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domenica 17 maggio 2026

KARIM Il bambino dal compleanno inventato. Cinzia Brancato al Books&Museum

Giustiniani Report

KARIM

Il bambino dal compleanno inventato

Presentazione Ufficiale
Domenica 17 Maggio 2026, ore 11:30
Complesso Monumentale di Santa Maria La Nova, Napoli
Sala Margherita Lama Caputo
Locandina ufficiale Books & Museum
Panoramica della sala dell'evento

Sala Margherita Lama Caputo

Un colpo d'occhio straordinario nel cuore del Complesso Monumentale a Napoli. La numerosa partecipazione testimonia il vivo interesse e la profonda attenzione dei presenti verso le tematiche civili sollevate dal volume di Cinzia Brancato.

L'Ascolto delle Fratture Interiori

Un momento cruciale del dibattito incentrato sulle dinamiche della genitorialità adottiva. Gli sguardi in platea riflettono il coinvolgimento emotivo suscitato dalle letture critiche eseguite nel corso della mattinata.

Dettaglio pubblico attento
Partecipanti e interventi

Il Paradosso dell'Iter Adottivo

«...come se la genitorialità potesse essere assicurata da un bonifico più consistente» (p. 74).

Il Report mette in luce l'analisi sferzante dell'autrice in merito ai pesanti carichi burocratici ed economici legati alle adozioni.

Dibattito e Territorio

La sessione si è conclusa con l'intervento attivo del pubblico e le riflessioni finali dei relatori Pasquale Giustiniani, Silvio de Maio e Maria Pirro, tracciando nuove risposte sul valore dell'accoglienza.

Inquadratura finale platea

• La presentazione scorre automaticamente ogni 7 secondi •


Cinzia Brancato, KARIM Il bambino dal compleanno inventato, edizioni la Valle del Tempo, Napoli 2026, pp. 124 (collana “Tracce di memoria”/64). 

 1. Possibilità di rinascere sempre da capo. L’Autrice ci regala un romanzo di formazione alla maternità, ovvero ci narra come imparare - lentamente, con cadute e riprese -, a diventare, veramente, nel tessuto profondo dell’esserci, mamma. Il focus, in queste pagine, è soprattutto su di lei, più che sul padre che, narrativamente, compare qui e là come una sorta di figura di corredo. Racconto di una madre di un figlio non biologico, ma adottivo; dunque, un figlio che via via insegnerà lui stesso, soprattutto alla propria madre adottiva, come si può/si deve fare per rinascere, non solo la prima volta, oppure nelle tappe salienti del primo segmento di crescita dall’infanzia all’adolescenza, bensì ogni giorno. Difatti, come leggiamo in uno dei tanti momenti di confessione intima della madre in queste avvincenti pagine, «in lui, nei suoi occhi, nei suoi gesti, nei suoi sorrisi, vedo riflessa la possibilità di rinascere, ogni giorno, come madre e come donna. Ogni giorno una nuova sfida, ogni giorno una nuova conquista, ogni giorno un miracolo silenzioso. Ogni giorno, finalmente, sento che possiamo appartenere l’uno all’altra, non perché lo possediamo, ma perché ci scegliamo, sempre, in ogni gesto, in ogni sguardo, in ogni respiro condiviso» (p. 121). E frattanto - piuttosto che assecondare, questo processo di apprendimento dell’esser madre e dell’esser figlio -, la nostra società attuale sembra soltanto preoccupata delle tappe pre-definite dalla legge o dalle regole della psicologia, o anche dalla preparazione religiosa ai sacramenti. Una società, questa nostra, che, per le coppie sterili. che desiderano avere un figlio in adozione, sembra proporre principalmente quello che l’Autrice denomina «proporzione implicita tra denaro e garanzia, come se la genitorialità potesse essere assicurata da un bonifico più consistente» (p. 74). «“Ogni bambino venticinquemila euro”, ripeté qualcuno con naturalezza, come se stesse parlando di una quota associativa... Mi ronzava in testa mentre scendevamo le scale. Sentii un nodo stringermi la gola. Non era solo la cifra. Era l’idea. La sensazione di trovarmi davanti a una specie di listino invisibile. Certo, sapevo che quelle erano spese legate alla procedura, ai viaggi, alla burocrazia» (p. 75). E invece, ci confida la mamma: «Io volevo un figlio. Non volevo comprarlo. La differenza era sottile e gigantesca allo stesso tempo. Volevo un incontro di sguardi, un legame che nascesse da una mancanza reciproca, non da un assegno. Volevo essere scelta quanto sceglie re. Volevo che quel bambino, ovunque fosse, un giorno potesse sentire che eravamo diventati famiglia non perché avevamo pagato, ma perché ci eravamo trovati» (p. 76). Anche la Chiesa non risulta preparata: nel caso del bambino di cui si narra, infatti, a un certo punto la catechista, scoprendo che non era stato previamente battezzato, non l’ammette alla prima confessione, un sacramento oggi funzionale, come sappiamo, all’ammissione alla prima eucaristia. 

 2. Il bambino con la K nel nome. Le norme italiane, asettiche e valide per tutti, possono davvero diventare un dramma, se sono guardate e raccontate, come fa a lungo questo libro, dalla parte dei genitori adottanti, soprattutto dalla parte della donna-autrice. Rimasta due volte orfana (della madre biologica e della zia Rita, morta dopo quattro anni dalla morte della mamma), quella voce femminile narrante vuole soprattutto dichiarare il proprio rapporto interiore con la possibilità stessa della maternità, che, almeno apparentemente, le sembra essere stata vietata dai ritmi biologici ed esistenziali: «Dentro c’era una convinzione solida come una legge naturale: io non ero fatta per la maternità. Non per quella biologica, almeno. Non per quella che passa dal corpo, dal sangue, dalla carne. Io ero fatta per altro. Per lavorare, per scrivere, per viaggiare leggera, per decidere all’ultimo momento. Per restare me stessa senza dovermi spezzare in due» (p. 25). E ancora: «Nella famiglia di mia madre esisteva una tradizione disgraziata, una specie di maledizione senza formule magiche, ma con risultati concreti. Mia nonna era rimasta orfana a dodici anni. Mia madre a sei. Io a dodici. Tre generazioni di figlie lasciate sole troppo presto. Di madri che scomparivano quando ancora servivano. Della mia bisnonna non avevo mai saputo nulla, come se anche lei fosse stata inghiottita da quella stessa sparizione prematura che sembrava colpire solo le donne, solo le madri» (p. 26). Uno stato mentale e anche reale, quello della protagonista, che deve formarsi a divenire madre, fin da quando resta incinta per caso, nonostante la originaria precauzione finalizzata a non iniziare una gravidanza biologica. E intanto, un bambino naturale arriva inaspettatamente, anche prima di esser voluto, anzi nel racconto se ne va com’era arrivato: «Doveva aver pensato: questa donna non mi vuole davvero. E se n’era andato dopo due mesi appena; «forse per risparmiarmi. Forse per salvarsi. Forse per entrambe le cose» (p. 28). Da quella gravidanza interrotta, resta soltanto la stanza vuota del figlio eventuale, che poteva/doveva essere riempita, ma non tanto per riempire un vuoto fisico, come ci viene spiegato: «Capimmo che adottare non significava sostituire. Non era riempire un vuoto, ma allargare uno spazio. La nostra ferita non si cancellava; diventava parte della nostra capacità di accogliere» (p. 68). Insomma, «non stavamo sostituendo un sogno. Ne stavamo costruendo uno nuovo. E la stanza vuota, finalmente, non faceva più paura» (p. 69). Tuttavia, quando il bambino non solo pensato o dolorosamente perduto (di cui restava soltanto, nella tasca del padre, il talismano della camicina bianca della fortuna, mentre tutte le amiche ingravidavano e partorivano) se ne va via dalla vita di coppia, ecco che appare di nuovo, nella narrazione, stavolta sotto altre forme: adesso è il bambino da adottare, peraltro abbandonato in tenera età dalla madre naturale . Ecco, è proprio il piccolo che ha la K nell’iniziale del nome, come leggiamo per la prima volta a p. 72, allorché, rispetto al certificato della decisione finale del Tribunale dei minori, che recita Carim con la c, la mamma osserva - inascoltata dal messo notificatore ufficiale, che lo assimilava a uno dei tanti rom senza nome – e racconta quale debba essere il vero nome: «Karim era arrivato da noi senza carta, senza data, senza radici scritte. Era come un bambino caduto dal cielo, o restituito dal mare. Provai a spiegare che il nome Carim non esisteva. Che era come dire Garlo invece di Carlo, Pinzenzo invece di Vincenzo. Ma l’uomo scosse la testa» (p. 72). 

 3. Il percorso ad ostacoli dell’iter giuridico e psico-relazionale dell’adozione Ed ecco perché, fin dalla Prefazione (ma non solo) si enfatizzano alcune peculiari (forse anche un po’ strambe) richieste burocratiche e psicologiche delle autorità preposte all’adozione; come la richiesta, presente nelle carte, di informare perfino i potenziali genitori degli adottanti, chiamati a garantire che la adottante sia “equilibrata”. Peraltro, nota con rammarico la mamma, in un contesto che nulla di previo, invece, esige per una generazione cosiddetta “naturale”: «Non era contro i miei genitori, ma contro il paradosso. Per mettere al mondo un figlio non ti chiede nessuno analisi o certifica zioni di stabilità emotiva. Per adottare sì» (p. 8). Perché la pertinente rabbia nella madre adottiva? «La rabbia non era contro il bambino che ancora non conoscevamo. Era contro l’idea che il nostro desiderio dovesse essere filtrato attra verso il sospetto. Dover dimostrare di non essere malati, instabili, ina datti, e persino ottenere il consenso dei genitori dopo i quarant’anni» (p. 9). Insomma, un percorso di paradossi, non di educazione a divenire madri e padri. Altri paradossi sono resi noti al lettore, come quello, con altre coppie sterili e adottanti, della «Condivisione, la chiamavano. Percorso. Elaborazione. Parole lisce, rassicuranti. Ma dentro di me si scontravano come sassi. Mi sembrava una violenza inaccettabile» (p. 49); una condivisione, però, in cui assistenti sociali e psicologi si aspettano più un canovaccio teatrale che l’essere se stessi: «Volevano un teatro e il teatro ebbero» (p. 51). «Mi domandavo quando il desiderio di un figlio si fosse trasformato in una prova di recitazione. Quando l’intimità fosse diventata un requisito da dimostrare. Continuai a sedermi in quel cerchio per mesi. Continuai a offrire il mio copione, a modulare la voce, a scegliere con cura cosa mostrare e cosa trattenere» (p. 52). E poi, in attesa del verdetto ufficiale di adozione emesso dal Tribunale – passando per la fase della dichiarazione che il percorso può proseguire -, il graduale processo di avvicinamento al bambino (e quello, inverso, di un bambino che si avvicina agli adottanti, con tutti i suoi se e ma, come un «bambino [che] non aveva paura di sbagliare. Aveva paura di voler male» (p. 66); gli incontri nella casa-famiglia, gestita da suore, dove i due genitori candidati a diventare effettivamente adottivi potevano andare a trovarlo tutte le volte che volevano. «Poi arrivarono i giorni che ci permisero di portarlo a casa, una trasferta consentita solo nei fine settimana» (p. 16). Giorni nel corso dei quali il futuro adottato prende contatto con quello che diverrà il “suo” ambiente. La mamma confessa: «Volevo che entrasse in quella stanza e pensasse: qui qualcuno mi ha immaginato, qui qualcuno mi ha voluto prima ancora di conoscermi davvero. Era una forma di seduzione materna, maldestra e ansiosa, fatta di etichette ancora attaccate e di scontrini piegati nelle tasche dei cappotti» (p. 21). E ancora, l’appropriazione da parte del bambino, che finalmente comincia a usare “mia” per indicare la camera che gli sarebbe stata destinata. Però sempre con la paura che possa andar male; una paura rumorosa, mentre il piccolo comincia ad abituarsi alla normalità, permettendosi anche di non gradire il cibo preparato… Ormai «a cinque anni, aveva già imparato che non tutto quello che succede è colpa di qualcuno, ma che questo non lo rende meno doloroso» (p. 39). 

4. Un bimbo che diviene veramente figlio E poi un giorno, quasi all’improvviso, il nuovo venuto diviene veramente figlio, anche se i tempi per il verdetto definitivo giuridico saranno ancora lunghi; a un certo punto dell’iter, il Tribunale «aveva fatto una cosa fondamentale: aveva reso legittimo il presente. Non eravamo più solo una possibilità. Eravamo una realtà provvisoria, sì, ma reale. E scoprii che, a volte, la cosa più difficile non è perdere qual cosa. È vivere qualcosa senza sapere se durerà»: p. 60). Basta una frase per avvertire che le cose sono cambiate: «Una frase pronunciata senza pensarci. Ed è lì che te ne accorgi: qualcosa è già cambiato, anche se nessuno lo ha ancora ufficializzato» (p. 45). Al supermercato, infatti, ecco la domanda innocente della cassiera, che non aveva mai visto un piccolo con la protagonista-narratrice, provoca una risposta inusuale e grandissima del piccolo: «“Andiamo, mamma?” disse poi. Mamma. Non l’aveva mai detto prima. Non in quel modo. Non in pubblico. Non così naturale. Non come una parola nuova da testare. Ma come una parola che era sempre stata lì e che aveva solo aspettato il momento giusto per uscire» (p.46). L’investitura psicologica è avvenuta, ben al di là della ratifica dei documenti: «Pensai: eccolo. Questo è tuo figlio. Ma non ancora. Non ufficialmente. Non legalmente. Non per lo Stato. Non per il tribunale. Non per i documenti. Non per le cartelle. Non per i timbri. Ma per tutto il resto sì. E tutto il resto, scoprii, è la parte più importante» (p. 47). Finalmente, quel bambino «È entrato nel mio ventre quel giorno stesso, anche se il mio ventre era vuoto. Si è fatto spazio tra le paure, tra le esitazioni, tra le cicatrici invisibili. E da allora non ne è più uscito. A volte penso che la maternità non sia un fatto di carne, ma di ospitalità. Di lasciare che qualcuno abiti in te senza chiedergli di somigliarti» (p. 82). Ora vuole spegnere le sue candeline per ricordare la nascita, prima della comunione: «Karim non aveva una data di nascita. Era come una città senza coordinate, una casa senza numero civico… Una madre decide la data di nascita. E io decisi che mio figlio Karim era nato il 3 giugno 2002» (p. 85). Mentre la burocrazia italiana ha deciso che i senza nascita nota vadano tutti collocati al primo gennaio, e non al tre giugno, in realtà decide la mamma circa il come «non sei più del segno dei Gemelli, ma del Capricorno» (p. 86). Sì, «diventare madre non è solo mettere al mondo. È scegliere, ogni giorno, di restare, di affrontare le paure, di vincere le eredità di dolore. È fare della propria vita una protezione, una casa che non crolla mai, nemmeno quando il mondo intorno sembra disperdersi in lacrime» (p. 98). 

 5. Una catena generazionale di madri Va osservata in queste pagine, infine, la presenza latente della catena biologica, che. pur comparendo a dodici anni nel racconto di questo libro, non è un prima rispetto al poi (quasi un prequel rispetto al sequel, come in un film) della vita da adottato. Si fa parola vovace in un momento di crisi nell’impegno di studio scolastico da parte del bambino adottato: «Perché nelle famiglie adottive c’è sempre una presenza terza. Invisibile, ma ingombrante. La madre biologica, il padre biologico, la storia prima di noi. Non li nomini quasi mai, ma sono lì. Nelle pause improvvise. Nei silenzi. Nelle frasi che non sai se puoi dire. Nei rimproveri che ti trattieni dal fare perché temi di non avere il diritto di farli. Nell’amore che dai con prudenza, come se potesse essere revocato da qualcuno più titolato di te» (p. 100). L’amore adottivo è una conquista attimo per attimo: «Perché nessuno ti dice abbastanza chiaramente che l’adozione non ti toglie solo la sterilità biologica, se c’è, ma ti consegna una sterilità simbolica ancora più feroce: quella di non sapere mai se sarai davvero scelta. Un figlio biologico non ti sceglie: ti capita. Un figlio adottivo, invece, ti sceglie ogni giorno. E può smettere. Può decidere che non sei tu. Che non sei abbastanza. Che non sei quella giusta. E tu devi vivere con questa possibilità appoggiata sul cuore come una mano leggera ma costante» (pp. 101-102).

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