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domenica 14 giugno 2026

Diritti umani e turismo. Problemi, snodi e prospettive. Lectio magistralis su Giacomo Tuoto, UniCal

 

Arcavacata. La mia Lectio magistralis – in occasione della V Edizione Speciale Premio “Turismo e Sviluppo Sostenibile Pieroni - Beato”.

Temi chiave, contesto e valore universale del libro di Giacomo Tuoto, Diritti umani e turismo. Problemi, snodi e prospettive, prefazione di Paola B. Helzel, postfazione di Tullio Romita, edizioni la Valle del Tempo, Napoli 2025.

 1.     Premessa; 2. I Temi chiave del volume di Tuoto; 3. Il contesto e il valore universale dei temi affrontati e discussi nel libro di Tuoto; 4. Perché certi diritti sono inderogabili?

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 2.   Premessa

Oggi, 19 giugno 2026, si celebra, presso l'Università della Calabria, un rilevante evento - promosso nell’ambito del Master di I Livello “Turismo e Ospitalità 4.0”, nella ricorrenza del ventennale dalla prima edizione del Convegno sul turismo sostenibile, realizzato in collaborazione tra Università della Calabria e Sistema Confesercenti Calabria. Fu in tale contesto che nacque il Premio Turismo e Sviluppo Sostenibile “Pieroni-Beato”, che vuole riconoscere, e far conoscere, l’elevata passione scientifica che questi due studiosi posero sul valore della protezione, salvaguardia e valorizzazione, dell’ambiente, nella società dell’antropocene: a Beato si deve, infatti, l’idea della teoria sociale dell’ambiente come teoria della crisi ambientale, a Pieroni l’idea che la relazione fra società e natura non può essere interpretata in termini lineari e strettamente positivistici. Il Premio viene, perciò, annualmente assegnato a persone che si siano distinte nel campo del turismo e dello sviluppo sostenibile, proposte e poi selezionate da una rete di studiosi nazionale, che costituiscono il Comitato scientifico del Premio.

Uno dei premi di quest’anno viene attribuito a Monsignor Edgar Peña Parra: per l’alto e qualificato impegno profuso nella promozione, attraverso l’azione della diplomazia vaticana, dei valori della cooperazione internazionale e del dialogo tra i popoli, quali strumenti fondamentali per la costruzione di relazioni stabili e pacifiche tra le nazioni. Mons. Edgar, infatti, come leggiamo nella motivazione del premio, si distingue per il contributo offerto alla diffusione del paradigma dello sviluppo umano integrale, inteso come processo volto alla tutela della dignità della persona, alla riduzione delle disuguaglianze e alla promozione di modelli di crescita equilibrati e sostenibili, in coerenza con i principi della sostenibilità sociale ed etica.

Vorrei, pertanto, brevemente riflettere su alcuni di tali aspetti, esplicitamente enunciati nella motivazione del Premio Turismo e Sviluppo Sostenibile “Pieroni-Beato” che viene conferito oggi a sua Eccellenza mons. Peña Parra, nuovo Nunzio apostolico in Italia e San Marino. Lo farò, attraverso il riferimento ad alcuni nodi di un recente e denso volume di Giacomo Tuoto, apparso nella collana “Biblioteca di scenari”, da me diretta presso le edizioni La Valle del Tempo di Napoli. Un volume, quello di Tuoto, nato dalla sua docenza universitaria nei Corsi di Laurea Magistrale, di Laurea triennale e nei Master di primo e secondo livello attinenti le scienze del Turismo, all’interno del più vasto orizzonte delle Scienze Aziendali e Giuridiche dell’Università della Calabria, che procedono sotto la guida sapiente del prof. Tullio Romita.

Come teorizzava il compianto prof. F.P. Casavola, già Presidente della Corte costituzionale italiana, soltanto se riusciamo a ricostruire la plurisecolare vicenda di popoli che si confrontano, si mescolano, si combattono per rivendicare un’identità (che paradossalmente si ritroverà fusa in un unico governo del mondo proprio alla frontiera dell’antichità romana), diviene possibile non soltanto tracciare i tanti percorsi seguiti da quelle parole con cui evochiamo ancor oggi il diritto, i diritti, la legge, la giustizia…, ma anche dare spessore a quelle parole che, evocano, come si legge nella motivazione del Premio a sua Eccellenza il Nunzio apostolico, il cosiddetto sviluppo umano integrale perseguito in nome della dignità della persona e nel rispetto dei cosiddetti diritti umani fondamentali.

Nel momento in cui decidiamo di correlare sviluppo e integralità in nome dei diritti della persona umana, non possiamo non tener conto anche del confronto, mescolanza, a volte combattimento, che avvenne tra gli esponenti dei popoli che, non a caso, si sfidarono, particolarmente sul piano religioso, per fondare rivendicazioni antropiche, criteri e limiti dello sviluppo, appelli al rispetto della dignità umana, che viene definita oggi dalla Chiesa cattolica non soltanto infinita ma, come abbiamo recentemente letto nella prima enciclica del XIV Papa di nome Leone, magnifica.


Subito dopo la prima stagione dell’incontro-scontro tra antichità romana (che è sempre anche greca) ed emergente religione ispirata a Gesù di Nazaret, si creò l’opportuno sfondo ermeneutico che va intravisto da parte di chi cerchi, oggi, la genesi arcaica delle attuali parole del diritto.

L’essere umano viene ad essere sempre più riconosciuto come soggetto e non oggetto, soprattutto quando a livello teorico, come nel caso di nozioni quali i diritti umani, lo sviluppo integrale della persona umana, costituisce l’oggetto specifico della riflessione[1]. Ora, è la teologia il sapere in grado di rivendicare oggi, e giustamente, il primato della genesi storica e teoretica della nozione di persona in tutte queste nostre discussioni, al punto che parafrasando Vico, si è potuto affermare che potius quam iuris persona est vocabulum theològiae[2].

È un fatto che non poche conseguenze sono state esercitate dalla teologia e dalla filosofia cristiana della persona sia sul dibattito del confronto tra istituzioni giuridiche e istituzioni cristiane tardo-antiche, sia su quello relativo alla dignità ontologica, nonché al valore e all’indisponibilità della persona umana nel susseguirsi delle diverse stagioni dei diritti. Nell’età patristica il processo d’inculturazione della fede condusse alcuni teologi ad esplicitarne e ri-significarne la carica semantica e la struttura peculiare per rendere la nozione di persona addirittura capace di nominare non soltanto l’essere umano ma anche, senza mescolanza e senza confusione, “quei Tre” nella Monotriade divina, e, insieme, il “chi è” del Cristo, riconosciuto e confessato dalla medesima fede come vero Dio e vero essere umano.

L’intero processo storico tardo-antico sta lì a testimoniare non soltanto quanto articolata sia stata, da parte dei pensatori credenti, la serie di sforzi per favorire il passaggio dall’ellenismo al cristianesimo, ma anche per mettere a punto una nozione in grado di significare altrettanto adeguatamente lo spessore ontologico per Dio, per Cristo figlio di Maria e, secundum analogìam, anche per l’essere umano e, quindi, anche per la sua dignità e, quindi, asserire in tal modo la sua indisponibilità rispetto a qualsiasi attentato ai diritti fondamentali o alla sussistenza. I significativi passi compiuti da Severino Boezio, Riccardo di san Vittore e Tommaso d’Aquino, sembrano oggi richiamare non soltanto delle controversie linguistico-teologiche tardo-antiche e medievali, ma una vera e propria ricerca antropologica fondante, mirante a tracciare un orizzonte teologico ed etico plausibile a proposito di un vocabolo, quello di persona appunto, che apparve ben presto assai promettente alla fides quaerens intellectum tra i pensatori cristiani.

La peculiare messa a punto di Tommaso dei conti d’Aquino, nel secolo XIII, riuscì ad assicurare non soltanto una formulazione di persona che consentiva di parlare coerentemente dei tre in Dio come delle relazioni sussistenti, o distinti sussistenti di natura intellettuale, ma anche di proclamare la rilevanza, nell’universo intero, del soggetto umano personale e del suo essere peculiare e irripetibile rispetto a tutto quanto esiste. Grazie a questo vigoroso pensatore medievale, persona oltre a «un essere posto-da Dio, un ek-sistere ricevuto in virtù della creazione divina, nondimeno è precisamente per questo stesso essere è e sussiste in una propria reale, robusta autonomia»[3]; anzi proprio a motivo di questo suo sussistere, vocabulum personae dirà per sempre anche una soggettività cosciente, autocosciente, libera, soggetto di diritti fondamentali. In caso di esasperazione della singolarità a svantaggio della persona, sapremo misurare il rischio di una certa teorizzazione di estraneità morale originaria tra soggetti umani, ormai configurati come non più in grado di riconoscere una comune stoffa personale e veritativa, e quindi forzati, tutt’al più, sul piano etico, ad ipotizzare una qualche via d’uscita in un’estenuante trattativa, finalizzata, tutt’al più, a maturare dei consensi sui diritti umani inderogabili, però ottenuti per intersezione, ovvero teorizzando una “camicia di forza logica” in grado di delineare almeno delle regole formali di comunicazione e di dialogo tra parlanti, supposti a priori come separati e non comunicanti sul piano degli orizzonti morali. In tale ottica, però, dei soggetti umani sono chiamati non tanto a giustificare e rivendicare il loro essere personale, bensì soltanto a trovare delle strategie intersoggettive idonee al fine di portare a consapevolezza un accordo convenuto e dichiarato, quindi non più lo splendore di una verità ontologica e morale già esibita dalla loro stessa sussistenza personale e, in questo senso, davvero effettiva e universalizzabile.

Gli esponenti principali di questo lungo e diversificato processo di maturazione circa il “che cos’è” della persona, sia apologeti che scrittori e padri della Chiesa, saranno chiamati òi christianòi soltanto ad Antiochia e, quindi, in precedenza non sono da considerare altro che degli intellettuali antichi, esponenti di gruppi i cui componenti si ritengono tra loro fratelli e sorelle, in quanto si rifanno al medesimo rabbì di Nazaret Gesù, ai suoi detti e alle sue opere. Detti e opere che, ben presto, vengono fissate in scritto secondo varie tradizioni, che vanno a convergere nei testi canonici del Nuovo testamento, redatti entro la fine del I secolo d.C., che inventariano e rilanciano temi molto rilevanti nel diritto ebraico e romano antico, e che risultano ancora significativamente presenti nella discussione contemporanea sui diritti umani universali.

Si allude, soltanto per esemplificare, alle nozioni relative alla corporeità umana e al ruolo da assegnare alla carne mortale rispetto alla cosiddetta vita eterna[4], alla definizione eventualmente multipla delle identità di genere, al senso della vita umana in questo mondo tormentato dalle guerre e dal degrado del comune habitat bioterritoriale, ai rapporti tra esponenti di altre fedi e religioni, che non condividono quale patrimoni comune tutti gli elenchi dei cosiddetti diritti umani

Tali nozioni, insieme con altre assai rilevanti, divennero, appunto, rimarchevoli nella produzione letteraria dei primi intellettuali cristiani, almeno a partire da Paolo l’apostolo e si chiariscono anche per differenza e contrapposizione rispetto ad altri profili che le stesse nozioni e correlativi termini andavano assumendo o nella religione ebraica, oppure nelle religioni dell’ellenismo, sia di tipo greco tradizionale che misteriche. È anche grazie a questo dibattito - fatto di polemiche, di prestiti, di osmosi, di de-semantizzazione e ri-semantizzazione dei termini - che si andò precisando la formulazione della fede cristiana circa l’essere umano, la sua corporeità redenta dal Risorto (in anima e corpo), la persistenza del corpo umano oltre, e nonostante, la morte, la ingiustizia oggettiva delle violenze e della guerra, il rispetto del corpo femminile e del corpo umano tout court, la gestione organizzata delle povertà e delle esclusioni sociali.

Non è un caso se tutto ciò oggi ri-accade in un quadro socio-culturale assai mutato, in cui tuttavia si dà, significativamente, «la concomitanza fra lo straordinario progresso delle scienze del corpo e l’affermazione dei diritti umani»[5]; ma insieme, anche la violazione sistematica di diritti fondamentali, o di diritti dei territori ereditati da popoli precedente e geograficamente ri-disegnati da vittorie belliche o da accordi tra vincitori. Per cui, se Antonio Rosmini Serbati, sulla soglia del contemporaneo, poteva additare la persona umana come «il diritto umano sussistente»[6], non diviene inutile interrogarsi, come fa anche il volume di Tuoto, sulla genesi remota di tale veneranda nozione di persona, pescando nel suo terreno proprio di coltura, che è, appunto, il cristianesimo delle origini e delle riformulazioni tardo-antiche, le quali vanno anche a convergere in anatematismi e formule ortodosse della fede creduta enunciate soprattutto nei sinodi ecumenici[7].

Sì, persona e sviluppo umano integrale richiedono che sia pensato il loro comune terreno di coltura, che è appunto la nozione-valore di persona. Il che, sul piano storico, richiede, preliminarmente, di decidere se la preistoria del cristianesimo - anche dal punto di vista delle dottrine antropologiche ed escatologiche, che tanto hanno inciso sulle nozioni giuridiche di corpo e persona -, sia l’ebraismo, o quale altra miscela potente di tradizioni teoretiche e religiose.

La menzione dell’altare al Dio sconosciuto, nel discorso di Paolo ai filosofi, probabilmente neo-stoici, ad Atene, sembra, a prima vista, un credito pagato dall’apostolo dei Gentili alla concezione filosofica coeva, mentre la citazione del verso dei Fenomeni di Arato di Soli (poeta morto il 240 a.C.) sembra poter rinviare anch’esso allo stoico Cleante di Asso[8].

Ma non è un debito, bensì uno stile e un modello che marcherà le successive riformulazioni storiche e in sviluppo di una verità di sempre. Non è un caso che - forse più nella parte epicurea degli ascoltatori del viaggiatore Paolo - proprio sulla risurrezione dei morti accada quello che, apparentemente, sembra il “fiasco” di Paolo, anche se andrebbe notato che, mentre alcuni si fanno beffe di lui, altri invece domandano, secondo Atti 17 - non in senso ironico, ma sinceramente, come forse rivela l’antica formula filosofica “Ti sentiremo una seconda volta”  di poterlo ascoltare ancora sul punto.

Anche per questo, il testo lucano cita un unico “convertito” ad Atene, Dionigi, al cui nome, non a caso, verrà, in successiva età carolingia, collegata una vicenda di pseudo-epigrafi che hanno segnato a lungo il pensiero teologico e gerarcologico (sia celeste che terrestre) dei pensatori cristiani. Buona parte della letteratura cristiana antica dedicherà, a questo nodo, che oggi denominiamo tecnicamente, di inculturazione, la propria attenzione critica, in vista della precisazione formale e linguistica di quanto viene creduto sul piano speculativo, non senza riverberi in un sistema di prassi e di norme, con un suo specifico peso di tipo giuridico, fino all’affermazione solenne di diritti inviolabili e universali della persona, in cui pensatori cristiani e non convergeranno nel sottoscrivere Carte che, speriamo, non sarebbe restate sulla carta.

2.     I Temi chiave del volume di Tuoto

Come leggiamo nella Prefazione al volume di Tuoto - un vero e proprio saggio, redatto dalla professoressa Paola B. Helzel -, il tema dei diritti della persona gode di «una sterminata letteratura che spazia “dalle ricostruzioni di carattere storico-concettuale, alle indagini teorico-normative”, individuando, generalmente, “nella Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 1948 l’apice di un processo di congiunzione tra l’evoluzione storica dei principi, che stanno alla base dei diritti umani, e la loro articolazione giuridica”.

Un dibattito, quello sui diritti umani, divenuto nel tempo «sempre più ampio, sempre più intenso, … da aver ormai coinvolto tutti i popoli della terra, tanto intenso da essere messo all’ordine del giorno delle più autorevoli assise internazionali, può essere interpretato come un “segno premonitore” del progresso morale dell’umanità» (p. 11).

La Prefatrice segnala altresì che un nodo è, oggi, quello di ritrovare un possibile accordo universale su quali diritti debbano essere riconosciuti da tutti gli esponenti dell’umanità; e ricorda altresì che, una volta raggiunto l’accordo, il compito che resta non è soltanto quello di tutelarli, ma di trovare dei possibili e condivisi criteri - anche sul piano di una fondazione filosofica, oltre che giuridica - per l’enunciazione e la tutela dei diritti umani, evitando, tuttavia, le divisioni radicali che si sono già evidenziate sul piano giusfilofico fino a inficiare lo stesso accordo moderno, seppur faticosamente raggiunto, sui diritti.

È proprio il punto di svolta della Dichiarazione del 1948, osserva la Helzel, che consente d’individuarne le fonti teoretiche o ideali, «quali la matrice giusnaturalistica di ispirazione occidentale presente maggiormente nel Preambolo; l’influenza dello statalismo dei popoli socialisti chiaramente manifesta negli artt. 22-27 nell’enunciazione dei diritti economici e sociali; e infine il principio nazionalistico della sovranità introdotto in egual misura da tutti gli stati al fine di salvaguardare la sovranità nazionale da possibili derive transnazionali della stessa Dichiarazione» (p. 14).

E tuttavia, altro è il riconoscimento condiviso di presunti diritti universali, altro il garantire effettivamente ad essi una portata planetaria. Le diverse derive contemporanee - generate, tra l’altro, da guerre non dichiarate e svolte al di fuori dei vincoli degli organismi internazionali - mostrano, nei fatti, come effettivamente la Dichiarazione universale, pur avendo «una sua forza morale e politica», non riesca a «determinare una portata planetaria tale da sancire i diritti spettanti agli esseri umani» (p. 15). Davvero «sembrano, cioè, aumentare le possibilità della guerra, in quanto considerati cause giuste di guerra, poiché “non vi può essere causa più nobile per la guerra della necessità di reagire alla violazione dei diritti umani”. Allora, la domanda ricorrente è cosa sono i diritti umani? Un’arma di guerra o un vessillo di pace?» (p. 31).

Come osserva, in sintesi, la Prefatrice, rimane in piedi non soltanto la domanda su cosa sono i diritti umani, ma perfino quella che si domanda se realmente ve ne siano.


3.   Il contesto e il valore universale dei temi affrontati e discussi nel libro di Tuoto

«Altro argomento che si presta facilmente ad essere un terreno di scontro, ma che allo stesso tempo si pone con maggiore intensità è la questione dell’universalità dei diritti umani» (p. 23), incalza la Helzel, con il rischio che tutte le nostre parole si configurino come parole di plastica: «ovvero, mattoncini prefabbricati, variamente componibili, al servizio di una precisa ideologia, “un nuovo modo di usare determinati vocaboli, tipico della nostra attuale condizione storica”. I diritti umani non sono esenti da tale “patologia”, infatti il linguaggio è divenuto sempre più ambiguo, vago e generico, piegatosi ad usi retorici polivalenti, con enunciazioni il più delle volte contraddittorie e tendenziose» (p. 26).

Non è un caso che la Postfazione al libro di Tuoto, redatta dal prof. Tullio Romita, oltre ad ascrivere all’Autore il merito di aver illustrato «il tema del rapporto tra diritti umani e turismo», ricorda che esso trova «sicura pertinenza negli articoli 13 e 24 della Dichiarazione Universale» (p. 201). E tuttavia, esemplificando circa il diritto alla vacanza, lo stesso Romita ricorda che, alla garanzia enunciativa dei diritti, si deve affiancare la dialettica dei rapporti sociali e politici, rammentando che tale diritto «si è potuto effettivamente attivare solo con il riconoscimento delle ferie retribuite per i lavoratori che è stato riconosciuto solo negli anni ’40 del XX secolo e solo in alcune aree del mondo occidentale, mentre la vacanza, nel senso comune del termine, si è democratizzata solo quando si è trasformata in diffuso consumo di massa globale, ovvero solo nei Paesi del mondo che durante il XX secolo hanno avuto una significativa crescita economica, sociale e culturale» (p. 202).

 4.   Perché certi diritti sono inderogabili?

A che titolo, dunque, è possibile ri-affermare, se non la universalità, almeno la non derogabilità di alcuni diritti riconosciuti come fondamentali e scritti nelle Carte di carta? È una domanda, questa qui formulata, ricorrente in ambiti etici e giuridici tradizionali, in cui la ricerca scientifica e le nuove tecnologie informatiche e digitali mettono in questione i tradizionali principi di dignità e di integrità fisica, psichica ed etica di un essere umano, che, peraltro, diviene consapevolmente oggi istruttore di intelligenze algoritmiche, di droni letali, o finanziatore di veri e propri distruzioni sistematiche di umani, compresi inermi neonati o bambini[9]. Frattanto, anche prescindendo dagli sciagurati attuali teatri di guerra, le tecnologie avanzate, assistite e potenziate dall’intelligenza artificiale, stanno favorendo la progressiva introduzione di armi non letali, l’uso di biomateriali e dell’informatica nell’assistenza medica e nell’assistenza medica a distanza, applicazioni militari delle neuroscienze, della genetica, delle nanotecnologie e della farmacologia, trattamento sistematico dei flussi migratori e privatizzazioni di beni indispensabili, come l’acqua potabile o le fonti energetiche. Le nuove vie di potenziamento ci ricordano che non è solo questione di applicazione al corpo di personal status monitor per consentire, attraverso l’utilizzazione di tecnologie di neuroimaging, di visualizzare le regioni del cervello in modo da guidare i processi cognitivi e decisionali oppure di potenziare, ma di una vera e propria rivoluzione eco-tecnologica, per cui  l'impiego di mezzi un tempo ritenuti artificiali, compresa una forma di intelligenza algoritmica, si propone ormai di portare il fisiologico personale all'ultra o al super, e peraltro non con intenti terapeutici prevalenti, ma spesso distruttivi.

L’orientamento religioso cristiano-cattolico, pur in un’atmosfera di aria nuova - che sta accompagnando anche i primi mesi di papa Leone XIV, il quale ha esordito, nel magistero delle encicliche, con la sua magnifica enciclica Magnifica Humanitas -, si sente chiamato in causa di fronte all’oltrepassamento paventato di venerande nozioni, quali la dignità della persona, la non-discriminazione tra soggetti umani in base alla razza, religione o sesso, o, potremmo aggiungere, le opportunità tecnologiche e informatiche, otti in mano a pochi gruppi di potere sui dati e metadati:

 «Qui è il punto che impone di uscire dal dualismo tra cultura umanistica e scientifica. La scienza moderna si poneva il tema della conoscenza delle leggi della natura, la scienza contemporanea modifica la natura, ivi compresa la natura umana»[10] e gli stessi suoi diritti. Intanto, diviene sempre più difficile fissare dei «confini certi entro i quali possiamo esercitare le nostre libertà senza offendere quelle altrui», con leggi che tutelino un bene comune, ad esempio quello della continuazione della vita della specie, sapendo che il piano ideale e operativo risulta, a sua volta, diviso tra la Scilla di una mera definizione intersoggettiva delle scelte etiche, magari in nome di una sorta di meta-ideologica tecnoscientifica, e la Cariddi di chi, invece, «pretende di avere il monopolio della verità e della virtù, fosse pure un monopolio sorretto dall’amore divino»[11], oppure registrato in dichiarazioni solenni. «Come le ideologie classiche sono state demitizzate e poi smentite dagli eventi della storia, così anche la meta ideologia» di turno «può e deve essere criticamente monitorata dall’etica. Forse, per questo compito, occorrerà una rifondazione dell’etica, che sappia porre le sue domande di valore e di senso usando argomenti e linguaggio, che la multiforme tecnologia sia in grado di intendere per sentirsene profondamente turbata e interpellata»[12].

Non è, perciò, un caso che, nella prima decade del terzo millennio, si sia sentita addirittura in dovere d'intervenire, su questi nostri temi, la Commissione Teologica Internazionale[13], peraltro riprendendo gli assunti universalistici della Dichiarazione per un’etica planetaria, formulata nel 1993 da alcuni esponenti del cosiddetto Parlamento delle religioni del mondo.

E ciò non senza sottolineare, sempre nella scia del Vaticano secondo, che il cuore, vero e proprio centro della persona umana, è anche la sede dell’amore e della dignità ontologica del soggetto, che va riconosciuta non soltanto nella sua costituzione metafisica, ma altresì nell’impegno etico che ne consegue. Lo abbiamo letto testualmente nella Dichiarazione vaticana Dignitas infinita:

«Questo non significa fare troppo affidamento su noi stessi. Stiamo attenti: rendiamoci conto che il nostro cuore non è autosufficiente, è fragile ed è ferito. Ha una dignità ontologica, ma allo stesso tempo deve cercare una vita più dignitosa. Dice ancora il Concilio Vaticano II che “il fermento evangelico suscitò e suscita nel cuore dell’uomo questa irrefrenabile esigenza di dignità”, tuttavia per vivere secondo questa dignità non basta conoscere il Vangelo né fare meccanicamente ciò che esso ci comanda. Abbiamo bisogno dell’aiuto dell’amore di vino. Andiamo al Cuore di Cristo, il centro del suo essere, che è una fornace ardente di amore divino e umano ed è la massima pienezza che possa raggiungere l’essere umano»[14]. D’altra parte, in questa peculiare prospettiva teo-antropologica, è Cristo risorto a rivelare in pienezza la dignità integrale (ecco un sinonimo di infinita dignità!) di ogni uomo e di ogni donna. Sarebbe, perciò, diabolico separare uomo da donna, o lacerare le dimensioni integrate della persona, o dividere persona da persona, così come «non si può separare la fede dalla difesa della dignità umana, l’evangelizzazione dalla promozione di una vita dignitosa, e la spiritualità dall’impegno per la dignità di tutti gli esseri umani»[15].

In ogni teoresi circa la persona umana e la sua dignità, osservava già Tommaso d’Aquino, bisogna procedere alla luce di quella che oggi denomineremmo ontologia trinitaria. In questa direzione, qualunque affermazione circa la dignità umana ce la mostra davvero come pressoché infinita, così come si dovrebbe, in maniera più puntuale, dire, collocando la nozione di dignità nella gerarchia divino-umana.

Il termine persona, infatti, scriveva già il Dottore comune, significando «ciò che c’è di massimamente[16] perfetto in tutta la natura, cioè il sussistente di natura razionale» (S. Th. 1, 29, 3, r.), dev’essere convenientemente predicato anzitutto della Trinità divina; ovvero dev’esser detto di Dio in maniera eccellente rispetto a come sarà, successivamente, predicato delle creature non divine. Passando alla dottrina della pluralità delle persone in Dio, Tommaso procedeva altresì alla divisione formale di esse (tre persone, e non più di tre: S. Th. 1, 30, 2, r.), con la precisazione che i termini numerici, in divinis, vanno desunti dalla molteplicità e non dalla unità, in quanto persona è un trascendentale (S. Th. 1, 30, 3, r.). Con tutte le cautele e la modestia da osservare da parte di chi sta parlando di Colui che è, non a casaccio o rischiando l’eresia, chiunque parli di persone in Dio, ha  dunqueil dovere di ponderare le implicazioni del nome Trinità (S. Th. 1, 31, 1), passando anche a verificare il valore della conoscenza umana delle Persone divine (S. Th. 1, 32).

Il Dottore Angelico, nella sua sintesi teologica della maturità, non temeva, insomma, di ricorrere alla strumentazione filosofica circa la persona allo scopo di meglio accostarsi al significato dottrinale della verità trinitaria e ai suoi riverberi sulla nozione antropologico-sociale di persona umana. La prospettiva auspicata dalla Dichiarazione vaticana - e ribadita dalla prima enciclica dell’attuale Pontefice - viene costruita su questi antichi assunti, che, in definitiva, sembrano voler inaugurare una stagione di nuovo umanesimo, analogo a quello che, a suo tempo, fu auspicato da Giovanni Pico della Mirandola nel celebre Discorso sulla dignità dell’uomo. Redatto nel 1486, quel Discorso metteva sulle labbra del Creatore stesso le parole di giustificazione per una visione armonica, secondo la quale l’essere umano non è stato fatto né celeste né terreno, né mortale né immortale, affinché si possa plasmare e scolpirsi secondo la forma da lui stesso prescelta, anche rigenerandosi nelle cose superiori, che sono divine.

Come insegnava già Antonio Rosmini Serbati, si tratta, forse, di tirare di nuovo in ballo quel concetto di carità intellettuale verso i nostri contemporanei, i cui riverberi si potrebbero, peraltro, verificare nelle stesse Dichiarazioni sulla dignità della persona e i suoi diritti[17]. Ritornerà mai tra noi un umanesimo tale da poter accettare la dignità infinita della persona, frenando quella che sembra la malattia incurabile dei nostri tempi, la quale porta qualcuno a chiedere assistenza al suicidio, oppure a optare per l’eutanasia attiva? Arriveremo, infine, a frenare, «ogni specie di omicidio, il genocidio, l’aborto, l’eutanasia e lo stesso suicidio volontario»?

Sarebbe, questo, se perseguito, null’altro che l’obiettivo di un genuino umanesimo integrale, in grado di far riferimento alla persona divina di Cristo per fondare il rispetto della dignità della natura umana, che egli ha assunto da un corpo femminile. In questo senso, si potrebbe ancora affermare che «non è Adamo che spiega Cristo, ma Cristo che spiega Adamo»[18]. All’inizio del terzo millennio, si poté scrivere che saremmo di fatto passati da un’età di speranze all’età delle catastrofi, i cui preludi si avrebbero nella figura dell’angelo della storia. Un’età che, dopo aver saccheggiato la natura come un pozzo senza fondo, prendeva consapevolezza della propria modernità, ma insieme della propria submodernità in quanto ha generato, insieme, anche l’inizio dell’era della “fine della natura”, ovvero dell’estinzione di specie vegetali e animali, dell’incremento demografico, degli esiti ecologici perversi della società industriale e del nucleare sporco, delle modificazioni genetiche degli alimenti, delle riconfigurazioni delle antiche guerre mondiali…

Mentre prendiamo atto di tutto questo[19], la prima enciclica sociale di papa Leone XIV ci rende ulteriorimente avvertiti del fatto che «La Chiesa riconosce con gratitudine che “il movimento verso l’identificazione e la proclamazione dei diritti dell’uomo è uno dei più rilevanti sforzi per rispondere efficacemente alle esigenze imprescindibili della dignità umana”». E in essa, riprendendo esplicitamente papa Giovanni Paolo II, ci viene solennemente ripetuto che «la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, proclamata dalle Nazioni Unite il 10 dicembre 1948, continua ad essere ai nostri giorni una delle più alte espressioni della coscienza umana. Essa è “una vera pietra miliare sulla via del progresso morale dell’umanità”. Per questo, nella prospettiva cristiana, i diritti umani non sono un’aggiunta esterna alla persona, ma una traduzione storica della sua dignità intrinseca, che la comunità internazionale è chiamata a tutelare e promuovere»[20].

Non vi è parso, come a me, di risentire consonanze con l’occhio amoroso di Frye, ripreso da Karen J. Warren, ovvero di ciò che è il contrario dell’occhio arrogante, ovvero l’occhio che riconosce l’indipendenza dell’altro, che sente il tu devi del far riferimento ad altro piuttosto che ai propri desideri, interessi, paure, fantasie? Se «l’occhio amoroso non riduce l’oggetto della percezione a qualcosa di commestibile, non tenta di assimilarlo a sé, non lo riduce alla misura del desiderio dell’osservatore, della sua paura o della sua immaginazione, e quindi non deve semplificare»[21], se tutto questo, come insiste anche Tuoto nel suo volume, è plausibile, tale occhio amoroso dovrà altresì non soltanto guardare quanto accade in un contesto mondiale di debolezza della reazione politica internazionale, allorché si va perdendo di vista una politica in grado di pensare con una visione ampia, e quindi si dimentica come si porti avanti un nuovo approccio integrale, cioè includendo in un dialogo interdisciplinare i diversi aspetti della crisi. Ma soprattutto dovrà sottoporre ogni aspetto a un serio giudizio etico, non solo tecnico. Se il criterio-persona saprà offrire strumenti che aiutino a prevedere e organizzare, senza mai esautorare la libertà e il giudizio dell’essere umano, soggetto delle relazioni e responsabile delle decisioni, una speranza di futuro potrà essere ancora coltivata.

Sarà questo il cantiere di speranza, a cui sentiamo dare ancora il nome di “civiltà dell’amore”?



[1] R. Azzaro Pulvirenti, Fondazione teoretica di un nucleo ontico della persona umana, «Rivista rosminiana di filosofia e di cultura» 86 (1992), fasc. 3,.233-254, qui 233. Si vedano anche A. Serra-E. Sgreccia-M.L. Di Pietro, Nuova genetica ed embriopoiesi umana. Prospettive della scienza e riflessioni etiche, Vita e pensiero, Milano 1990; Bioetica e persona, a cura di Evandro Agazzi , Franco Angeli, Milano 1993; G. Gerin, Bioetica e diritti della persona, Sapere 2000, Roma 2003; G. Savagnone, Metamorfosi della persona. Il soggetto umano e non umano in bioetica, Elle di ci, Leumann (Rivoli) 2004.

[2] A. Milano, La persona fra storia e teologia. Quale eredità, quale futuro, “Vivarium” 12 (2004), 181-201, qui 181. Il saggio proponeva una ricca e selezionata bibliografia non soltanto sui processi storico-teologici che conducono alla messa a punto della nozione di persona in teologia, ma anche sul diritto, la filosofia, la cultura che si rifanno alla medesima nozione.

[3] Ivi, 188.

[4] Cfr., tra gli altri, J. Becker, La resurrezione dei morti nel cristianesimo primitivo, Paideia, Brescia 1991; P. O’Callaghan, La fórmula “Resurrección de la carne” y su significado para la moral cristiana, “Scripta Theologica” 21 (1989), 777-803.

[5] F.P. Casavola, Bioetica. Una rivoluzione postmoderna, Salerno Editrice, Roma 2013, 30.

[6] Ivi, 31. Viene citato A. Rosmini, Filosofia del diritto, a cura di R. Orecchia, CEDAM, Padova 1969, 191.

[7] P. O’Callaghan, La persona umana tra filosofia e teologia, “Annales theologici” 13 (1999), 71-105.

[8] Cf G. Rinaldi, Cristianesimi nell’antichità. Sviluppi storici e contesti geografici (Secoli I-VIII), Edizioni GBU, Chieti-Roma 2008, 62.

[9] Ivi, 4.

[10] F. P. Casavola, L’etica pubblica, 33.

[11] P. Bonetti, Il purgatorio dei laici. Critica del neoclericalismo, edizioni Dedalo, Bari 2008, 87.

[12] F. P. Casavola, L’etica pubblica, 53-54.

[13] Commissione Teologica Internazionale (CTI), Alla ricerca di un'etica universale: nuovo sguardo sulla legge naturale, Civiltà Cattolica (2009) II, 341-398.

[14] Dicastero per la Dottrina della Fede, Dich. Dignitas infinita (2 aprile 2024), in OR (8 aprile 2024).

[15] Ivi, dalla Presentazione.

[16] Per tali rilievi, cfr. P. Giustiniani, Introduzione, in Tommaso d’Aquino, Somma di Teologia, Parte Prima, a cura di Fernando Fiorentino, Città Nuova Editrice, Roma 2018, vol. I, 5-141. Per i riferimenti testuali alla Summa Theologiae, si rinvia alla pars, cui seguono i numeri della quaestio, articulus, parte dell’articolo.

[17] G. Chimirri, Il rapporto filosofia/cristianesimo in Rosmini: prospettive politiche e gnoseologiche, “Il Contributo. Rivista di filosofia e scienze sociali” 3/2 (2023), 73-93, qui 79.

[18] V. Possenti, Incontrare l’esistenza. Jacques Maritain e la metafisica, Studium, Roma 2023, 169.

[19] J.B.Metz, Proposta di programma universale del cristianesimo, R. Gibellini (ed.), Prospettive teologiche per il XXI secolo, Paideia, Brescia 20113, 389-402, qui 397.

[20] Papa Leone XIV, Magnifica Humanitas, n. 54. Si rammenti che la Commissione Teologica Internazionale si era spinta ad usare l’espressione “ecologia integrale” già nel suo documento del 2009 sulla legge naturale: CTI, Alla ricerca di un’etica universale: nuovo sguardo sulla legge naturale (6 dicembre 2008): La Civiltà Cattolica, 160 (2009) II, 341-398). Cf A. Vicini, Alla ricerca di un’etica universale. Il recente documento della CTI sulla legge naturale, “Concilium” 46 (2010,3), 149-158. Ma si rammenti Benedetto XVI, Caritas in Veritate, Lettera enciclica sullo sviluppo umano integrale nella carità e nella verità, 29 giugno 2009, AAS 101 (2009) 641-709.

[21] M. Frye, In and Out of Harm’s Way: Arrogance and Love, in Id., The Politics of Reality: Essays in Feminist Theory, The Crossing Press, Trumansburg (NY), 1983, 66-72. Cf anche K.J. Warren, Potere e potenzialità del femminismo ecologico, in Donne, ambiente e animali non-umani. Riflessioni bioetiche al femminile, a cura di Carla Fralli-Matteo Andreozzi-Adele Tiengo, Edizioni Universitarie di Lettere Economia e Diritto, Milano 2014, 35.

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