa, Berlinguer (Sassari, 1922-Padova, 1984) è,
fino al suo impegno come vice-segretario e segretario del PCI, un uomo in ombra, un uomo grigio,
silenzioso nell’apparato di “curia partitica”, come ha scritto Miriam Mafai[1].
Eppure egli – che a Botteghe oscure veniva chiamato “re Enrico” per
l’autorevolezza e il potere acquisito - rappresenta una testimonianza
fondamentale per comprendere il perché del successo di una figura carismatica,
in quanto capace di affrontare coraggiosamente, con realismo e spirito critico,
delle problematiche e degli interrogativi legati a un periodo particolarmente
controverso delle vicende italiane e di essersi aperto proprio al confronto con
la Chiesa
cattolica e, addirittura, alla convergenza politica con alcuni suoi esponenti
culturali e politici. Il tutto mentre, a partire dal 1968, la società civile,
attraverso le contestazioni studentesche e la lotta femminista, mandava chiari
segnali di movimenti nuovi, che non si riconoscevano più nei partiti
tradizionali come sarebbe, poi, accaduto platealmente con la fine della
cosiddetta prima Repubblica...
Il contributo di Berliguer alla costruzione della democrazia italiana, Antonio Bassolino
tra gli ospiti de La Nova incontra
la formazione del giovane Bassolino al fianco di Enrico Berliguer
Uno
dei racconti evangelici sulla Resurrezione di Gesù più suggestivi ed
emblematici è senza dubbio il brano relativo ai
discepoli di Emmaus (cf. Lc 24,13-35). Questi due discepoli, uno dei quali di
nome Clèopa, mentre dell'altro l'identità rimane "ignota",
particolare che alcuni studiosi interpretano come un'intenzione pedagogica
dell'agiografo. L'anonimato del secondo discepolo permetterebbe, infatti, ai
lettori di ogni epoca di identificarsi con lui. Dopo i drammatici eventi della passione
di Gesù, i due discepoli, sconvolti, delusi e affranti, fecero ritorno alle
loro case, abbandonando Gerusalemme. Durante il cammino, un particolare
interessante si verificò: uno "Sconosciuto" si avvicinò a loro,
condividendo il viaggio. Costui li interrogò, chiedendo perché fossero così
afflitti. Essi narrarono di aver "visto" la loro "speranza"
infrangersi dinanzi ai loro occhi, vedendo Colui nel quale l’avevano riposta
appeso a una croce. La morte aveva portato via tutti i sogni, lasciando solo amarezza
e disperazione, annebbiando i sensi, offuscando le emozioni, dissipando la
gioia e spegnendo il cuore. Proseguendo il cammino, i due discepoli dissero
allo "straniero" che alcune donne, recatesi al sepolcro, non avevano
trovato il "corpo" di Colui che essi "speravano" fosse il
Messia-Salvatore annunciato dai Profeti. Queste donne riferirono di aver avuto
visioni nelle quali si attestava che Gesù era vivo. Tuttavia, gli Apostoli, che
erano con loro, si erano precipitati al "sepolcro", ma non avevano visto
il Corpo. Questi due uomini erano pertanto delusi: speravano ardentemente in un
Salvatore politico, che avesse liberato la Palestina dal dominio di Roma e
instaurato "qui ed ora", subito, mediante manifestazioni prodigiose,
la pace, il diritto, la giustizia, ovvero la salvezza. Non essendosi verificato
ciò, delusi e arrabbiati, volevano lasciarsi tutto alle spalle, tornare al
punto di partenza e ricominciare la loro vita.
M. Ciccarelli, Coscienza e Potere, una riflessione antropologica contemporanea a
partire dai racconti biblici, la valle del tempo edizioni, 2025, pp. 396.
Il professor
Michele Ciccarelli, con Coscienza e
Potere, propone una riflessione stimolante e attuale, un invito a liberare
la coscienza dall'atrofia che la affligge e a riscoprirne il significato
profondo. La coscienza, secondo Ciccarelli, è un'ambivalenza: la consapevolezza
del vissuto emotivo e, al contempo, il principio che guida le scelte etiche, il
discernimento tra bene e male.
L'autore affronta poi un altro tema cruciale: il potere. Spesso
percepito in modo negativo, il potere, se esercitato con saggezza e sorretto da
una coscienza matura, può essere garanzia di libertà e sicurezza. Ciccarelli
dimostra come la coscienza, intesa sia come esperienza emotiva che come
principio etico, sia il fondamento di un potere responsabile e liberatorio.
Attraverso una lettura originale e profondamente esistenziale
dei testi biblici, Ciccarelli guida il lettore in un percorso di scoperta della
coscienza e del potere, invitandolo a riflettere su questi temi cruciali per la
vita individuale e collettiva. Recuperare
l'idea kantiana di "coscienza", oggi pesantemente "depotenziata",
è l'obiettivo del testo. L'intento è quello di "sollecitare" nei
lettori curiosità, interesse, passione e ricerca per le grandi domande che
possono conferire un orizzonte di senso possibile alla società del terzo
millennio.
Nell'epoca dell'intelligenza artificiale, del progresso
tecnologico e della transizione energetica - rileva Ciccarelli - l'essere umano
non si interessa più del bene e del male. Il suo modo di essere e di agire
appare dominato dalla logica esclusiva dell' "io". Diventa quindi necessario
"ritornare alle fonti" della saggezza per recuperare l'umanità che
l'uomo pare ormai stia smarrendo.
Meditando la Passione di Cristo, costruire alleanze nel bene (cf. Lc
23,8-12).
🐧 << 'a meglio parola è
ch’ella ca nun se dice>>
La migliore parola, talvolta, è quella che non si
proferisce.
La saggezza popolare antica aveva ben compreso il
valore del silenzio.Lo stesso che si
può intercettare - ad esempio -nel
racconto della passione all’interno del Vangelo secondo Luca in merito a Gesù
dinanzi a Erode Antipa (cf. Lc 23,8-12).
Un silenzio direi più che loquace che pone in evidenza
la banalità e le contraddizioni del male. Si accusa falsamente Gesù di
sobillare il popolo incitandolo a non rendere il proprio tributo a Cesare e ciò
in nome della Torahe gli stessi accusatori non si rendono conto
che stanno commettendo “falsa testimonianza”. Si esalta Cesare e si manca al
primo insegnamento della Torah: “Non
avrai altro Dio all’infuori di me”. Si pone in luce che Erode e Pilato in
occasione del processo “al giusto innocente” fanno pace e che fino a quel
momento vi erano forti tensioni tra i due. Ciò sta a significare e, a
dimostrare che, il male costituisce sempre la scelta più facile e quella che
suscita più consensi ed alleanze. Il bene,invece, richiede impegno e per
attuarlo a volte occorre bypassare
innumerevoli ostacoli, poiché incontra forte contrapposizioni. Gesù però con il
suo atteggiamento non si scompone, non si agita, semplicemente resta fedele al
suo essere e al suo agire. Dinanzi ad Erode - personaggio dalla reputazione
morale compromessa - colui che aveva autorizzato la morte del Battista, tace e
prosegue per la sua strada. Il Signore insegna fino alla fine l’umiltà, la
giustizia, l’amore. Da questo brano si può dedurre una lezione di resilienza
nel bene, bisogna promuovere e costruire alleanze per rendere contagioso il
bene e non il male. In quanti contesti oggi si può rilevare che il male dilaga
e il bene é, il più delle volte, osteggiato, ostacolato e impedito? In non
pochi contesti anche di fede sé si vuole criticare o screditare qualcuno- ad
esempio- si trova subito una platea disposta ad ascoltare e ad aggiungere
elementi, una giuria sempre pronta a dare verdetti. Se paradossalmente,invece,
si propone di realizzare una buona opera a favore di qualcuno iniziano subito
ed emergere dubbi, ostacoli, perplessità. Quante calunnie e diffamazioni oggi
si propagano facilmente mediante l’utilizzo sconsiderato dei social?