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Caricamento ultime analisi del Prof. Giustiniani...

lunedì 17 febbraio 2025

Giordano Bruno, eredità condivise

 


..nel corso degli interrogatori veneziani Bruno aveva chiaramente affermato, prendendo elegantemente le distanze dall’accusa di eresia materiale e formale:

Io ho letto libri di Melanthone, di Luthero, di Calvino, et de altri heretici oltramontani, non già per imparar la loro dottrina, ne per valermene, stimandoli io più ignoranti di me, ma li ho letti per curiosità, et questi libri mai li ho tenuti appresso di me, intendendo de quelli, che ex professo trattano de materie contrarie, et repugnante alla fede catholica, che bene ho tenuto appresso di me altri libri de Auttori dannati, come di Raimondo Lullio, et altri, che hanno trattato de materie filosofiche. Et ad interrogationem respondet. Io disprezzo li sopradetti heretici, et dottrine loro, perchè non meritano nome di theologi, ma de pedanti, ma de dottori Ecclesiastici Catholici io ne fo quella stima, che devo, et particularmente di San Thomaso, che ho sempre come ho detto di sopra stimate, et amato da me come l’ anima mia, et che sia la verità ecco che nel mio libro intitolato de Monade, numero, et figura, carte, o pagine 89, dico in lode de S. Thomaso, quanto potete vedere, ostendens in dicto libro infrascripta verba videlicet ille omnis cuiuscumque Theologantium generis el Peripatheticorum in spetie philosophantum honor, atque lux Thomas Aquinas omnem.

Pur riconoscendo, insomma, di aver letto libri di eretici e di persone condannate, fra’ Giordano rivendica a Venezia di averli consultati per curiosità, senza condividerne le tesi, giudicate anzi tali da non meritare neppure il nome di tesi teologiche, bensì di tesi di pedanti, ferma restando la sua stima verso i veri autori cattolici, in primis Tommaso d’Aquino. Perché a Roma non sono ritornate in mente al Papa e al Tribunale romano, particolarmente negli ultimi anni, oltre che la prodigiosa e sincera memoria di Bruno, anche quelle battute dello Spaccio della bestia trionfante in cui il Nolano rivendicava il proprio parlar chiaro e senza peli sulla lingua:

Qua Giordano parla per volgare, nomina liberamente, dona il proprio nome a chi la natura dona il proprio essere; non dice vergognoso quel che fa degno la natura; non cuopre quel ch’ella mostra aperto; chiama il pane, pane; il vino, vino; il capo, capo; il piede, piede; e altre parti, di proprio nome; dice il mangiare, mangiare; il dormire, dormire; il bere, bere; e cossí gli altri atti naturali significa con proprio titolo

giovedì 13 febbraio 2025

Kafkalto, quando l'ombra genera luce

La citazione kafkiana – posta in esergo alle opere d’arte di Prisco De Vivo (artista figurativo e geniale poeta e designer) e ai versi di Raffale Piazza (noto poeta e giornalista) -, ci ricorda una certa predilezione dello scrittore praghese Franz Kafka (Praga 1883 – Kierling, Vienna, 1924) per la notte e per il buio. Anzi per il nero, che potenzialmente potrebbe trasformarsi in bianco. Il nero kafkiano – che Prisco De Vivo oggi trova e riprende – è, piuttosto, quello delle copertine degli antichi quaderni per la scuola elementare, con il loro colore scuro e le loro pagine a quadretti, che aspettavano tratti di matita e macchie di pastelli. Matite e tratti che, ora, trasformano le pagine bianche con macchie scure. Metamorfosi del bianco in scuro e delle sfumature di scuro verso il bianco, trasformazioni della materia e degli sguardi. Del resto, nella ruota delle metamorfosi, di ogni metamorfosi, “siede l’uomo nella parte eminente, giace una bestia al fondo, un mezzo uomo e mezzo bestia descende dalla sinistra, ed un mezzo bestia e mezzo uomo ascende de la destra”, come negli sguardi onirici di fra’ Giordano Bruno Nolano. 

Ma a Kafka piaceva davvero la notte, il buio, il nero? Josef K., il protagonista de Il processo (scritto da Kafka tra il 1914 e il 1917 e pubblicato postumo nel 1925) si trova sottoposto, a seguito di un’imprecisata accusa, a un processo: esso avviene nel solaio di un vecchio, squallido, buio e labirintico condominio. Ne Il processo prevalgono i luoghi chiusi, scuri e asfittici, come il tribunale. Dalle carte di Kafka – che furono salvate dal suo amico ed esecutore testamentario Max Brod, che le portò con sé prima in Turchia e poi in Israele, fuggendo davanti alla invasione tedesca di Praga – fu pubblicato, del resto (contro la volontà dell’Autore, che glieli aveva affidati con la clausola di non editare) anche questo racconto brevissimo. Si tratta di un lavoro di scrittura-meditazione che, come altri, avrebbe potuto essere sviluppato in quaderni e appunti. Di notte presenta, appunto, la figura un insonne, il custode, il quale legge e si interroga nel buio della notte, quasi vegliando sulle domande di chi non può o non riesce a dormire, e forse egli sta custodendo, cioè vegliando, anche sul sonno inconscio dei dormienti a ben guardare, lo scuro e le ombre della notte non sono mai piacevoli per Kafka, bensì esse accadono a motivo dell’insonnia, che non lascia dormire e, spesso, invece di calmare e rasserenare, incute paura. Dopo pagine scure, anche nel volume di Prisco De Vivo e Raffaele Piazza, la prima macchia di colore; anzi – come bene annota Manuela Gandini a p. 11 -, ecco la nuova “creazione” dell’artista: un volto senza tratti, ma soltanto con un occhio aperto… vuoto. È lo sguardo trasfigurato dell’artista, che intraprende così una sua peculiare metamorfosi di sguardi dal buio al chiarore, dalle ombre indistinte ai tratti somatici, non senza introdurre sempre nuovi scuri, nuove notti, nuovi scenari, nuove metamorfosi… nelle pagine a seguire. Impotenza dell’uomo innanzi ad una realtà tutt’altro che leggibile, oppure trasformazioni dello sguardo sul reale, dove lo scuro sta orientando lo sguardo umano oltre la notte e il buio? Non è questo il vero significato di ogni metamorfosi, cioè il potere di trasformare lo sguardo, che invece rischia di perdersi nella figura di un asino che non ha le ali, oppure nei quadrettini di un quaderno dalla copertina nera. Come recuperare quell’occhio, quello sguardo chiarissimo, presente in alcuni tratti di De vivo, che ci facciano risalire dalle viscere oscure della materia e dei materiali pittorici e fotografici, verso il chiaror del vero? 

martedì 11 febbraio 2025

Prendi il largo e va', dove ti porta il Vangelo

 

La compassione al di sopra della legge: l'insegnamento di Gesù. 

Un'analisi del brano di Marco 2,23-28 e le sue implicazioni per la nostra vita


La diatriba è un genere letterario antico, che affonda le sue radici nella filosofia greca e ha influenzato anche la redazione dei Vangeli. Gesù ha utilizzato questo strumento pedagogico per trasmettere i suoi insegnamenti, che perseguono due finalità specifiche:

  1. Delineare chi è Dio e cosa ha realizzato per l’umanità.
  2. Spiegare chi è l’uomo e come può salvarsi e raggiungere una piena felicità.

Le finalità degli insegnamenti di Gesù possono essere comprese attraverso le discussioni e i dibattiti che intratteneva con le istituzioni politiche e religiose del suo tempo, in particolare con i farisei. Questi ultimi, custodi della tradizione ebraica, rappresentavano l’autorità religiosa più alta a Gerusalemme. Tuttavia, spesso interrogavano Gesù con l’intento di confutare il suo insegnamento o di coglierlo impreparato riguardo alle prescrizioni della Torah.

Gesù, da parte sua, non limitava la sua azione didattica a rigide regole e formalità. Al contrario, educava al buon senso, mettendo al primo posto le esigenze dell'essere umano. Un perfetto esempio di questo approccio si trova nel Vangelo secondo Marco (cc. 2,23-28), che tratta dell’istituzione dello shabbat ebraico (cf. Gen 2,2-3; Es 20,8-11).

Immagina la scena: Gesù e i suoi discepoli passeggiano tra le spighe di grano. La fame si fa sentire, e i discepoli, guidati dalla necessità, raccolgono e mangiano le spighe. Ma ecco che i farisei, con le loro critiche, si fanno sentire.

In questo momento cruciale, Gesù, come é sua consuetudine, ribalta le aspettative, sottolineando il valore intrinseco della persona umana come vertice e coronamento dell'opera creativa di Dio. Con una frase potente, afferma che il sabato è stato istituito per l'uomo e non viceversa, evidenziando così la priorità della vita e dell'amore sulla mera osservanza delle regole. In altre parole, Gesù privilegia la verità della sostanza rispetto al vuoto della forma. È fondamentale chiarire, tuttavia, che con questo insegnamento il Signore non intende in alcun modo sovvertire l’ordine costituito né abolire ogni tipo di buona e sana formalità. Al contrario, Gesù desidera rivelare che il Dio della Bibbia non si sofferma sulle esteriorità, ma si concentra profondamente sull'interiorità del cuore.

Egli esorta a coltivare uno stile di vita dinamico e attivo, invitando i suoi interlocutori - di ogni tempo - a non rimanere intrappolati in un approccio alla vita rigido e formale. La sua chiamata è un invito a vivere con autenticità e passione, abbracciando la bellezza di un rapporto autentico con Dio e con sé stessi. La comunità di coloro che intendono incarnare nella propria vita gli insegnamenti di Gesù deve tener conto della distinzione tra Legge e Spirito. La legge, infatti, concepita e adoperata come uno strumento di controllo e di potere diventa paralizzante per l’essere umano e tende a confinare l’esistenza entro confini geografici e culturali ristretti e circoscritti.

A tal proposito, risulta celebre l'invito che Gesù rivolge ai discepoli durante una delle sue affascinanti uscite in barca lungo il lago di Galilea: “Duc in Altum” - prendete il largo! (Cf. Loc 5,4). Questo monito non è solo un semplice invito, ma un richiamo profondo a chi desidera abbracciare l'insegnamento del Maestro:

sabato 8 febbraio 2025

L'istinto di Lara. Emilia Tartaglia Polcini al Books&Museum


Emilia Tartaglia Polcini
, L’istinto di Lara, Prefazione di Maria Cristina Donnarumma (Amica della domenica del Premio Strega), Graus edizioni, Napoli 2024, pp. 155

Questo romanzo d’esordio di Emilia Tartaglia Polcini scava molto bene, con un ritmo incalzante, nei «tre personaggi principali» accanto ai quali «ne ruotano altri che non possono definirsi del tutto secondari» (dalla Prefazione, p. 7); e questo non senza l’ulteriore «protagonista di non secondo piano… la natura con i suoi rumori, i suoi colori, i suoi profumi» (Ivi, p. 8). 

I brevi capitoli narrativi presentano, ogni tanto, delle parti stampate in corsivo: sono quasi il commento di un coro dell’antico teatro greco, nel senso che, periodicamente, l’Autrice si ritaglia dei propri spazi: in queste linee di scrittura, ella presenta le proprie osservazioni sui fatti, sul clima, sull’ambiente, sulle vicende, sulle anime, sull’emotività…; 

Tra le altre, la parte in corsivo delle pp. 60-65, racconta, in contro-canto, il vero e proprio “terrore” che Lara ha di suo padre, anche perché lui non condivide quella che considera, testualmente, «quella stupida attività del balletto» (p. 61); si tratta di una caratteristica ripetuta in un altro passaggio in corsivo, laddove Lara «un po’ alla volta, nei confronti di suo padre… aveva preso corpo un vero e proprio terrore» (p. 63)

Il mondo di persone e ambienti evocato da queste pagine non appartiene alla plebe, ma all’alta borghesia impegnata in affari e transazioni internazionali...

Pur appartenendo a questo mondo, fatto anche di camerieri, governanti, viaggi per affari in tutta Europa o in Giappone, Lara è un tipo a sé: «non amava quelle feste e neanche quelle persone… detestava la poca genuinità degli ospiti» (p. 13)...

giovedì 30 gennaio 2025

La letteratura di viaggio da “Il Milione” agli aspetti religiosi del Roots Tourism

Come ci suggerisce l’antropologia culturale, occorre, al di là del pluralismo teologico e sociologico delle singole fedi, riconoscere la religione come universale culturale, cioè fattore antropico persistente, indipendentemente dalle religioni istituzionali e dai processi da esse indotti, o assecondati. L’enfasi identitaria di tipo religioso può, tuttavia, diventare esasperazione dei localismi a tutto danno dell’universalità, così come si è verificato in alcuni paesi multinazionali e multireligiosi. Non è un caso che lo stesso cristianesimo, in campo sociale e in politica, deve oggi “battersi” su due fronti: contro una modernità che minaccia, nelle manifestazioni estreme, alcuni dei suoi valori, e contro il fanatismo delle frange religiose più radicali. Si finisce, in tal modo, in una progettualità socio-politica, che di biblico conserva soltanto il nome (Leviatàn) e che, non a caso, il teologo J. Moltmann ha potuto giudicare, in ottica teologica, come una vera e propria bestemmia espressa contro il Creatore. La soluzione ipotizzata, infatti, piuttosto che inaugurare una via di traduzione, sul piano socio-politico, di una specifica idealità cristiana nel ricco “mercato” delle proposte religiose, emargina progressivamente il religioso dalla città, dal viaggio, dai tours, anche dalla città delle radici, relegandolo nell’ambito del privato, del sentimentale, del vissuto, della coscienza interiore.

È un fatto che il primo incontro del vangelo cristiano con le città del Mediterraneo avvenga in un intricato insieme di elementi che possiamo ben definire, ora per allora, pluralistico, qualificato com’era da svariati culti, religioni, valori, idee, assetti economici... In questo mondo complesso, i cristiani, piuttosto che presentare una cultura altra e antitetica a quelle pre-esistenti, contrapponendovi una verità unica ed esclusiva, elidente qualunque altra prospettiva coeva, preferiscono incunearsi nella molteplicità di sfondi, occupare i medesimi luoghi fisici degli altri, assumere le stesse grammatiche, le medesime tecniche raffigurative, trattare i lemmi e i concetti in uso, abitare i medesimi luoghi e boschi, frequentare i medesimi templi. Ma, ben presto, essi ri-semantizzano e ri-significano creativamente tutti i precedenti assetti, ovvero, imitando sul piano riflesso la stessa kenosi del Verbo, consentono, al patrimonio culturale riferito a Cristo, di “incarnarsi” di nuovo nelle culture pre-esistenti e di rigenerarle, per così dire, dall’interno, talvolta procedendo a delle vere e proprie re-invenzioni linguistiche che rinviano a loro volta a vere e proprie trovate “razionali” o, se si preferisce, a delle rinnovate modalità per mostrare la ragionevolezza della fede creduta e la credibilità delle verità professate utilizzando le medesime categorie del pluralistico mondo culturale a cui si rivolgono ma, insieme, ri-semantizzando opportunamente il tutto

sabato 25 gennaio 2025

Antonella Cilento, La babilonese


Antonella Cilento, La babilonese, “Romanzi Bompiani”, copertina di Iole Cilento, Giunti editori, Firenze-Milano 2024, pp. 374

«Certo, se a scrivere qui, oggi, fossero stati Dickens o Balzac, Checov o Mastriani, niente si sarebbe potuto nominare, men che meno lo sperma – in lingua locale sfaccimma… e tanto meno la profanazione erotica e spiona della madonna Assunta di Filomena Argento. Non se ne sarebbero trovati che pudichi, ma ammiccanti, cenni in francesi meno pii, come Maupassant, e ci sarebbero voluti altri anni ancora prima di cadere nelle pagine segrete di Apollinaire o in quella [quelle: piccolo raro svarione tipografico di questo libro di Cilento!] celebri di Lawrence (p. 264).

Siamo, in questo gustoso passaggio narrativo del bellissimo e avvincente romanzo di Antonella Cilento, nella Sezione del romanzo intitolata “Filomena, 1881” (p. 205). Da esso ricaviamo i caratteri salienti dell’intreccio e del costrutto letterario di questo romanzo – che, forse, è anche un avvincente giallo, che attraversa, tra storia, magia e cultura popolare, varie epoche, arcaiche e moderno-contemporanee; a volte redatto in una fluente lingua napoletana –, il libro ci fa attraversare un lunghissimo arco di tempo: dal 653 a.C. (anno in cui inizia la prima Sezione, intitolata “Libbali” a p. 9), per giungere fino agli Anni Duemila

 

Corrado Ocone, il non detto della libertà

Considerazioni pedagogiche sul libro di Giosuè (cf. 1,9)

  @scenari.futuri Giuseppe Lubrino, la pedagogia di Giosué «Sii forte e coraggioso: non temere, perché Dio è con te ovunque tu vada» (Gs...