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venerdì 1 maggio 2026

Napoli: una storia lunga 2500 anni

Books and Museum, 19 aprile 2026 

Il mio intervento sul volume di

Guido D’Agostino, Napoli: una storia lunga 2500 anni, Edizioni la Valle del Tempo, Napoli 2026, pp. 146

 

È difficile ripercorrere, con metodo e mano di storico, qual è Guido D’Agostino, una storia, oggi cronaca, lunga ben 2500 anni. Storia di una città che è, insieme, assetto urbanistico, collettività di persone con i propri cicli demografici (a volte si potrebbe dire insieme di popoli), insieme di vicende che si dipanano tra mito e storia… E fare tutto ciò, con un taglio di particolare attenzione alle «trasformazioni della morfologia urbana» (p. 4), che è un rilevante fattore che rivela quel grande, straordinario, contenitore, che è Napoli, ovvero un «miscelatore, ricettore, rielaboratore e diffusore, propagatore intorno a sé, e a distanza, di esperienze culturali, psicologiche e antropologiche» (p. 5) che oggi contano due millenni mezzo.

Il professor D’Agostino ci prova e, mi sembra, ci riesce, offrendoci, nelle tre parti del volume, il senso e le sfaccettature delle tante Napoli in una medesima Napoli (cfr. p. 43), come si vede perfino nella più recente vicenda elettorale (cfr. soprattutto la terza parte e, in essa, per la vicenda elettorale dei sindaci, la p. 47, che giunge fino alla consiliatura di Gaetano Manfredi (classe 1964).

L’Autore compie per noi tutti questo, nella condivisibile convinzione, «che anche la vicenda elettorale, e relativa traduzione politica del voto, presenta quel carattere di indiscutibile specificità e contraddittoria singolarità» (p. 47).

Così, miti arcaici e vicende storiche, idealità e monumenti, stagioni in cui Napoli fu capitale di un Regno e altre in cui dovette adattarsi alle scelte politiche di regnanti e di nuovi poteri, si susseguono nei momenti essenziali. Il tutto viene descritto con il peculiare occhio e scrittura dello storico, che si ritaglia e segue un suo preciso metodo di rilettura, che segue «l’intreccio tra i processi sociali, politici ed istituzionali da un lato, e quelli riguardanti il piano urbanistico e l’assetto del territorio dall’altro… secondo momenti e con modalità distinti» (p. 30).

La lunga vicenda storica della città/mondo, che è Napoli, pur in una visione consapevolmente panoramica (col rischio, cioè, di perderne le sfumature e sfaccettature), viene, dunque, seguita e narrata in poche, godibili, pagine, prevalentemente attraverso la proiezione/rappresentazione in chiave urbanistica e territoriale delle vicende, dei temi, dei monarchi, della classi sociali e dei fenomeni che, attraverso le trasformazioni della morfologia urbana nelle successive stagioni ed epoche, vanno dipingendo i vari aspetti di una vera e propria stratigrafia della città: «sulle scena fisica della città, modellata, appunto, in senso stratigrafico» (p. 5), prendono, così, corpo le identità mitiche di Partenope/Neapolis e storiche delle varie stagioni di quella che è stata capitale del sud. Si tratta sono identità multiverse e pluriverse, multi-etniche e multi-razziali, in sintesi delle identità aperte e meticce, porose come le pietre e le strutture murarie e viarie che si susseguono nei tempi delle costruzioni e ricostruzione dell’assetto monumentale e viario. I temi, fenomeni ed eventi raccontati si proiettano sempre sulla «corrispondente proiezione/rappresentazione in chiave urbanistica e territoriale» (p. 41).

 

La prima parte del volume (pp. 1-58) ci offre una ricostruzione panoramica della lunga vicenda storica, dal mito originario delle Sirene alle vicende degli anni finali del secolo e del millennio. Lo fa senza negare le ombre, ma senza oscurare le così tante luci che raccontano la volontà di questa città di voler sempre da capo «provare ad imboccare nuove strade, a cimentarsi, una volta ancora, con il desiderio-necessità di una nuova ‘svolta’» (p. 56). Una svolta ritenuta dall’Autore ancora presente nel più recente periodo che, da ottobre 2021, vede insediare a palazzo san Giacomo il sindaco Gaetano Manfredi, «ormai abbastanza vicino alla scadenza del mandato e dunque dovrà misurarsi tra non molto con le prospettive di un eventuale rinnovo» (p. 58).

La seconda parte (pp. 59-83, arricchita da una selezionata bibliografia per approfondimenti: pp. 81-83), apre la ricostruzione storiografica ad una prima sommaria analisi dei numeri e delle statistiche, nell’intento, riterrei riuscito, di svolgere una «lunga traversata politico-elettorale» della città che, precisa l’Autore, «mi è apparso conveniente, ed anzi giusto e opportuno, rievocare e riassumere in un testo che affiancasse il profilo strettamente storico, considerato pure il legame strettissimo che lega politica e storia» (p. 74). In questa parte, un’utilissima tabella sintetizza il susseguirsi delle amministrazioni e degli amministratori della città di Napoli (con periodi di consiliatura, partiti in Giunta ed entrati nel Concilio comunale di riferimento), dalle elezioni del 10 novembre 1946 fino al primo turno del 3-4 ottobre 2021, da cui uscì eletto sindaco Gaetano Manfredi (cfr. pp. 75-79).

Infine, la terza parte (pp. 85-146, arricchita anch’essa da un seleziona Bibliografia), esamina voto, sindaci, giunte e amministrazione della città a partire dalle prime elezioni libere post-belliche del 10 novembre 1946, che seguirono il doppio voto del 2-3 giugno 1946, per il referendum istituzionale e per l’Assemblea costituente. Già queste prime elezioni libere ci «mostrano una Napoli “diversa” dal resto del Paese anche sotto il profilo elettorale» (p. 88). Il che si ripeterà periodicamente nelle amministrative successive: da quella del 1952, che dà il via alla lunga stagione di Lauro, con il suo secondo trionfo del 1956, che perdura nella tornata elettorale del 1960 - allorché «la particolarità del voto dei napoletani rispetto al resto del Paese» viene ribadita; infatti, «Napoli è l’unica grande città dove i monarchici continuano a conquistare così tanti suffragi» (p. 95) -, fino alla chiusura, nel 1962, dell’esperienza amministrativa laurina.

Inizia, così, un processo di lenta omologazione della multiversa Napoli al resto del Paese. Lo spostamento a sinistra dell’intera Italia si riverbera nelle amministrative dl 1975, che portano a palazzo san Giacomo il primo sindaco comunista, Maurizio Valenzi con il suo tentativo di indurre un primo rinascimento cittadino, che viene tuttavia fermato dal terribile e disastroso terremoto del 1980. Il bilancio di quest’ultima disamina mostra, attraverso l’esame critico del voto amministrativo, che Napoli si è come sdoppiata, schierandosi prima a destra dall’uscita dal fascismo e poi a sinistra a partire dagli Settanta del Novecento. Frattanto, nota D’Agostino, «la verità è che i problemi maggiori si incontrano sul piano della decifrazione, studio e analisi dei fenomeni in un quadro generale che sembra divenuto poco riconoscibile ormai e malamente interpretabile e analizzabile» (p. 140).

Come già nel volume Napoli spagnola da Alfonso il Magnanimo a Filippo II (1442-1598). Il racconto, le testimonianze, gli approfondimenti, le immagini (la Valle del Tempo, Napoli 2025), l’affresco del prof. D’Agostino è particolarmente vivace nel tratteggiare la Napoli spagnola, da Alfonso il Magnanimo a Filippo II (1442-1598). Il tutto avviene non senza puntuali indicazioni sugli edifici sacri e sulla vita religiosa, per esempio tra il 1546 e il 1547, allorché il giro di vite del Viceré alla vita culturale e religiosa del Regno, provoca il peggio: di fronte alla tenacia e al diffondersi delle nuove idee contrarie all’ortodossia religiosa, specchio e sostegno della concezione politica assolutistica: il potere, infatti, ricorrerà, senza sortire però effetti pratici, all’introduzione dell’Inquisizione allo stile spagnolo, provocando la sanguinosa ribellione dei Napoletani, che si espongono, così, alle più gravi rappresaglie del Toledo e all’irata censura di Carlo. Si va dal Sovrano iniziatore delle fortune spagnole nel Mezzogiorno e a Napoli, cioè Alfonso V di Trastamara - abile e autorevole sovrano della “Corona d’Aragona” (con la vasta e dinamica consociazione medievale di stati e territori mediterranei) -, che nel 1442, con il definitivo e rocambolesco acquisto della capitale, sarà, infine, Alfonso I di Napoli e più tardi soprannominato il Magnifico; per passare al secondo monarca aragonese di Napoli, l’«Aristomonarca», è il figlio del Magnanimo, Ferrante: fatto oggetto di un attentato, a cui scampa miracolosamente, per mano dei potentissimi baroni ribelli, i Marzano e gli Orsini, ma anche rami dei Caracciolo, i Cantelmo, i Torellas e i Centelles. Il volume non si può diffondere su chi siano stati via via, dopo Alfonso II il Magnanimo, nell’arco temporale i detentori della massima autorità e potere di governo, ovvero i sovrani avvicendatisi in sequenza: dopo l’apertura di Alfonso V d’Aragona e I di Napoli, il regno, non più dipendente ma legato in continuità dinastica e comunque in prossimità geopolitica alla Corona d’Aragona, viene guidato dal figlio Ferdinando, o Ferrante I, e più tardi (1494) dal figlio di questi Alfonso II; poi Ferrante II (o Ferrandino) e Federico III (sempre d’Aragona), rispettivamente nipote e fratello di Ferrante. Cambio di passo, in prosecuzione, con l’avvento di Ferdinando il Cattolico (marito aragonese di Isabella di Castiglia), imparentato quindi con i reggitori napoletani, e nel 1516 con il nipote Carlo (V come imperatore, pochi anni dopo), figlio di Filippo “il Bello” d’Asburgo, e di Giovanna la “Pazza”.

Verrà poi la stagione di Filippo II (el rey papelero), mai stato di persona nel Regno e nella città di Napoli. Padrone di mezzo mondo del tempo, riservando una cura maniacale ad ogni particolare evento o problema, studiando con scrupolo instancabile e continuo carte e documenti, chiuso nel suo studio nel palazzo dell’Escoriale in Madrid, e dunque con una vita pubblica, e di relazioni, ridotta all’essenziale, confermandosi piuttosto sempre come «el rey prudente». Insomma, un periodo destinato, quanto altri mai, a incidere durevolmente rispetto all’assunzione, da parte della nostra città, della propria identità fisica e della conquista del peculiare ruolo politico e sociale nei confronti del Regno e nel contesto del Mezzogiorno continentale, caratterizzando, in più, nel bene e nel male, la sua vicenda storica successiva.

 

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