MuseoCampano. Capua, 1 marzo 2026
Luciano
D’Angelo, Quando i fiori diventeranno alberi, La Valle del Tempo, Napoli
2025
1.
Matres et filii
Le
migliaia di Matres matutae di questo meraviglioso Museo campano portano tra
le braccia coppie, a volte più coppie, di piccoli, neonati e bambini… Fiori
appena sbocciati; oppure, se il significato di queste madri votive è
prevalentemente escatologico, fiori che, dopo la morte terrena, sono come
tornati a sbocciare per una vita senza fine.
In
ogni caso, una donna, in tufo in pietra,
figurata come seduta con le braccia colpe di uno o più figli, ci appare quasi
certamente come il simbolo, già pre-cristiano, della concessione del sommo bene
della fecondità . Quando, i frutti fecondi di un grembo materno saranno
cresciuti; quando, finalmente, i fiori-figli diventeranno alberi, si,
anzi ci, domanda il poeta e letterato Luciano D’Angelo, la cui silloge è
stata accolta in una delle collane delle le edizioni La Valle del Tempo,
di Napoli? È un interrogativo, una promessa, una certezza di futuro, un
auspicio?
Quale nuovo scenario vuol dipingere D’Angelo
(ma anche quali scenari squadernano i disegni interni di Raffaella Boccia), in
vista di una vera e propria “rivoluzione”, che la frase di esergo del volume
augura, appunto, a tutti i fiori che vorranno, forse potranno, diventare
alberi.
2.
I fiori di fronte a un esercito di intenti e di
promesse
Quando
mai potranno diventare alberi le promesse dei virgulti appena usciti dalla
Terra mater?
Quando potranno gustare il piacere almeno di sbocciare, in una terra - la
nostra -, in cui l’Unicef, soltanto nel 2024, ha registrato un numero record di
520 milioni di bambini e adolescenti presenti in zone di conflitto attivo?
Quando diventeranno alberi se, secondo l’ultimo rapporto "Stop
the War on Children: security for whom?" si registra il maggior numero di
conflitti tra Stati dalla fine della Seconda Guerra Mondiale? Quando mai sbocceranno
questi virgulti e dove diventeranno alberi, se, nel nostro mondo, va emergendo
un numero senza precedenti di gravi violazioni contro bambini e adolescenti nei
conflitti? Nel 2024 almeno 41.763 sono le violazioni recensite: èarliamo di un aumento
del 30% rispetto al 2023, che già rappresentava l’anno record da quando
sono iniziate le rilevazioni delle violazione, e circa il 70% in più rispetto
al 2022!
Quando mai potranno diventare degli alberi quelle promesse di fiori, che sono oggi gli Hichicomori? Il termine “Hikikomori” significa letteralmente “stare in disparte” ed è usato in gergo per indicare i virgulti e i fiori che decidono di ritirarsi dalla vita sociale per lunghi periodi (da pochi mesi fino a diversi anni), chiudendosi in casa, senza avere alcun contatto diretto con il mondo esterno, a volte nemmeno con i propri genitori. Sebbene questo tema si sia reso noto per la prima volta in Giappone alla fine degli anni Novanta del 900, la pressione e il disagio che spingono i giovani all'isolamento sociale ha assunto proporzioni drammatiche, anche in Italia. Secondo Hikikomori Italia, attualmente i casi nel mondo sono oltre un milione: di questi, centomila sono i giovani Hikomori in Italia. L’Atlante 2025 dell’infanzia a rischio in Italia, ci ricorda che risuonano, ancor oggi attuali, le parole di una generazione inquieta: “We don’t need no education”, come cantavano i Pink Floyd nel 1979, in una delle più potenti denunce contro un sistema che non ascolta, che uniforma, che pensa solo a reprimere. A quei tempi, non era un rifiuto della conoscenza, ma un grido contro l’autorità cieca, contro l’assenza di dialogo, contro l’imposizione di modelli che non lasciano spazio all’identità .
Quel
grido, oggi, ci interpella ancora, di più. Non solo nella scuola e nei luoghi
dell’apprendimento, ma ovunque gli adolescenti cerchino riconoscimento,
trovando invece, spesso, silenzio. In ogni spazio dove, senza filtri,
voci di adolescenze vorrebbero crescere e, invece, vengono contenuti. In
ogni relazione dove chiedono fiducia e, invece, ricevono diffidenza. Peraltro,
con una demografia avversa: sono pochi, un gruppo sempre più esiguo rispetto al
vasto contingente dei boomer, degli adulti in una popolazione italiana!
Ascoltare
davvero gli adolescenti significa accettare che la loro voce possa essere
scomoda, dissonante, provocatoria. Ma anche generativa, lucida, necessaria.
Significa riconoscere che la crescita non è mai lineare, che l’identità si
costruisce anche attraverso il conflitto, e che il cambiamento sociale ha
bisogno di quella forza inquieta che solo l’adolescenza sa portare. I dati
Istat più recenti, relativi a fine 2025 e inizio 2026, evidenziano un quadro
complesso per i giovani in Italia, caratterizzato da un calo demografico, un
alto numero di NEET (giovani che non studiano e non lavorano), un mercato del lavoro
ancora precario. All'inizio del 2025, si contavano oltre 1,3 milioni di giovani
NEET tra i 15 e i 29 anni, dato che supera i 2 milioni se si estende la fascia
fino ai 34 anni. L'Italia si conferma seconda in Europa per incidenza di Neet,
con una percentuale del 15,2% a inizio 2026.
Quando
mai potranno diventare alberi, quei fiori a cui allude il cosiddetto Decreto
Caivano? Negli ultimi anni, il Governo italiano ha adottato misure
d’urgenza per fronteggiare fenomeni di criminalità giovanile e diffusione di
droghe, culminate nella Legge 159/2023), ribattezzata decreto “Caivano”, dal
nome di una periferia urbana, teatro di gravi episodi di degrado e violenza
minorile: misure straordinarie di contrasto al disagio giovanile e alla
criminalità minorile, tra cui numerose novità in materia di stupefacenti. Un
coacervo di norme eterogene tutte caratterizzate dal medesimo approccio: repressivo,
come il decreto che ha inventato il daspo urbano. Stando alla Relazione
annuale al Parlamento, nel 2023 si è registrato un sensibile aumento dei
minorenni entrati nel circuito penale per reati di droga, un dato che
l’associazione Antigone mette in diretta correlazione proprio con gli
effetti del decreto Caivano. Nello specifico, i giovani detenuti negli Istituti
Penali per i Minorenni (IPM) hanno toccato, già ad inizio 2024, quota 500: un
numero record nell’ultimo decennio. Il 15% degli ingressi in carcere minorile
nel 2023 riguardava reati di stupefacenti. Addirittura, gli ingressi cautelari
(detenzione preventiva) di minori sono balzati da 243 (gennaio 2023) a 340
(2024), indicando che la maggiore possibilità di custodia cautelare è
effettivamente utilizzata ora dai Tribunali per i Minorenni. Da qualche
tempo Antigone parla di “impennata” dei detenuti minori e di effetti
“distruttivi” sul sistema della giustizia minorile, tradizionalmente improntato
alla tutela educativa.
3.
Le ginestre di Leopardi; diventeranno alberi?
Lo
Zibaldone di Leopardi fu per la prima volta pubblicato in sette
volumi fra il 1898 e il 1990, peraltro curato da un gruppo di studiosi
presieduto da Giosue Carducci. Come funziona l’intero testo leopardiano, che
presenta ben 4526 pagine di testo?
Esse
non sono una congerie di appunti e di riflessioni utili a elaborazioni
successive, né mélange in senso metaforico, miscuglio, bensì pensiero
in movimento, anzi un “sistema”, la cui scrittura è formata
dall’intersezione di campi semantici, creati dall’autore attraverso la scelta
di parole chiave, indicative dei diversi gradi di significato propri di ogni
brano immesso nello zibaldone; per cui la peculiare opera leopardiana
appare come una scrittura di derivazione genetica, costituita da pensieri che
sono in relazione tra loro attraverso la rete di rinvii e di richiami, ovvero
una scrittura multipla, che Leopardi scrive in un determinato
lasso di tempo su diversi argomenti, ognuno dei quali sarà messo in relazione
successiva con altri contenuti di diversi campi semantici: pur non essendo una
scrittura a penna corrente, né una bella copia, la scrittura dello Zibaldone
corrisponde all’idea di un testo che esclude quella di un’aggregazione di
materiale frammentario e casuale. Proprio
questo mostra, tra l’altro, il significato dello «schedario rinvenuto
nel fondo leopardiano e che costituisce la minuta dell’indice dello Zibaldone,
steso a Firenze nel 1827; esso comprende «555 schedine di piccolissimo formato,
con lemmi che vanno da A a Z», nelle quali Leopardi segna, sulle schedine
organizzate in ordine alfabetico, le parole che gli permettono di identificare
le idee, affidando a questo strumento d’uso mnemotecnico il senso di un
itinerario cognitivo.
In
tale pensiero in movimento, colpisce qualche sviluppo che il poeta aveva
messo a punto nell’hinterland partenopeo, tra Vico Pero a Capodimonte e le
falde dello sterminator Vesevo, di fronte al quale, come sappiamo,
nacquero in lui le domande, a tratti disperate, che sorgevano nella sua anima
poetica e intellettuale, di fronte al mito del progresso infinito, già proprio
dei suoi tempi. Nella lirica leopardiana la Mater matuta è «Madre è di
parto e di voler matrigna». Ma qui, comunque, tu, scrive Leopardi, rivolgendosi
direttamente al fiore di ginestra, «Tuoi cespi solitari intorno spargi,/
Odorata ginestra/ Contenta dei deserti».
Con
gli occhi di Leopardi, rivediamo anche noi, oggi, questo fiore del deserto,
chiedendoci: quando diverrà un albero? E, poi, val davvero la pena che divenga
albero in «Questi campi cosparsi/ Di ceneri infeconde, e ricoperti/
Dell’impietrata lava,/ Che sotto i passi al peregrin risona;/ Dove s’annida e
si contorce al sole/ La serpe, e dove al noto/ Cavernoso covil torna il
coniglio;/ Fur liete ville e colti,/ E biondeggià r di spiche, e risonaro/ Di
muggito d’armenti;/ Fur giardini e palagi»?
GiÃ
da ora - in mezzo a guerre non dichiarate, a genocidi mascherati da giuste
punizioni per attentati subiti, a dazi proclamati perché abbiamo troppo dato ad
altri paesi, e ora basta. Già da ora, in mezzo a ex paesi colonialisti
che ancora accendono micce di guerre in Africa e cominciano a lottare per
accaparrarsi l’oro blu dell’acqua, sempre più prezioso e mal gestito… Davvero,
ai nostri occhi fatti leopardiani, ora «Una ruina involve, Dove tu siedi, o
fior gentile, e quasi/ I danni altrui commiserando, al cielo/ Di dolcissimo
odor mandi un profumo,/ Che il deserto consola».
Anche
la lenta ginestra, che adorna le selve odorate di Pompei e queste campagne
dispogliate dovrà , dunque, «presto alla crudel possanza» soccombere «del
sotterraneo foco,/ Che ritornando al loco/ Già noto, stenderà l’avaro lembo/ Su
tue molli foreste»?
Come
i fiori della nostra mejio gioventù, potremo sperare, anzi credere, che
i fiori di ginestra, pur dovendo piegare il capo «sotto il fascio morta», lo
faranno almeno in maniera «renitente», anzi combattente fino all’ultimo;
soprattutto in maniera consapevole e non orgogliosa, soprattutto non
«Codardamente supplicando innanzi/ Al futuro oppressor».
4.
Conclusione
Racconta
Charles Baudelaire, in Les fleurs du mal: « Sovente, per divertirsi, gli
uomini d'equipaggio prendono degli albatri, grandi uccelli marini che seguono,
indolenti compagni di viaggio, il bastimento scivolante su li abissi amari.
Appena deposti su la tolda, ecco questi re de l'azzurro, inetti e vergognosi, lasciar
miseramente penzolare ai loro fianchi, come remi, le grandi ali bianche. Com'è
goffo e fiacco questo viaggiatore alato! Lui, già tanto bello, com'è comico e
brutto! L'uno gli provoca il becco con la pipa, l'altro imita, zoppicando,
l'infermo che volava! Il Poeta è simile al principe dei nembi, che vive fra le
tempeste e si ride dell'arciere; esiliato su la terra fra grida di scherno, le
ali di gigante gl'impediscono di camminare».
Sì
il Poeta Luciano D’Angelo ha le ali di gigante come un albatro.
A
lui, sempre con Baudelaire, auguriamo: «Al di sopra degli stagni, ed al di
sopra delle valli de le montagne, dei boschi, de le nubi, dei mari, al di lÃ
del sole, al di là dell'etere, al di là dei confini de le sfere stellate, tu,
mio spirito, ti muovi con agilità , e, come un bravo nuotatore che nell'onda si
bea, solchi allegramente l'immensità profonda con indicibile e maschia voluttà .
Fuggi ben lontano da questi ammorbanti miasmi; va a purificarti ne l'aria
superiore, e bevi, come un puro e divino liquore, il chiaro fuoco che riempie i
limpidi spazî. Lasciando dietro le noie e gli sconfinati dolori gravanti su la
grigia esistenza, felice colui che può con ala vigorosa slanciarsi verso le
regioni luminose e serene»[1].


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