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venerdì 12 giugno 2026

Non solo carezze. Una favola moderna

 

SF
Scenari Futuri
a cura di
Prof. Pasquale Giustiniani
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Non solo carezze… Una favola moderna
Lina De Cicco  ·  LER, Marigliano 2026  ·  Intervento di Pasquale Giustiniani
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1 / 12 Marigliano · 12 giugno 2026


MARIGLIANO, venerdì 12 giugno 2026 Lina De Cicco, Non solo carezze... Una favola moderna, con una saggio di Esther Basile, Prefazione di Carla Iovane, Avvio alla lettura di Pasquale Giustiniani, Postfazione di Maddalena Venuso, LER, Marigliano 2026. Intervento di Pasquale Giustiniani 1. Vecchi e giovani. La paideia classica ateniese apre, anche visivamente, questa narrazione, che, come apprendiamo dall’ultima pagina, «nasce dal ricordo di una giornata trascorsa alla vigna dei cari amici Annamaria Auriemma e Felice Esposito Corcione» (p. 236). Il godibile libro è stato scritto da Nina De Cicco sulla base di una chiara e fondata convinzione pedagogico-educativa, che non evito un occhio peculiare alla dimensione religiosa. Del resto, «ad Atene i nonni e gli anziani componenti della famiglia, solitamente, trasferivano in via informale, il mos maiorum, ovvero valori, tradizioni… si prendevano cura dei bambini nei primi anni di vita» (p. 22). Ecco perciò un atto di fiducia di De Cicco verso la popolazione anziana, anche di Marigliano, a cui l’autrice affida il delicato compito di educare e ‘fornire’ regole e valori, particolarmente nei sempre più rari momenti di comunicazione affettiva. L'indice misura il numero di over 65 ogni 100 giovani tra 0 e 14 anni. Certo, a Marigliano l'indice di vecchiaia (che misura il numero di over 65 ogni 100 giovani tra 0 e 14 anni) si attesta a circa 42,4 (contro una media regionale della Campania di 64,7 e una nazionale di 86,3), denotando una popolazione ancora strutturalmente più giovane rispetto al resto d'Italia. Sul piano nazionale, infatti, già da qualche anno, ci sono più ottantenni che bambini nati. Il report annuale dell’Istat mette al centro il tema della “mobilità territoriale del capitale umano”, dedicandogli un intero capitolo. Possiamo riassumere questa mobilità come una trasformazione profonda del Paese: giovani, laureati e lavoratori qualificati infatti tendono a spostarsi verso i territori che sono percepiti come più dinamici, lasciando invece più fragili le aree periferiche, interne o economicamente deboli. Oltre a questo, c’è anche un altro dato, che conosciamo da tempo ma che, per ora, non ha mai invertito la tendenza: il progressivo invecchiamento della popolazione. L’Italia continua a registrare bassi livelli di fecondità e famiglie sempre più piccole ed è uno dei Paesi con l’aspettativa di vita maggiore. In questo modo però crescono le persone sole, aumentano i nuclei unipersonali e diminuiscono i giovani nelle fasce d’età centrali per il lavoro e la natalità. Occorre invertire la tendenza demografica a partire proprio da coloro che sono attualmente piccoli. Ma per farlo, non bastano soluzioni politiche, economiche o sociali. Bisogna raccontare la vita come opportunità. Farsi narratori di radici che, dal passato, traggono stimoli per un diverso futuro. 2. Gli anziani come narratori delle radici e del tempo. Ecco perché, in questo gustoso libro, gli anziani «sono narratori delle radici, un ‘cavalcavia’ tra passato e presente, una tale ‘àncora’ di connessione emotiva da infondere fiducia, sicurezza» (p. 23). E ancora: «i due coniugi… portatori di valori indissolubili, affetto, comprensione, partecipazione emotiva, rispetto, gratitudine. Misura, sobrietà! Discrezione, perdono!… Forieri di idee, sapere, ‘colonna’ calcarea di un lavoro premiante. Di piedi ben piantati per terra. Di sicurezza» (p. 52). Ed ecco spiegata l’opportunità del «podere, acquistato dopo il pensionamento di nonno Giulio», inquanto «consente ‘fughe’ brevi o lunghe nel bel ‘lembo’ di terra avellinese, che racconta, insegna, affascina, desta sensazioni stupende mentre il tempo scorre piano, placido da… ritemprare» (p. 54). «Nonno Giulio e nonna Ninetta si recano in questo luogo lontano da grigiore, caos e logorio cittadino da soli, con familiari e amici , talmente spesso, da pensare di chiedere a Minico, l’operaio fisso della tenuta, di costruire, poco lontano dalla cantina, un abitacolo per animali da acquistare e allevare in ‘libertà’… a beneficio della ‘famiglia’, della natura…» (p. 57). Così, l’Irpinia diventa il luogo di frequentazione intermittente della narrazione di questo libro, che apre alle vicissitudini degli insediamenti pre-romani e romani, narrando il tema antico e attualissimo degli approvvigionamenti dell’acqua potabile; ma soprattutto, la riscoperta del territorio consente a nonno e nonna di fare, a vantaggio dei nipoti, dei piccoli excursus storico-culturali, tra Grecia classica, romanità, medioevo, fino alle esigenze e valori odierni (ad esempio, igiene e idratazione). Il bagaglio scolastico sembra lasciato da parte con i suoi compiti da eseguire, ma intanto appare una più vasta modalità di cultura e apprendimento; soprattutto si fanno vive «anche tante belle persone capaci di… ‘osservare’, ‘vedere, ‘sentire’. Dialogare, amare!… Saltare scogli, recinzioni, penetrare nei ‘muri’, salire gradini» (p. 82). Le discipline tradizionali (storia, geografia, geometria…), nel corso della narrazione si ri-presentano trasfigurate, ad esempio, dai paesaggi irpini, dai personaggi locali: come il «solofrano Giovanni Camillo Maffei, filosofo, medico, cantante e liutista del sedicesimo secolo, seguace di Pitagora e di Aristotele, sostenitore della ‘voce’, specchio di chi la emana, poiché vista oltre che atto meccanico e fisico, effetto acustico intriso di riflessi del grande ‘cosmo dell’interiorità’…»: pp. 89-90. Oppure ritornano dalle ricette per preparare le conserve e le melenzane, i biscotti e i petonciani, di cui parlavano già i ricettari del Cinquecento o del Settecento. I nonni, in definitiva, sono l’incarnazione dell’arte del seminatore: «Dovremmo imitarlo! Essere ‘promessa’ che si consuma per amore, esprimere profonda gratitudine per potenzialità congenite - ‘forza motrice’ di messa in pratica progettuale -. Percorrere strade di speranza e di servizio. Diventare, man mano, navigatori pacati, attenti surfisti dei giorni. ‘Vedere’ le stagioni ripetersi, la ciclicità della vita, piena di respiro dell’Universo… in ogni ‘fiorire’. Vivere oltre il proprio tempo attraverso ‘solfeggio’ cantato di Bene profondo!» (p. 100). 3. Il racconto tra generazioni: fabula de te narratur. Il racconto dell’Autrice sta parlando proprio di te! I protagonisti di questa narrazione, vecchi e giovani, sono caratterizzati, a un certo punto, come degli artisti del raccontare. Da un lato, nell’orizzonte della sapiente narrazione, vi è la cosiddetta letteratura per l’infanzia: essa è un inestimabile baule dei sogni dell’infanzia. L’immaginazione, i pensieri dei piccoli sono sottili e pungenti; alle volte possono essere così affilati da penetrare in quei territori di frontiera più impervi riuscendo a cogliere immediatamente l’essenza di cose e relazioni. Sono acuti ma estremamente leggeri, fragili e volatili, se non li fermi subito si smarriscono tra le pieghe della realtà che li disperde. Un bambino è una persona piccola, con piccole mani, piccoli piedi e piccole orecchie, ma non per questo con idee piccole. Ma insieme, in queste pagine, vi è anche la letteratura del mito, anzi la nostra Autrice, come uno dei personaggi, è «cultrice di storia e mito» (p. 148): l’ idea di educazione affettuosa, incentrata sul rispetto della psiche infantile, soprattutto della fantasia, incrocia continuamente la storia e il mito, offrendo al lettore l’occasione per riflettere sui valori umani, e particolarmente religiosi, proprio poiché non elude i temi difficili e i contenuti forti, ma li affronta, ponendo il lettore di fronte a questioni come l’abbandono, la morte, la rabbia, l’odio, il rispetto dell’ecosistema e delle tradizioni… E con i miti, ecco il racconto fiabesco: la fiaba ha le sue radici storiche nelle società arcaiche, trattiene modelli religiosi magici, strutture sociali e itinerari educativi e ha continuato a rappresentare il cuore della letteratura popolare almeno fino all’inizio dell’età moderna. Con l’avvio compiuto della Modernità si ricolloca nel nuovo contesto attraverso due percorsi: passando dall’oralità alla scrittura, seppur dialettale - si pensi a Giambattista Basile e il suo Lo cunto de li cunti, evocato da Lina - e poi dando vita alla moda colta del fiabesco che si attiverà in Francia tra il Re Sole e l’Illuminismo. All’inizio del XVIII secolo la letteratura era dominata dal genere letterario della fiaba, genere che, da una parte, sostituisce la narrazione di ampio respiro del XVII secolo, il romanzo, e dall’altra quanto rimane ancora della novella toscana. La fiaba, sotto la penna di Lina De Cicco, viene affrontata con strumenti alti e complessi quali la ricerca storica, testuale, letteraria, antropologica, psicologica, ma anche iconica e fotografica, in modo da permettere il risalto della sua versatilità e della sua complessità strutturale. Soprattutto, questa fiaba vera si svolge chiedendosi il perché delle cose, per non accettare passivamente tutto quanto si dice, e quindi decidere, dopo aver cercato ragguagli o a chiedere consigli per fare bene. 4. Una lezione alla gente di oggi: Scrive l’Autrice: «La gran parte della gente non si pone a pensare, a ragionare, persegue l’illusione di superare ogni confine con la tecnica. Non si appoggia alle spalle dei ‘giganti di responsabilità’ che faticano in nome del valore della vita. Non considera l’importanza della letteratura, della poesia, della forza della parola, dell’eloquenza, della filosofia, madre di tutti i ragionamenti da quelli umanistici a quelli del diritto, a quelli logici matematici tra cui l’epistemologia, che ana lizza la validità del sapere scientifico distinguendolo dalle semplici opinioni o credenze» (p. 186). La condizione per il cambiamento, anche per gli uomini di chiesa, viene indicata, invece, nella semplicità, anche se essa, annota l’Autrice, è una «Peculiarità al momento ad appannaggio di pochi in via di estinzione, ‘mancanti’ in molti politici, religiosi, preposti a dare l’esempio, sconnessi con le dimensioni interiori, somiglianti sempre più a strategist, stregoni di immagine, quasi comici per la loro spettacolare capacità a comportarsi, in certe circostanze, in maniera ambigua, pianificando e ponendo la vita su un ‘filo storto’ che via via, forma nodi difficili da sciogliere» (p. 189). La vera soluzione, in questo libro, la dà Claudio: «A un tratto Claudio esclama: “Il Tempo non va solo trascorso, ma riempito d’amore e buone azioni”» (p. 191). La nostra Autrice appartiene davvero ai bravi scrittori che, come leggiamo nella riflessione della narratrice-filosofa Ninetta, «I bravi scrittori sono la coscienza viva, l’anima che parla a una comunità, a una nazione, al mondo intero… catapultato in un martellamento distruttivo, in un radicale stravolgimento geopolitico, ecologico, culturale, etico, spirituale, esistenziale… in ‘cammino’ verso il Novacene» (p. 193). Grazie, Lina, brava scrittrice: ci ha dato una plausibile bussola verso il Novacene!

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